Viterbo – “La politica mi ha fatto fuori da Roma e da Venezia”, Marco Müller, il ‘fabbricante di festival’ alla lectio magistralis all’Unitus.
Marco Müller
Ieri mattina oltre cento studenti degli istituti Buratti e Orioli di Viterbo, hanno avuto la possibilità di incontrare da vicino il critico, produttore e direttore di festival Marco Müller.
Iniziativa all’interno del progetto ‘A scuola di cinema’, organizzato dal Tuscia Film Fest.
In dialogo con Giacomo Nencioni e con i ragazzi, Müller si è raccontato senza filtri, tra consapevolezza e ironia, speranza e disincanto.
Marco Müller con Giacomo Nencioni
“Sono stato dieci anni direttore del festival di Locarno – ha esordito Müller -, e sono geloso del Tuscia Film Fest – dice sorridendo bonariamente all’ideatore Mauro Morucci – perché il festival di Viterbo ha a disposizione piazza San Lorenzo e la splendida cornice del palazzo dei papi e della cattedrale”.
Un amore quello di Müller per Viterbo e il suo territorio che lo vede partecipare spesso alla vita della città. Lo scorso 3 settembre ha seguito il trasporto della macchina di Santa Rosa. Una terra che ama e di cui apprezza la bellezza, e non solo.
“La Tuscia – ha detto Müller – è un attrattore straordinario. È il cinema la leva più importante del turismo. Si potrebbe inventare un macro evento che coinvolga la Tuscia. La Tuscia si può riscoprire grazie al cinema”.
Ado Hasanović, Giacomo Nencioni, Marco Müller e Mauro Morucci
Incalzato da Giacomo Nencioni, Müller ha raccontato la sua vita, profondamente impastata con il cinema.
“Da giovane lavoravo per l’archivio etnolinguistico. Studiavo antropologia e dai 16 anni ho studiato cinese. Sono andato in Manciuria. E lì andavo al cinema due – tre volte al giorno. A furia di vedere cinema cinese, ho capito che volevo condividere le emozioni che avevo provato e raccontare quella terra. A quell’epoca c’erano tanti cineclub. C’era Arci cinema che voleva creare un festival di cinema. A Torino è stata la prima creazione del festival. È giusto – ha sottolineato Müller – definirmi fabbricante di festival, perché direttore artistico non mi è mai piaciuto. È molto importante quando un festival lascia delle tracce. Quando ero direttore del festival di Pesaro, pubblicavo due – tre libri a edizione, affinché fosse conosciuto il cinema. Era un nostro obiettivo. Bisogna contribuire ai film dopo l’evento”.
Tra i vari incarichi, Müller è stato direttore dei festival di Locarno, Venezia e Roma.
Marco Müller
“A Locarno 7-8mila persone vedevano insieme lo stesso film. E spesso il festival influiva sul successo nelle sale di un un film. Venezia invece finisce per essere l’ultimo passaggio di una produzione lancio. Anche perché i film dopo Venezia poi escono nelle sale. Dal 2000 al 2004 ho fatto il produttore – ha raccontato Müller – e il primo film che ho prodotto è stato “No man’s land”, film che ha vinto l’Oscar come miglior film straniero. Ho chiesto aiuto al socio di Francis Ford Coppola che si è innamorato di quel film. Il candidato all’Oscar era a ‘Amelie’. Ma grazie a Coppola la commissione di selezione votò per il nostro film”.
I ragazzi in sala ascoltano Müller. C’è un silenzio attento e partecipe. E quando arriva il momento delle domande, non si tirano indietro.
“Come si sente dopo un progetto? – chiede uno studente a Müller -. Leggero, liberato da un peso, contento?”.
“Voglio sapere che quello che ho fatto è servito davvero”, risponde Müller .
“Se lei volesse creare un festival di film che ha amato, quali film sceglierebbe?”, chiede un altro ragazzo.
“Non lo farei – risponde Müller -. Perché ce ne sono altrettanti che sto amando. Il cinema deve guardare avanti”.
Le domande dei ragazzi sciolgono ogni distanza, e il fabbricante di festival confessa con amarezza.
“La politica mi ha fatto fuori da Venezia e da Roma – racconta Müller -. In Cina ho potuto continuare a insegnare e a inventare da zero un cinema nuovo”.
“Il successo di Zalone – chiede a Müller uno studente – è dovuto solo al nome o c’è una componente artistica?”
Müller, pur riconoscendo il talento di Zalone, sottolinea: “Quest’anno c’era bisogno da parte del pubblico di un cinepanettone meno leggero – racconta Müller – e Checco, che fa il suo lavoro in modo egregio e intelligente, lo ha fatto”.
“C’è ancora qualche territorio inesplorato dal cinema?”, chiedono ancora a Müller.
Unitus – La lectio magistralis di Marco Müller, il ‘fabbricante di festival’
“Sì – risponde Müller -. I cortometraggi per gli smartphone tenuti in verticale. È un formato, uno strumento che ti costringe a una narrazione diversa. Che serve a scardinare certe consuetudini”.
Müller ricorda di essere stato il primo a portare le serie al festival di Venezia.
“Era il 2010 e la serie era Mildred Pierce – racconta -. Ho voluto farlo perché l’equivalente del film di 100 minuti è la novella. Invece l’equivalente di una serie di 6-8 puntate è il romanzo”.
Marco Müller
Müller è un pioniere del cinema, un uomo denso di cultura e conoscenza, ma anche di visione e di voglia di sperimentare. Caratteristiche che gli hanno permesso di stare sempre un passo avanti, con lo sguardo proiettato nel futuro.
“Nel 2000 ho finito l’esperienza di Locarno, e nel 2011 quella di Venezia – ricorda ancora -. Ma rispetto a quello che ho fatto io non si è andati oltre. Orizzonti, progetto nato con me per mettere in comunicazione il cinema con altri linguaggi, è diventato il parcheggio di tutti i film che non hanno il coraggio di mettere in concorso”.
Una lectio magistralis quella di Marco Müller che certamente rimarrà a lungo negli occhi e nel cuore dei ragazzi.
Irene Temperini
Unitus – La lectio magistralis di Marco Müller, il ‘fabbricante di festival’ – Giacomo Nencioni
Marco Müller
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