Roma – (sil.co.) – Da Rebibbia diceva: “Qui è come al Grand Hotel”. C’è anche il viterbese Giuliano Cappoli, nato nel capoluogo il 23 marzo 1993, tra i 18 arrestati mercoledì 6 maggio dai carabinieri del Tuscolano che, coordinati dalla Dda, hanno sgominato il cartello del narcotraffico romano.
Blitz contro il narcotraffico – Tra gli arrestati un 33enne viterbese
Ai vertici del clan dei narcos proprio il viterbese Cappoli detto “Maverick” , e Grillà conosciuto come “Neymar”, figure ritenute centrali in una rete capace di gestire traffici internazionali di droga e di mantenere legami stretti con ambienti della criminalità organizzata riconducibili al clan Senese.
Particolarmente inquietante è il ruolo giocato dal carcere di Rebibbia, trasformato in una base operativa. Maverick avrebbe continuato a gestire il cartello della droga dalla casa circondariale di via Tiburtina, utilizzando telefonini criptati per impartire ordini, mantenere i contatti con i sodali e incidere sulle dinamiche interne del carcere.
Le accuse vanno dal traffico di stupefacenti, estorsioni, sequestri di persona, tentati omicidi e spedizioni punitive, tutte aggravate dal metodo mafioso.
“Qui il boss sono io”, avrebbe detto Giuliano Cappoli, intendendo quartieri di Tuscolano, Cinecittà, Don Bosco a Roma. intercettato dai carabinieri mentre era in carcere per l’inchiesta “Grande Raccordo Criminale”, del 2019.”Se tu non mi paghi entro 15 giorni, vengo a Barcellona e ti strappo il collo”, avrebbe detto, sempre Maverick, a un mediatore marocchino che gli doveva 50mila euro, nell’ottobre 2025.
In alcuni casi la banda si sarebbe avvalsa, secondo le ricostruzioni dell’accusa, anche dell’aiuto di due agenti di polizia corrotti, anche loro indagati. Sul rapporto fra gli agenti e il boss Maverick, però, “necessitano di opportuni approfondimenti”, secondo quanto riportato dal gip nella sua ordinanza.
Nel novembre 2025, Maverick avrebbe avvertito un conoscente: “Ti devi mettere dentro una cella tranquilla, ti devi fare la galera. Non puoi stare dentro dove reggono i telefonini, ti accollano i telefoni e ti prendono per il collo”. E ancora: “Non parlare all’aria, non parlare ai colloqui, non parlare da nessuna parte”.
Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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