Viterbo – “Libertà, uguaglianza e giustizia: al di sopra della raccapricciante prospettiva del trionfo del male, si ergono i principi della costituzione”. Il prefetto Sergio Pomponio questa mattina alla celebrazione dell’80esimo anniversario della fondazione della Repubblica italiana, in piazza San Lorenzo.
La festa della Repubblica, è celebrata in ricordo del referendum istituzionale del 1946, con cui gli italiani scelsero la repubblica al posto della monarchia. Fu un passaggio storico decisivo per la rinascita democratica del paese dopo la seconda guerra mondiale, e segnò l’inizio di una nuova fase della storia italiana. Culminata con l’entrata in vigore della costituzione nel 1948.
Viterbo – 2 giugno – La cerimonia dell’80esimo anniversario della Repubblica – Sergio Pomponio
Il prefetto Sergio Pomponio ha fatto il suo ingresso in piazza passando in rassegna lo schieramento. Rappresentanti dell’aviazione dell’esercito, polizia, carabinieri e finanza per rendere gli onori al prefetto. Tra le varie figure istituzionali presenti, la sindaca Chiara Frontini e parte dell’amministrazione, il consigliere regionale Daniele Sabatini, Luigi Pasqualetti presidente della fondazione Carivit, la vicepresidente del parlamento europeo Antonella Sberna, il vescovo Orazio Francesco Piazza, il capofacchino Luigi Aspromonte, il presidente dell’Anpi Enrico Mezzetti, il presidente della provincia Alessandro Romoli e numerosi sindaci da tutti i paesi della provincia.
Dopo che la banda dell’aviazione dell’esercito ha intonato l’inno nazionale, è stato letto il messaggio da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in cui ha ricordato il delicato momento in transizione di 80 anni fa, in cui donne e uomini hanno esercitato il diritto di voto grazie al funzionamento della complessa macchina elettorale. Ha poi elogiato l’opera dei prefetti, che ogni giorno si adoperano per difendere la libertà democratica, soprattutto in situazioni di emergenza con l’organizzazione degli organi di sicurezza.
Viterbo – 2 giugno – La cerimonia dell’80esimo anniversario della Repubblica – Chiara Frontini
La sindaca Chiara Frontini non manca di ricordare che per la prima volta, 80 anni fa “anche grazie alle donne, per la loro ostinata fiducia nel futuro, fu istituita la democrazia. Il nostro pensiero deve andare a quella generazione di donne e uomini che seppe trasformare la distruzione in speranza”.
“La costituzione – ha continuato la sindaca – è il massimo patto civile, che continua a parlare al presente e rappresenta la responsabilità condivisa di tutti noi. Oggi spetta alle nuove generazioni continuare il cammino che quel giorno fu intrapreso. I giovani sono il presente di questo paese, e in loro vive la forza necessaria per mantenere luminosa quella luce che fu accesa il 2 giugno del 1946”.
Anche il presidente della provincia Alessandro Romoli, ha evidenziato che “la maggior parte degli elettori si affidò, non conoscendo ancora la democrazia, alla convinzione che il futuro d’Italia dovesse basarsi sui cittadini e il confronto democratico. Un passaggio destinato a cambiare per sempre il futuro della nostra nazione. Da all’ora la presenza femminile ha contribuito in modo decisivo alla crescita del paese. Questa ricorrenza però, parla anche alle nuove generazioni per continuare a perseverare i principi che quel giorno furono istituiti“.
Viterbo – 2 giugno – La cerimonia dell’80esimo anniversario della Repubblica
Il prefetto Sergio Pomponio invece, prima della consegna delle onorificenze e della medaglia d’onore, ha ringraziato tutti i cittadini e le istituzioni di Viterbo per averlo accolto con fiducia. “Talvolta dimentichiamo che la sicurezza è basata sull’identificazione della dignità umana, e sulla cura del bisogno morale, più che di quello economico”.
Pomponio ha poi parlato della guerra, che angoscia tragicamente ampia parte di mondo, anche coloro che non sono all’interno di conflitti. “La libertà e la giustizia sociale sono raggiungibili solo in un clima di pace, ma la libertà non si attua senza giustizia sociale. È dunque necessario che la democrazia venga riconosciuta dal basso, tutelando l’individuo ma senza che esso prevalga mai sul bene comune. Il regime democratico, più di ogni altro, erge il popolo, che ha l’obbligo di avere il senso di responsabilità del governo, il senso morale per i diritti altrui e di non abusare delle istituzioni democratiche. Dobbiamo tendere la nostra azione al bene comune, in nome della repubblica e dell’Italia”.
Le onorificenze Omri vengono conferite a cittadini che si sono distinti per meriti civili, professionali, sociali, culturali, scientifici, umanitari o per il servizio reso alla nazione. La consegna è andata a Sergio Corsi e Patrizia Moneta, Federico Bastianini, Lorenzo Bolla, Stefano Filippi, Fabio Vincenzo Veraci, Luca Mecchia, Luigi Rabella, Evalisto Cerrini, Giuseppe Feliciani, Luca Ingrosso e Pierpaolo Turicchi.
Mentre la medaglia d’onore per i militari che sono stati nei campi di concentramento è stata consegnata alla famiglia di Orlando Fiocchetti. Terminata la cerimonia è stata aperta, in piazza del Plebiscito, la mostra documentale dell’archivio di stato.
Nicole Tarantello
Articoli: Festa della Repubblica, Giampieri saluta la città: “Essere stato il vostro sindaco è stato il più grande onore della mia vita” – Alessandro Romoli: “La Repubblica vive attraverso il lavoro delle istituzioni e di tutti coloro che ogni giorno operano per il bene comune” – “80 anni fa una scelta di coraggio e speranza che ha cambiato la nostra storia”, gli interventi del mondo politico e istituzionale
Il discorso integrale della sindaca Chiara Frontini
Illustri Autorità civili, militari e religiose, rappresentanti delle istituzioni, cittadine e cittadini, oggi celebriamo la Festa della Repubblica. Celebriamo il giorno in cui gli italiani scelsero di diventare protagonisti del proprio destino.
Ottant’anni fa, il 2 giugno 1946, il nostro Paese usciva da una delle pagine più dolorose della sua storia. Le città portavano ancora i segni della guerra, le famiglie custodivano ferite profonde, l’Italia era chiamata a ricostruire non soltanto case, strade e infrastrutture, ma la propria coscienza civile. Come ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quel voto rappresentò una svolta nella storia del paese e pose le basi di un nuovo patto civile, ispirato ai principi di libertà, uguaglianza e solidarietà. Poche settimane fa, nella Sala d’Ercole del Palazzo dei Priori, abbiamo celebrato gli ottant’anni dal primo Consiglio comunale democraticamente eletto di Viterbo. Abbiamo ricordato il momento in cui la nostra città tornò a decidere liberamente del proprio destino e in cui, per la prima volta, anche le donne entrarono pienamente nella vita democratica della comunità.
È impossibile ricordare la nascita della Repubblica senza fermarsi su questo passaggio storico. Per la prima volta la cittadinanza italiana si esprimeva nella sua interezza. Per la prima volta la democrazia assumeva il volto di un popolo intero. Le donne che avevano sostenuto il peso della guerra, che avevano custodito le famiglie nei momenti più difficili, che avevano affrontato privazioni, lutti e sacrifici, entrarono finalmente nella vita pubblica da protagoniste. La Repubblica nacque anche grazie a loro. Nacque dalla loro forza silenziosa, dalla loro capacità di tenere unite le comunità quando tutto sembrava andare in pezzi, dalla loro fiducia ostinata nel futuro.
Per questo, nell’anno in cui celebriamo gli ottant’anni della Repubblica, il nostro pensiero deve andare a quella generazione di donne e uomini che seppe trasformare il dolore in speranza e la distruzione in un nuovo inizio. La Repubblica non è nata come un semplice assetto istituzionale. È nata come una promessa. La promessa che la libertà non sarebbe mai più stata negata. La promessa che la dignità della persona sarebbe stata il fondamento della convivenza civile. La promessa che il confronto avrebbe sostituito la violenza, che il diritto avrebbe prevalso sull’arbitrio, che il bene comune sarebbe diventato il punto di riferimento dell’azione pubblica. Da quella scelta è nata la Costituzione, il più alto patto civile della nostra comunità nazionale. Un testo che non appartiene al passato, ma continua a parlare al presente. Perché i suoi valori — libertà, uguaglianza, solidarietà, partecipazione — non sono conquiste definitive. Sono responsabilità quotidiane. Come ha ricordato il Presidente Mattarella, i valori della Costituzione vivono nell’azione di quanti ogni giorno si pongono al servizio della collettività. La Repubblica non appartiene soltanto alle istituzioni. Appartiene a una responsabilità condivisa che coinvolge ciascuno di noi. Si rafforza quando prevale il senso del dovere, quando ciascuno contribuisce al bene comune, quando la comunità sceglie di essere più forte degli interessi individuali. Ogni generazione è chiamata a custodire questi valori e a rinnovarli. Anche e soprattutto la nostra.
Viviamo in un tempo complesso, attraversato da conflitti, trasformazioni tecnologiche, nuove fragilità sociali e sfide globali che sembrano spesso più grandi delle nostre possibilità. Eppure la lezione che ci arriva dal 1946 è ancora attuale. Chi ci ha preceduto affrontò prove enormemente più dure delle nostre. Eppure trovò il coraggio di guardare avanti. Non scelse la paura. Scelse la fiducia. Non scelse la divisione. Scelse la comunità. Non scelse l’indifferenza. Scelse la partecipazione.
È questo il significato più profondo della Repubblica: ricordarci che il futuro non è qualcosa che accade, ma qualcosa che costruiamo insieme. E per questo il nostro pensiero deve rivolgersi soprattutto ai più giovani.
Ottant’anni fa una generazione ebbe il coraggio di ricostruire l’Italia. Oggi spetta alle nuove generazioni continuare quel cammino, affrontando sfide diverse ma non meno importanti: la tutela della democrazia, la coesione sociale, la sostenibilità, l’innovazione, la pace. I ragazzi e le ragazze di oggi non sono soltanto il futuro del Paese. Sono già parte del suo presente. Nelle loro idee, nel loro impegno e nella loro partecipazione vive la forza con cui la Repubblica saprà affrontare i prossimi decenni. Per questo la Festa della Repubblica non riguarda soltanto le istituzioni. Riguarda ogni cittadino. Riguarda chi educa, chi lavora, chi studia, chi si prende cura degli altri, chi serve lo Stato nelle Forze Armate, nelle Forze dell’Ordine, nella Protezione Civile, nel volontariato, nella scuola, nella sanità e nelle amministrazioni pubbliche.
La Repubblica vive ogni volta che qualcuno mette il proprio impegno al servizio della comunità. Vive nei gesti quotidiani di responsabilità e di solidarietà che tengono unito il Paese. E vive anche qui, a Viterbo. In questa città che conosce il valore della propria storia e che continua a guardare al futuro con fiducia. Una città che, come l’Italia di ottant’anni fa, sa che il progresso non nasce dall’attesa ma dalla partecipazione. Che la democrazia non è mai un’eredità garantita, ma una costruzione collettiva. Che la libertà richiede cura, presenza e responsabilità.
Ottant’anni fa venne accesa una luce che ancora oggi illumina il nostro cammino. Sta a noi custodirla. Sta a noi trasmetterla alle nuove generazioni più forte di come l’abbiamo ricevuta. Perché saranno loro, come ha ricordato il Presidente Mattarella, i prossimi ottant’anni della Repubblica. A noi spetta il compito di consegnare loro istituzioni credibili, comunità coese e una democrazia viva. A loro spetterà il compito di continuare a farla crescere. È questo il significato più autentico della Festa della Repubblica: riconoscere ciò che abbiamo ricevuto e assumere insieme la responsabilità di ciò che lasceremo. Con gratitudine verso chi ci ha preceduto. Con rispetto per le istituzioni della Repubblica. Con fiducia nelle capacità del nostro Paese.
Viva Viterbo. Viva la Repubblica. Viva l’Italia.
Il discorso integrale del prefetto Sergio Pomponio
Carissime cittadine, carissimi cittadini, per la prima volta, ho l’onore di presiedere a Viterbo le celebrazioni per l’anniversario della proclamazione della Repubblica Italiana.
L’emozione che traspare dal timbro di voce non deve però impedirmi di esprimere, insieme a tutti Voi, la fierezza e la fedeltà per questa 80sima ricorrenza.
Fierezza per la nostra appartenenza identitaria ad una Nazione e ad un Paese che ha contribuito, con l’ingegno, l’entusiasmo, la cultura, la dedizione, il lavoro e la passione dei suoi figli, al progresso dell’Europa, dell’Occidente e del mondo intero. Fedeltà ai valori della Repubblica, incarnati e proclamati dalla Carta Costituzionale:
– baluardo di libertà e democrazia;
– riconoscimento della dignità umana e dei diritti inviolabili della persona (preesistenti, nella loro assolutezza, a qualsiasi forma di potere costituito, nel contempo non esercitabili al di fuori dei rispettivi doveri e al di sopra delle società e della storia);
– dichiarazione di impegno, individuale e collettivo, per tutelarli e difenderli, consentendone l’effettivo esercizio.
Nella mia veste di prefetto e di responsabile dell’Ufficio territoriale del Governo, desidero innanzitutto esprimere, con sincera naturalezza, sentimenti di profonda gratitudine verso l’intera comunità viterbese, che fin dal mio arrivo mi ha accolto con fiducia, stima ed affetto e verso i suoi rappresentanti elettivi, a cominciare dal Sindaco del Capoluogo e dal Presidente della Provincia, per proseguire con i parlamentari europei, nazionali e regionali e per concludere con gli altri Sindaci, tutti accomunati dalla premurosa attenzione e dall’acuta sensibilità verso i problemi emergenti e le legittime aspirazioni dei cittadini, che costituiscono anche per la Prefettura un continuo sprone ad operare al meglio.
Ringrazio e saluto i rappresentanti dell’Ordine Giudiziario e delle Forze di Polizia, con i quali condivido la passione per la tutela e la difesa dei diritti e della giustizia; le massime autorità ecclesiastiche e le altre autorità civili e religiose, i responsabili della sanità, del soccorso pubblico e privato, dell’associazionismo e del volontariato, del mondo della cultura, dell’università e della scuola; gli esponenti del florido tessuto economico e produttivo, le rispettive organizzazioni di categoria e sindacali. Manifesto, inoltre, la più sincera riconoscenza verso tutte le istituzioni pubbliche e private ed ognuno dei loro componenti, che, spesso a titolo personale, con altruismo ed abnegazione, si prodigano per comprendere, affrontare e contribuire a risolvere le necessità dei fragili e bisognosi, degli emarginati, dei reietti, delle persone confinate nell’anonimato e nel buio della solitudine. Talvolta dimentichiamo che la sicurezza pubblica si persegue anzitutto attraverso l’identificazione e la cura del bisogno, che è morale, prima ancora che economico, e quindi mediante il riconoscimento della dignità umana e l’impegno concreto e costante per garantirla.
Non diversamente da quanto accaduto alle commemorazioni degli ultimi quattro anni, anche nel 2026 siamo costretti a constatare come rimanga centrale, nel dibattito istituzionale e nelle più vive preoccupazioni della gente, il tema della pace, che angoscia tragicamente ampie aree del mondo, anche quelle non attraversate da conflitti bellici conclamati, ma comunque sconvolte da un’interminabile scia di sangue, miseria, dolore e sofferenze, collettive e individuali, in processi di progressiva e sempre più aspra disumanizzazione, che sembrano inarrestabili, dove le ragioni della forza e del sopruso ottundono la forza della ragione e le ragioni del cuore.
Gli sforzi della comunità internazionale – direi meglio, l’afflato a far emergere sentimenti di fratellanza universale e di protezione delle vittime più fragili ed indifese di questa débâcle collettiva del senso di umanità – cui il nostro Paese partecipa attivamente e gli appelli che, tra i più accorati, il Pontefice e il Presidente Mattarella continuano a rivolgere ai potenti della terra, non hanno finora riscosso il successo sperato.
Le ragioni dell’evidenza affermano dunque che è difficile sperare nella pace finché continuano a rimbombare i cannoni e le grida di disperazione a squarciare il cielo.
Già Immanuel Kant, nell’opuscolo Per la pace perpetua, elencava, tra le condizioni preliminari per raggiungerla, che “Nessun trattato di pace può considerarsi tale, se è fatto con la tacita riserva di pretesti per una guerra futura” e che “Nessuno Stato indipendente può venire acquistato da un altro, per successione ereditaria, scambio, compera o donazione” (noi aggiungeremmo “con le armi o con il ricatto economico-finanziario, o ancora con la potenza dell’intelligenza artificiale”).
Né possiamo illuderci di ritenere vera fino a prova contraria l’affermazione che “la bellezza salverà il mondo”, citando a sproposito, con enfasi estetizzante, la celebre frase che Dostoevskij attribuisce al principe Mishkin nel romanzo L’Idiota, peraltro nei termini di un interrogativo, che chiama in causa la questione di un riscatto del mondo, il suo possibile affrancamento dal male, rappresentato in quel contesto da una cappa di violenza e di morte che aleggia su vicende amorose destinate a precipitare in tragedia.
La bellezza ahimè non è quella armoniosa e ideale che l’umanesimo rinascimentale ha posto a fondamento della rappresentazione artistica del reale e nemmeno quella della Tuscia viterbese che il nostro sguardo stupito può contemplare in un’alba di tramontana. Un acuto critico ha scritto che “la bellezza è il nome che Dostoevskij dà all’inequivocabile manifestarsi del bene, con i tratti dell’irremovibilità con cui la bontà custodisce la propria perseverante giustizia. E’ il bello del bene. Esso consiste nel fatto che, se necessario, perde anche la faccia, se questo serve a preservarne l’integrità”.
Tuttavia, proprio contro questa fosca e raccapricciante prospettiva di un trionfo del Male, si erge la Costituzione Repubblicana – che da quel Male apparentemente sconfitto con perdite gravissime ha tratto origine – proponendo alcuni, crediamo non banali, rimedi: il principio della libertà dei membri della società (come persone), la dipendenza da un’unica comune legislazione; la legge dell’uguaglianza di tutti (come cittadini).
Scrivevano i nostri costituenti: “Dobbiamo risolvere il grande problema di una più equa circolazione e ripartizione dei beni, messi a nostra disposizione dal progresso…Il mondo oggi è in ansia perché avverte che libertà e giustizia sociale si difendono e si raggiungono solo in un clima di sicurezza e di pace. Libertà-Giustizia-Pace: per salvare la libertà bisogna salvare la pace, ma il regime di libertà non si salva se non si attua la giustizia sociale”.
L’idea nuova che si afferma nella Costituzione Repubblicana, allorquando essa riconosce il fondamento della democrazia “dal basso”, porta necessariamente a rivendicare nell’uomo, nella persona in carne ed ossa e non nell’individuo ideale, il principio spirituale indipendente dalla società, il suo motore dinamico.
Bandendo i localismi ed i rischi connessi al sopravvento del particolare sul generale e dell’interesse individuale sul bene collettivo, occorre dunque impedire che le società si dissolvano per dissoluzione dei loro valori etici.
Le fasi storiche che stiamo attraversando, segnate dal rapido sovrapporsi ed esaurirsi di scenari epocali (dai conflitti medio-orientali a quello russo-ucraino; dalle crisi climatiche e dagli sconvolgimenti ambientali alle migrazioni di interi popoli; dal dibattito sull’allargamento o rifondazione dell’Unione Europea ai nuovi rapporti con i Paesi emergenti; dalla crisi demografica alla senescenza del modello occidentale), ci impongono una scelta non negoziabile, che è la scelta per la partecipazione attiva e responsabile alla vita democratica ed alle istituzioni della Repubblica.
Se poi riflettiamo sulle persistenti minacce di alterazione patologica dei rapporti tra le persone, sempre più esposte ad una violenza crescente ed immotivata, che trova le sue manifestazioni più odiose nelle violenze di gruppo e nei confronti delle donne; sulle difficoltà del sistema amministrativo ad adattarsi, governandole, alle dinamiche di una società in vorticosa trasformazione; sulle problematiche poste con rinnovata evidenza dall’accoglienza e dall’integrazione degli immigrati (soprattutto quelli di seconda generazione); sul contrasto ad ogni forma di criminalità, organizzata e non; sulla necessità di valorizzare l’imprenditoria più giovane e creativa, sostenendola in un mercato globale sempre più aggressivo; sull’ineludibilità di completare i processi di rinnovamento connessi al PNRR, ci rendiamo conto che le sfide cui è chiamata la Repubblica e tutti i suoi cittadini postulano la partecipazione personale e attiva, che ha il punto di partenza nel sistema delle autonomie locali e nel mondo dell’associazionismo e della solidarietà sociale.
Desidero chiudere con una nota di ottimismo.
Quest’anno si celebra l’ottavo centenario dell’incontro di Frate Francesco con Sorella Morte.
Soltanto due anni prima, il Poverello di Assisi, a conclusione del Cantico delle Creature. sebbene ormai cieco e fortemente prostrato nel fisico, non si stancava di lodare “l’Altissimo, onnipotente, bon Signore”, soprattutto per le opere del creato. Pur non riuscendo più a vederle, egli era in grado di contemplarle con il cuore, con la gratitudine di chi sa di aver ricevuto tutto in dono.
Tra le tante interpretazioni di questo testo capitale, uno dei fondamenti della letteratura italiana, ho sempre preferito – ed ancor più oggi, in un tempo animato dal compulsivo desiderio di autoaffermazione, da una volontà di potenza che non si pone limiti – l’interpretazione, dicevo, che non vede nel Cantico di Frate Sole soltanto l’espressione di una visione idilliaca del mondo e dell’esistenza, quanto piuttosto il risultato finale di una vita spesa per gli altri.
Il Cantico, che giunge al termine di un lungo itinerario di prove e combattimenti, lascia vedere, proprio attraverso la luce e la serenità che ne irradiano, la riconciliazione, profonda e totale, di un uomo con le forze vive e originarie della sua anima.
Il creato, la sua armonia e la sua bellezza, la pace ed i suoi innumerevoli benefici si difendono solo riconciliandosi con essi, ossia vincendo l’istinto di sopraffazione e di autodistruzione, la volontà di affermarsi sempre e ad ogni costo, passando oltre le sofferenze e i bisogni altrui, arrivando a negarne la necessità e l’urgenza, se non addirittura l’esistenza, ogni qual volta essi non costituiscano semplici strumenti per affermare la nostra supremazia.
Ma esiste un altro sistema politico, che non sia quello democratico e repubblicano, nel quale ciascun cittadino può fornire consapevolmente il suo contributo, singolarmente ed unicamente decisivo, che sia in grado di sostenere e favorire la difesa del creato e delle sue bellezze?
Certo, bisognerà partecipare attivamente alla vita politica e sociale, essere cittadino in ogni accezione del termine. Come scriveva Platone nel Libro Quinto della Politeia, la comunità deve essere “quanto più possibile prossima alla condizione di un solo uomo”, nel senso che sia capace di una condivisione immediata e simultanea dei sentimenti che sono alla base dell’agire umano: il dolore ed il piacere.
E non può non tornare alla memoria il celebre discorso tenuto da Alcide De Gasperi al Palazzo delle Belle Arti di Bruxelles il 20 novembre 1948: “il regime democratico, fondato sul popolo, dipende più di ogni altro, non solo dalla coscienza morale dei cittadini, ma anche dai costumi che regolano la loro comunità.
Il popolo sovrano deve avere il senso della responsabilità di governo, il sentimento della solidarietà e della comunità, la forza morale di limitare le proprie libertà in confronto dei diritti altrui e l’energia di non abusare delle istituzioni democratiche per interessi di parte o di classe”.
Questa è l’essenza della nostra Repubblica, questa l’anima della nostra democrazia: un principio identitario che invoca la consapevolezza di sé, dell’altro e delle istituzioni, del senso di appartenenza ad una comunità, che da quella nazionale si amplia fino a comprendere quella europea e mondiale.
E’ tuttavia evidente che questa comunità, la società civile, in una parola la Repubblica, non devono attendere le tragedie, le emergenze, i disastri per compattarsi, dimostrare coesione e spirito solidaristico; né le istituzioni avvertire il senso di responsabilità o percepire la consapevolezza del fare soltanto nelle sempre più frequenti occasioni in cui viene messa alla prova la capacità di prevenire i mali, che pongono a repentaglio la sopravvivenza stessa della polis (come avrebbe detto Platone). A fondare e tenere unita e viva la Repubblica sono e saranno sempre di più l’esercizio quotidiano delle responsabilità, la coscienza individuale e collettiva dei doveri civici, la tensione costante verso l’uguaglianza sostanziale, l’impegno perseverante per la giustizia sociale, la difesa dell’ambiente e della natura, la tutela del paesaggio e dei beni culturali, il sostegno dei deboli e dei fragili, l’attenzione al disagio e la promozione del riscatto sociale ed economico.
In ultima istanza – e in conclusione – è l’urgenza di lavorare quotidianamente per la realizzazione del bene collettivo quell’orizzonte imperativo verso cui pubbliche istituzioni, gruppi sociali e privati cittadini dobbiamo senza compromessi tendere la nostra azione comune, sì da poter consapevolmente affermare: viva la Repubblica! Viva l’Italia!
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