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Viterbo - Tra tradizioni e religiosità popolare

Fuoco di Sant’Antonio: usanza pre-cristiana per favorire l’allungarsi delle giornate…

di Don Mario Brizi
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Viterbo – In molti paesi, non solo della Tuscia ma di tutta la penisola, sono già pronte le cataste di legna che verranno incendiate la vigilia della festa di Sant’Antonio abate, che ci ricordano le nostre radici che affondano nella civiltà contadina, nella quale il santo anacoreta era invocato come protettore degli animali e contro il pericolo degli incendi.

Viterbo - Il focarone di Sant'Antonio alla Quercia

Viterbo – Il focarone di Sant’Antonio alla Quercia


Quella di accendere falò in questo periodo invernale è una usanza  pre-cristiana con la quale simbolicamente si intendeva rafforzare la crescita del sole e favorire l’allungarsi delle giornate dopo il solstizio d’inverno.

Da dopo il secolo XIII, quando iniziò a diffondersi la devozione a sant’Antonio Abate in tutti i paesi europei, veicolata anche dalla pubblicazione della Leggenda aurea di Jacopo da Varagine, accendere cataste di legna nella sera del 17 gennaio assunse un significato devozionale, tant’è che il falò prima di essere acceso viene benedetto e, in alcune zone, i carboni residui vengono portati nelle stalle o sparsi nei campi come propiziatori di protezione e prosperità da parte del Santo.

Viterbo - Il Sacro fuoco di Sant'Antonio a Bagnaia

Viterbo – Il Sacro fuoco di Sant’Antonio a Bagnaia


Ma l’espressione “fuoco di Sant’Antonio” viene usata anche per indicare una malattia, oggi non letale anche se molto fastidiosa, molto temuta nel Medioevo: l’ergotismo. Si trattava di una intossicazione di origine alimentare provocata al consumo di farine cereali contenente gli sclerozi della segale cornuta, che i più poveri usavano per impastare il pane. La malattia provocava il disseccamento dei tessuti e la conseguente cancrena, arrivando fino alla perdita degli arti che venivano tagliati per impedire la diffusione dell’infezione.

Viterbo - Don Mario Brizi

Viterbo – Don Mario Brizi


Gli affetti da questa malattia, che i romani chiamavano “ignis sacer”, invocavano sant’Antonio per ottenere la guarigione, ma anche cercavano rimedio con una cura a base di grasso di maiale ideata  dai frati Antoniani dell’abbazia francese di Saint Didier de la Motte, dove, secondo la tradizione, riposavano le spoglie mortali di sant’Antonio, lì traslate dai crociati.

Don Mario Brizi
Parroco emerito di Santa Maria Nuova


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15 gennaio, 2026

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