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Intesa sindaca e Forza Italia - Interviene Giacomo Barelli (FI): "Si può denunciare la vecchia politica e poi praticarne i metodi nelle partite che contano?"

“Accordo Frontini-Romoli, il civismo finisce dove comincia il potere…”

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Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Non prendiamoci in giro: l’accordo tra Chiara Frontini e Romoli per le elezioni provinciali non è un passaggio tecnico, non è una semplice scelta amministrativa, non è una normale convergenza istituzionale. È un fatto politico enorme. Ed è soprattutto il punto in cui una certa narrazione civica mostra tutta la sua fragilità.

Chiara Frontini e Alessandro Romoli

Chiara Frontini e Alessandro Romoli


Per anni Chiara Frontini ha costruito la propria immagine politica contrapponendosi ai partiti. Ha raccontato ai viterbesi di essere l’alternativa ai vecchi schemi, ai giochi di corrente, agli accordi di palazzo, alle logiche degli apparati. Ha vinto anche su questo: sulla promessa di rompere con un modo di fare politica che a Viterbo conosciamo fin troppo bene.

Oggi, però, quella promessa sbatte contro la realtà.

L’accordo con Romoli e con l’area di Forza Italia per le provinciali dimostra che il civismo, quando non è sorretto da una vera coerenza politica, rischia di diventare soltanto una parola buona per la campagna elettorale. Una bandiera da sventolare quando serve raccogliere consenso, salvo poi ripiegare, al momento opportuno, sui meccanismi più tradizionali della politica locale.

E il punto è proprio questo: le provinciali non sono nemmeno elezioni vere nel senso pieno del termine. Non votano i cittadini. Votano sindaci e consiglieri comunali. È una partita di secondo grado, giocata dentro i palazzi, tra amministratori, gruppi, cordate e rapporti di forza. Non c’è una grande battaglia ideale. Non c’è un progetto limpido per Viterbo o per la Tuscia. Non c’è una visione pubblicamente spiegata alla città.

C’è, piuttosto, l’impressione molto netta di un’operazione costruita attorno agli equilibri, alle convenienze reciproche e all’occupazione degli spazi di potere.

Sia chiaro: nessuno pretende che il civismo viva chiuso in una torre d’avorio. Nessuno dice che una lista civica non possa dialogare con i partiti. La politica è anche alleanza, confronto, compromesso. Ma il compromesso è nobile quando è trasparente, quando viene spiegato, quando nasce da un progetto comune e da obiettivi amministrativi chiari.

Qui, invece, di politico nel senso alto del termine si vede poco. Si vede molto di più la vecchia politica che rientra dalla finestra dopo essere stata cacciata dalla porta.

Frontini ha costruito la propria fortuna proprio criticando queste dinamiche. Ha detto ai cittadini: noi siamo diversi. Noi non siamo quelli degli accordi sottobanco. Noi non siamo quelli delle correnti. Noi non siamo quelli delle trattative di palazzo. Oggi, però, il patto con Romoli racconta un’altra storia. Racconta che, quando si tratta di pesare negli equilibri provinciali, anche il civismo frontiniano sa muoversi benissimo dentro le logiche che aveva promesso di superare.

E allora la domanda politica è inevitabile: dov’è finita la diversità?

Perché qui non siamo davanti a una scelta marginale. Siamo davanti a un cambio di postura. Il civismo che si presentava come alternativa ai partiti oggi si accomoda con un pezzo importante del sistema politico tradizionale. Il civismo che denunciava gli apparati oggi entra nella loro grammatica. Il civismo che prometteva discontinuità oggi appare pienamente inserito nella continuità dei soliti equilibri locali.

Questo accordo non scandalizza perché Frontini parla con un partito. Scandalizza politicamente perché lo fa senza che emerga una visione, senza che la città capisca quale progetto ci sia dietro, senza che i cittadini vengano messi davvero al centro della scelta.

E quando manca il progetto, resta solo il potere.

Il patto Frontini-Romoli è duro da digerire proprio per questo: perché rende evidente una contraddizione profonda. Si può costruire consenso contro i partiti e poi cercare il sostegno dei partiti quando conviene? Si può denunciare la vecchia politica e poi praticarne i metodi nelle partite che contano? Si può usare il civismo come marchio identitario e poi piegarlo agli accordi di palazzo?

Viterbo - Giacomo Barelli

Viterbo – Giacomo Barelli


A mio giudizio, no.

La politica ha bisogno di coerenza. Soprattutto quando per anni si è chiesto agli elettori di credere in una diversità morale e politica rispetto al passato. Perché se quella diversità, alla prova dei fatti, si scioglie dentro una trattativa provinciale, allora il problema non è solo l’accordo di oggi. Il problema è la credibilità complessiva di una stagione politica.

E la credibilità, una volta incrinata, non si recupera con gli slogan.

Il rischio è che a pagare il prezzo più alto non sia soltanto Chiara Frontini, ma l’idea stessa di civismo. Perché se il civismo diventa un’etichetta da usare quando conviene, se diventa un vestito buono per presentarsi agli elettori e poi comportarsi come tutti gli altri, allora i cittadini finiranno per non crederci più.

E avrebbero ragione.

Viterbo non ha bisogno di nuove maschere per vecchie logiche. Non ha bisogno di civismo di facciata. Non ha bisogno di accordi costruiti dentro le stanze e poi venduti come scelte naturali o inevitabili.

Viterbo ha bisogno di chiarezza, coraggio e coerenza.

L’accordo Frontini-Romoli, invece, va nella direzione opposta: quella della politica che si adatta, si sistema, si riposiziona. La politica che dice di voler cambiare tutto e poi, quando arriva il momento di contare davvero, sceglie le vecchie strade del potere locale.

Altro che rivoluzione civica.

Qui siamo davanti alla normalizzazione del civismo dentro il sistema che diceva di voler combattere.

Giacomo Barelli (FI)


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25 maggio, 2026

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