Viterbo – Quando il pensare la fede esce dal congelatore.
È la sensazione piacevole che ho provato ascoltando il professor Vito Mancuso, il 21 di aprile, mentre parlava del suo ultimo lavoro: “Gesù e Cristo”, nella biblioteca provinciale in viale Trento. Biblioteca che grazie a Paolo Pelliccia sembra una cattedrale del sapere. Del prof. Mancuso sapevo quello che il cardinal Martini diceva di lui: “Le sue idee incontreranno opposizioni e critiche, ma sarà difficile parlare in futuro di questi argomenti senza tenerne conto”.E dalla lettura dei suoi libri che, quando potevo, leggevo con attenzione.
Perché non è facile incontrare persone che non hanno timore di pensare e di riflettere sul loro pensiero, ascoltando con attenzione gli altri e cercando di chiarire cammini non sempre facili e che richiedono umiltà e sincerità. Intanto mi ha positivamente meravigliato la folla dei tanti presenti attenti.
Chi ha detto che il “parlare della fede” non interessi? Forse quello che non interessa più o sempre meno (vedi i giovani) è un parlare dogmatico senza spazio alla libertà del pensiero che ha il diritto di indagare e cercare un linguaggio meno disincarnato e spesso solo per iniziati. Questa ricerca non può essere apologetica, per “provare” ciò che si crede comunque lo si creda. E’ invece il raccogliersi in silenzio per vivere quello che si crede, nell’approfondire i valori nella vita e non solo elencarli a memoria. E’ la “ricerca spirituale” che sembra mancare nel nostro mondo e della quale c’è tanto desiderio e ricerca, a volte anche sbagliando direzione e affidandosi al mercato del religioso, intriso di “oggetti”, ma povero di “significati”. Ascoltavo con desiderio di andare oltre: “Gesù e Cristo”.
Nel periodo delle domande ho chiesto al prof. Mancuso: ha mai pensato a scrivere altri due libri? Dopo: “Gesù e Cristo”, dove il Gesù della storia si ritrova costruito (non inventato) nel Cristo della fede, forse si dovrebbe pensare a uno su “Cristo e Chiesa”, perché il Cristo della fede lo troviamo poi vestito di Chiesa (Chiesa corpo di Cristo) e poi un altro ancora: “Chiesa e Gerusalemme celeste, Regno di Dio…”, che si avvicina alla visione di Teilhard de Chardin e il suo “Punto Omega”.
È questa “Chiesa”, che siamo noi, e che dovremmo renderla(ci) sempre più simile alla presenza del Signore Gesù perché il Cristo vive nel suo Corpo=la Chiesa. Visione questa che mi affascina più di ogni altra devozione, importanti comunque per mantenere viva la fiammella della fede. Ma non basta per cambiare il mondo in Regno di Dio.
Per questo ho anche domandato al prof. Mancuso: cosa suggerirebbe lei per educare la comunità cristiana seduta nei banchi della domenica, a “… vivere la verità nell’amore crescendo sotto ogni aspetto in colui che è il capo, Cristo” (da: Ef 4:15)? Qui ha citato un lavoro di Peter Berger: “L’imperativo eretico” (1979) dove il sociologo sottolinea che la fede non è più data per scontata, ma è “scelta” personale di un cammino in relazione con il mistero, per cui essere eretico non vuol dire negare la verità, ma cercare di capirla meglio per viverla e non solo pregarla a parole.
Mancuso ha terminato la sua lezione leggendo in piedi una frase di Pietro Martinetti, unico filosofo tra i professori a rifiutare il giuramento, nel 1931, al fascismo, e al quale l’autore di “Gesù e Cristo” ha dedicato il suo libro: “Sono possibili anche oggi una fede e una vita cristiana. Ciò che è essenziale è che questa fede conservi la sua purezza. Bisogna ricordare che la realtà divina è data a noi qui solo come presentimento e un annunzio e che ogni tentativo di fissare la fede in rappresentazioni dogmatiche è superstizione. Soprattutto bisogna che la fede resti un tesoro segreto dell’anima”.
A me ha scritto sul suo libro: “A don Gianni con sentimento fraterno, dedico questo libro per la sua ricerca spirituale”. Grazie, compagno di viaggio.
Don Gianni Carparelli
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