Viterbo -“Mi hanno rinchiuso in una gabbia di ferro come un cane…”. Souleymane Diallo alla presentazione del rapporto sull’espulsione e la vendita dei migranti da Tunisia e Libia nel foyer del teatro dell’Unione.
A organizzare l’incontro, che si è svolto venerdì pomeriggio, l’Arci, con Cipriana Contu, coordinatrice dello sportello legale per l’immigrazione, e Sandra Gasbarri.
Sandra Gasbarri
È stata proprio Gasbarri, neoeletta presidente di Arci, a introdurre l’iniziativa.
Gasbarri ha ringraziato il comune di Viterbo per il patrocinio e l’ospitalità. Comune però non presente all’evento. Un ringraziamento è andato anche ai rappresentanti del tavolo della pace di Viterbo, alla Cgil, all’Anpi e ai sindacati che non sono voluti mancare.
Souleymane Diallo, Georges Kouagang, Bakari Oumarou, Tehapchet Soucthous Rose, Roberta Derosae, Pablo Castellani e Luca Queirolo Palmas
L’occasione dell’incontro è stata la denuncia di quello che accade tra Tunisia e Libia raccontato da un primo rapporto di ricerca.
Una tratta di stato, come si legge nel manifesto dell’iniziativa, che vede i migranti intercettati, catturati e venduti dalla guardia nazionale Libica.
Iniziativa di riflessione e sensibilizzazione che ha visto come protagonisti tre migranti vittime della tratta, portati in Italia da Arci Viterbo attraverso un corridoio umanitario legale.
Pablo Castellani
È stato Pablo Castellani, giornalista del programma Presa diretta di Rai 3, a moderare l’incontro.
“Io mi occupo di migrazione nel programma condotto da Riccardo Iacona – ha esordito Castellani -. Un anno fa mi arriva questo studio e trasecolo. Questo rapporto racconta la compravendita di esseri umani tra Tunisia e Libia da parte della guardia Nazionale tunisina.
Cominciamo a raccogliere dati e testimonianze attraverso i ricercatori del collettivo Rrx. Le vittime sono tante – ha raccontato Castellani -. Vittime di un sistema criminale. Ci sono varie fasi. Si parte dalla cattura, all’incarcerazione, alla presa in carico, fino alla vendita ai soldati libici. Le cose si sono sviluppate, stanno andando avanti”.
Una situazione drammatica, stigmatizzata da Luca Palmas, dell’università di Genova, che ha sottolineato quanto sia fondamentale portarne testimonianza tra la gente.
Luca Queirolo Palmas e Pablo Castellani
“Questa è una storia incredibile – ha sottolineato Palmas -. Soprattutto rispetto alla retorica del governo sulla migrazione. Questo rapporto ci racconta una storia in cui il trafficante è lo stato. E questo a noi sembrava incredibile. Molti ricercatori hanno preferito rimanere anonimi. E noi con l’università di Genova abbiamo provato ad amplificare questa storia. A febbraio dello scorso anno a Bruxelles la richiesta era quella di un corridoio umanitario legale. Per portare la testimonianza di queste persone davanti a un tribunale. Arci Viterbo ha deciso allora di prendere tutte le persone intervistate nella sua lista di evacuazione e portarle in Italia attraverso un corridoio umanitario legale”.
La parola poi è passata ai testimoni, alle vittime di questa tratta.
Souleymane Diallo
Il primo a parlare è stato Souleymane Diallo.
“Sono Souleymane e vengo dalla Guinea – ha iniziato Diallo – e sono qui per raccontarvi cosa succede tra la Tunisia e la Libia.
Il 29 luglio 2024 io e altri abbiamo deciso di attraversare il mare per arrivare in Italia, ma non ci siamo riusciti.
Abbiamo avuto un danno al motore, eravamo feriti. Eravamo fermi sul mare senza acqua né cibo, e la guardia nazionale ci ha portati nel porto di Sfax in Tunisia. Quando ci hanno presi, ci hanno picchiati e lasciati al sole fino alle 18 ad aspettare. Ci hanno trasferiti in ospedale, e hanno concordato cosa fare. Quindi ci hanno caricati su dei pullman della guardia nazionale verso una direzione sconosciuta.
Abbiamo viaggiato dalle 18 alle 23 – ha raccontato ancora Diallo -. Siamo arrivati nel deserto, dove c’era una gabbia di metallo al sole. Quando siamo arrivati ci picchiavano con le catene e con tutto quello che avevano in mano. Ci facevano rincorrere dai cani. Siamo arrivati poi in questa gabbia. Era bassa, era impossibile stare in piedi, dovevamo camminare a quattro zampe come i cani”.
Nella sala gremita del foyer del teatro dell’Unione molti non riescono a trattenere le lacrime. Difficile ascoltare senza provare empatia. C’è un silenzio profondo.
Souleymane Diallo
“Nella gabbia – dice ancora con un filo di voce e gli occhi lucidi Diallo – non avevamo nessun diritto: di bere, di mangiare, di andare al bagno. Nessun diritto. Abbiamo passato due notti lì. E poi volevamo scappare, e questa decisione è stata la nostra fine, la nostra rovina. Abbiamo corso tutta la notte, ma ci hanno dato la caccia, e ci hanno riportato indietro picchiandoci. Portatici indietro, ci hanno picchiato ancora, hanno violentato le nostre donne, le nostre sorelle, davanti a noi.
In quel luogo ho visto cose che non avevo mai visto in vita mia. Siamo rimasti lì due settimane e poi hanno deciso di venderci ai libici. Una mattina sono arrivati dei piccoli camion che ci hanno portato al confine della Libia. Lì ci hanno scambiato con i barili di benzina. Un uomo per un barile di benzina. Ci hanno portato poi alla prigione di Al Assah. Dal carcere in Libia ci hanno picchiati. E io ho pagato 700 euro per uscire dal carcere”.
Piange Diallo e il foyer dell’Unione scoppia in un applauso che ha la forma di un abbraccio.
A prendere la parola è stato poi Bakari Oumarou, dal Camerun. Poche parole, per presentare e mostrare un video girato da lui in carcere. Video che mostra decine e decine di persone ammassate senza le minime condizioni sanitarie e di dignità che si devono a un essere umano.
“Non posso raccontare tutto – ha detto Oumarou contrappuntando con le parole le immagini che scorrono -, ma voglio mostrarvi un piccolo video girato in carcere. Questo video racconta una minima parte di tutte le sofferenze che noi viviamo lì. Dobbiamo anche leccare la terra. Giorno per giorno ho visto gente entrare e uscire, e per me è difficile anche raccontare. Sento ancora la frustrazione addosso – ha raccontato con gli occhi lucidi Oumarou -. È un carcere che se non paghi ogni giorno, è un inferno. Ci sono anche i lavori forzati. Si mangia una volta al giorno, il pane. Mi sembravo un pollo alla griglia. Le donne poi soffrono ancora di più. Ringrazio tutti per essere qua e ringrazio Arci per averci aiutati”.
Tehapchet Soucthous Rose
Poi è stata la volta di Soucthous Rose.
“Vi ringrazio per questa iniziativa che fate per i migranti – ha raccontato con una voce dolcissima Rose -. Ho fatto un anno in Tunisia negli uliveti. Il primo maggio prendo il mare cercando di attraversare. L’acqua era tanto agitata, le onde erano alte. Abbiamo chiamato le autorità tunisine, ma non ci hanno aiutato. Un pescatore ha chiamato la polizia che ci ha portato al porto di Sfax. Alle sei di mattina del giorno dopo ci hanno portato via ammanettati. Hanno guidato una notte intera, e ci siamo trovati in una gabbia nel deserto. Siamo rimasti lì ventuno giorni. Il ventiduesimo giorno alcune camionette ci hanno portato alla frontiera libica, ci hanno coperto il viso. Ci hanno messo in sette camion diversi, coperti e incatenati. Nel carcere di Usamah sono stata un mese. Mi hanno rivenduto per poter fare la prostituta e poi essere libera. Noi non sappiamo cosa succede. Le donne soffrono nelle prigioni – ha raccontato tra le lacrime Rose -. È un sistema abominevole”.
Tehapchet Soucthous Rose e Roberta Derosae
Rose non riesce a trattenere le lacrime, e neanche chi con lei condivide il tavolo. Ma arriva un dolce sorriso a illuminare tutto, pensando a chi l’ha salvata, cambiando il finale della sua storia.
“Grazie per la sicurezza che ci date – ha detto Rose -. Avete dei grandi progetti. Quello che fate non è invano, sono certa che Dio ve lo restituisce. Voglio dire solo un’ultima cosa – ha concluso Rose – che si faccia luce nelle tenebre”.
Un applauso forte e spontaneo ha riempito la sala, come per accarezzare quegli sguardi e quei racconti, difficili anche solo da ascoltare. Figurarsi da vivere.
È poi Roberta Derosae a intervenire.
Roberta Derosae
“Come Melting pot – ha raccontato Derosae – stiamo lavorando su un nuovo rapporto. Focalizzato sulla violenza di genere. Tutte le donne sono catturate in Tunisia e sono oggetto di violenza. I ricercatori di Rrx raccontano di un razzismo diffuso. Le donne vengono fermate perché nere. E poi sono arrestate e trasportate a Sfax. Qui sono violentate. Sono perquisite. I cellulari sono cercati nelle loro parti intime. La vita dei migranti vale soldi, o taniche di benzina, o droga. La costante è la violenza. Non finisce mai. Di queste violenze sono vittime anche i bambini. Il prezzo di liberazione è di circa di 1100 euro. Durante l’acquisto vengono trasportate nei bordelli. Le condizioni di liberazione non sono condizioni di liberazione. Molte persone sono ancora in Libia, e ancora queste cose continuano ad accadere. Siamo qui per dovere di testimonianza. Queste persone sono arrivate qui grazie ad Arci in modo sicuro. Perché queste persone vengono qui? Perché un altro modo non esiste”.
Georges Kouagang
A concludere un pomeriggio pieno di intensità, è stato Georges Kouagang. Che ha offerto insieme al suo sorriso aperto e al suo italiano perfetto, altri spunti di riflessione.
“Nel 2016 ho provato a entrare in Italia – ha affermato Kouagang -. Ho pagato tre volte per venire qui. Le storie che abbiamo sentito io le conosco bene, perché le ho vissute sulla mia pelle. Di queste storie non se ne parla abbastanza. O meglio, se ne parla in modo sbagliato. Oggi, qui, ne stiamo parlando nel modo giusto. Perché bisogna parlarne con le persone che le cose le hanno vissute”.
Da protagonista e testimone, Georges si è fatto poi ambasciatore di quelle storie e di quei racconti. Per dare voce a chi non ce l’ha.
“Oggi ho un ruolo di mediatore e di ricercatore – ha proseguito Georges -. Molte di quelle persone sono sole. Senza famiglia. The Route Journal, il giornale delle rotte, che è una pagina instagram che curo, è fatto da migranti, di medici, di artisti, di attivisti, di volontari.
In questa pagina raccogliamo voci e testimonianze. La gente non è che sa le cose, la gente non si interessa. Per noi è meglio morire cercando di entrare che restare un giorno di più in Libia. L’Italia è un paese sicuro. La Tunisia e la Libia non sono paesi sicuri. A questo dobbiamo pensare: perché l’Italia che è un paese sicuro dichiara la Tunisia, che non lo è, un paese sicuro? Per l’Italia non sono italiano, ma l’Italia prende i miei soldi attraverso le tasse. E quei soldi vanno a far torturare i miei fratelli”.
Un pomeriggio organizzato da Arci che ha regalato ai presenti echi e respiri di un mondo che si è abituati a vedere da uno schermo.
E che difficilmente dimenticheranno.
Irene Temperini
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