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Le storie dei lettori - Dal telegramma mai arrivato alla scelta di lavorare sul territorio - Il racconto Antonella Troise che ha attraversato oltre trent’anni di trasformazioni professionali e culturali

“8 marzo 1993, quando entrai nella sanità pubblica veterinaria dove una donna non era ancora prevista…”

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Antonella Troise

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Tuscania – Riceviamo e pubblichiamo – 8 marzo 1993: non solo Festa della Donna. Era il mio primo giorno di lavoro come veterinaria ufficiale in un’azienda sanitaria locale.

Avevo vinto il concorso nel novembre del 1992, prima in graduatoria, dopo anni di tirocini, avvisi pubblici, convenzioni, partita Iva. La gavetta vera, quella che ancora oggi mi sento di consigliare ai giovani. Nel 1992 le comunicazioni arrivavano per telegramma. Il mio non arrivò.

All’ottavo mese di gravidanza avevo presentato il certificato di idoneità richiesto privo, però della radiografia polmonare per tutelare la bambina che stavo aspettando. Il telegramma fu consegnato al secondo in graduatoria. Il mio nome scivolò al secondo posto, con assunzione rinviata a dopo i tre mesi di astensione obbligatoria. Un prendere o lasciare.

Accettai, senza forse rendermi conto fino in fondo della gravità di quell’atto. L’8 marzo 1993 presi finalmente servizio. Entusiasmo e malinconia insieme: la sensazione che conoscono bene le giovani mamme quando si allontanano per la prima volta.

Non venni assegnata all’area per la quale avevo vinto il concorso, ma fui destinata temporaneamente al mattatoio comunale. La motivazione fu disarmante nella sua semplicità: il. direttore dell’area dichiarò di non sapere cosa farsene di una donna veterinaria nel suo ufficio. “Non può certo andare negli allevamenti bovini e ovini a prelevare il sangue”.

Al mattatoio invece sì: lì mi avevano già vista lavorare durante il tirocinio. Lì me la cavavo bene e lì trovai colleghi, a detta di altri un po’ folli per aver accettato la presenza della prima donna. Cominciarono così i miei 100 chilometri al giorno, le sveglie alle 4,30 e alle 5,30, gli stivali di gomma, le auto infangate, i camici oltre misura considerata la mia piccola taglia.
Gli anni scorsero veloci. Me ne accorgo ora alle soglie dei 63.

Nacque la seconda figlia, poi la terza. A ogni rientro dalla maternità c’era qualche piccola sorpresa, qualche diritto interpretato con elasticità. Ma alla fine arrivai nell’area per cui avevo studiato e concorso. All’inizio furono carte, scrivanie, telefono, lavoro di segreteria.  Poi un giorno presi una decisione semplice e definitiva: volevo andare sul territorio, stringere le mani stanche e rugose degli allevatori, entrare negli allevamenti, mettere in pratica ciò che avevo imparato.

Ero una veterinaria di sanità pubblica: il mio lavoro era a tutela del patrimonio zootecnico, della salute animale e umana, della qualità del cibo che arriva sulle tavole. Scoprii anche il settore avicolo considerato marginale. Nel mio territorio divenne invece una realtà importante. Incarico dopo incarico, ne assunsi il coordinamento sanitario. Norme, decreti, aggiornamenti, viaggi, richieste di avvicinamento a casa. Figlie che diventavano ragazze, poi donne e professioniste. Pianti, risate, rinunce, conquiste.

C’era poi un dettaglio che non avevo mai messo in primo piano: il mio braccio sinistro, reduce da una paralisi ostetrica, non aveva mai lavorato come l’altro. Con il tempo aveva richiesto qualche attenzione in più, ma non l’avevo mai considerato un limite. Era ed è una variabile: il lavoro si misura nei risultati, non nella simmetria del corpo. Oggi le giovani colleghe mi mandano le foto dei loro bambini e vedono rispettati diritti che per me non erano così scontati. Qualcuna mi ha chiesto: “Ma come hai resistito?”.

Non lo so ma ho resistito. Ho solo creduto fortemente che si possa   essere contemporaneamente donna, professionista, madre, compagna di vita, anche se per molte è ancora estremamente difficile.

Antonella Troise


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8 marzo, 2026

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