Ambiente - La riflessione del presidente del Comitato per la salvaguardia del territorio di Corchiano e della Tuscia, Rodolfo Ridolfi
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Corchiano – Riceviamo e pubblichiamo – I recenti interventi del governo in merito al Disegno di legge sulla delega al nucleare sostenibile, attualmente in prima lettura alla Camera, hanno riacceso prepotentemente i riflettori su una delle questioni più spinose e irrisolte del nostro Paese: il Deposito Nazionale dei rifiuti radioattivi.
Mentre la politica torna a parlare di atomo, mini-reattori Ssm e nuove strategie energetiche, si riapre inevitabilmente la ferita della gestione delle scorie. Un dibattito che si trascina dietro decenni di rinvii, proteste locali e un’urgenza ambientale che non si può più ignorare.
Al centro della tempesta c’è l’infrastruttura di superficie progettata da Sogin per mettere in sicurezza i residui dello smantellamento delle nostre vecchie centrali, ma anche i rifiuti prodotti ogni giorno dalla medicina nucleare, dalla ricerca, dall’industria e dallo smantellamento delle armi.
Sulla carta, il progetto prevede una struttura a barriere ingegneristiche multiple concepita per resistere almeno 300 anni, il tempo necessario a far decadere i radionuclidi a bassa attività. In tutto, l’infrastruttura dovrebbe ospitare circa 95.000 metri cubi di materiali. La fetta più grande, circa 78.000 metri cubi, è composta da rifiuti a molto bassa e bassa attività, per i quali il deposito rappresenterà la tomba definitiva. Ci sono però altri 17.000 metri cubi di scorie a media e alta attività, compreso il combustibile irraggiato delle vecchie centrali che attualmente si trova all’estero per il riprocessamento e che entro poco più di un decennio dovrà rientrare in Italia ed è proprio qui che incontriamo una delle contraddizioni che rendono questo progetto inaccettabile: per anni si è raccontato al pubblico che il sito sarebbe servito solo per le scorie a bassa attività e invece, a fine novembre 2020 – un mese prima della pubblicazione della Cnapi (Carta nazionale delle aree potenzialmente idonee) – l’Isin ha pubblicato la Guida Tecnica n. 30 [^1], che ha cambiato le carte in tavola regolamentando lo stoccaggio temporaneo di lunga durata – parliamo di 50 anni, ma sicuramente oltre i 100 – proprio per i rifiuti ad alta attività. Si è creato così un paradosso: un sito giudicato idoneo per ospitare materiali leggeri in via definitiva viene considerato automaticamente sicuro per tenere in pancia, seppur “temporaneamente”, scorie altamente radioattive.
Come se non bastasse la confusione normativa, a demolire la credibilità scientifica del piano ci si sono messi i criteri di selezione del territorio.
La Guida Tecnica n. 29 parla chiaro: un’area, per essere idonea, deve mostrare una piena rispondenza a tutti i livelli di sicurezza, senza sconti o deroghe su sismicità, idrologia o distanze.
Eppure, la famigerata Cnapi (e la successiva Cnai, la Carta nazionale delle aree idonee) non è nata da campagne di scavo o studi aggiornati allo stato attuale dei luoghi, ma da vecchie analisi bibliografiche basate su documenti e mappe datati anche di sessanta anni.
Quando si è aperta la consultazione pubblica, i nodi sono venuti al pettine. Analisi dettagliate condotte da tecnici indipendenti ed enti locali hanno dimostrato che tutte le aree scelte nella Tuscia, semplicemente, non rispettavano alcuni dei criteri tassativi della Guida 29: falde acquifere superficiali, fragilità geomorfologiche, distanze non considerate e aspetti socioeconomici che i vecchi documenti adottati da Sogin avevano ignorato continuano ad essere inspiegabilmente ignorati anche oggi!
A conti fatti, appare come una scommessa decisamente audace e azzardata quella di voler collocare per ben 300 anni rifiuti radioattivi in superficie, in mezzo alle popolazioni, a due passi dalla Capitale e in aree che oggettivamente non hanno la piena rispondenza dei parametri di sicurezza, come previsto dalla Guida Tecnica 29. Il prezzo di questa scommessa, purtroppo, rischia di essere pagato interamente dai cittadini, costretti loro malgrado a subire una decisione calata dall’alto che sembra non tenere conto né delle valutazioni oggettive del terreno, né del più elementare buon senso.
A completare questo quadro già critico è arrivato il radicale shock geopolitico degli ultimi anni. Eppure, la storia recente avrebbe dovuto insegnarci qualcosa: già nel 2003, sulla scia dell’emozione e dei timori globali scatenati dagli attentati alle Torri Gemelle dell’11 settembre, l’Italia aveva cercato una strada diversa.
All’epoca, proprio per non esporre i materiali nucleari a speculazioni belliche o rischi terroristici, fu scelto di collocare i rifiuti radioattivi in un deposito geologico profondo, individuato nell’ex miniera di sale di Scanzano Jonico.
Quel tentativo poi fallì per via delle proteste popolari e della mancanza di concertazione, ma la logica di fondo di allora era strategica: togliere le scorie dalla superficie per sottrarle alla vista e alle minacce asimmetriche.
Oggi i recenti conflitti bellici hanno spazzato via ogni vecchio tabù: gli impianti nucleari non sono più zone franche, ma sono diventati bersagli militari, scudi tattici e strumenti di ricatto energetico e l’Italia ha già avuto i suoi campanelli d’allarme sul fronte della sicurezza, sia digitale che fisica.
Quattro anni fa, un gruppo di hacker ha violato i server di Sogin, rubando una massiccia mole di dati sensibili poi messi in vendita su un sito russo; un attacco informatico gravissimo su cui, nel più classico degli stili, è calato il silenzio e di cui oggi non abbiamo più notizie.
Non solo, due anni fa, un drone non ben identificato ha sorvolato indisturbato il sito Sogin di Ispra, dimostrando quanto sia facile violare dall’alto la sicurezza di un’area nucleare.
In un mondo segnato da guerre ibride, cyber-attacchi, spionaggio e droni suicidi, ha ancora senso ostinarsi a costruire un mega-deposito di superficie? Un bersaglio così ingombrante, facilmente individuabile e situato a ridosso di centri abitati, rischia di essere una costante bomba a orologeria. Non sarebbe più saggio, a questo punto, imitare i modelli europei più avanzati e isolare i rifiuti a centinaia di metri nel sottosuolo, dentro formazioni rocciose stabili e protette, lontano da qualsiasi minaccia aerea o cyber-sabotaggio? Ma soprattutto, nel 2026 conviene davvero portare avanti questo progetto in superficie?
E quanto costerà ai contribuenti la difesa militare di un sito del genere sia in termini economici che di rischio? Proteggere un obiettivo così sensibile richiederà inevitabilmente tecnologie anti-missile, no-fly zone permanenti, sistemi anti-drone e il dispiegamento costante di reparti delle forze armate.
Viste le attuali contingenze geopolitiche, considerato l’avvio del nuovo programma atomico all’orizzonte, che oggi prevede un’accelerazione sulla procedura di individuazione dell’area dove costruire il Deposito Nazionale, e, soprattutto, considerata la realtà dei territori emersa dalla consultazione pubblica e dai ricorsi alla Cnapi e alla Cnai è evidente che sia necessario cambiare radicalmente programma.
Continuare ad ostinarsi su un progetto nato per un momento storico ormai passato, basato su studi obsoleti non ha più senso. È tempo di abbandonare l’idea del deposito unico di superficie e trovare una soluzione alternativa, definitiva e profonda, che metta realmente al sicuro il Paese.
[^1] Guida Tecnica n. 30 (ISIN): È il documento ufficiale dell’autorità di regolamentazione nucleare italiana che stabilisce i requisiti di sicurezza e radioprotezione per i depositi di stoccaggio temporaneo di rifiuti radioattivi e combustibile irraggiato. Regola l’alloggiamento a lungo termine (fino a 50 anni e oltre) delle scorie a media e alta attività in strutture idonee prima della loro destinazione finale.
2 Guida Tecnica n. 29 (ISIN): Rappresenta il pilastro normativo per la localizzazione del Deposito Nazionale. Definisce i criteri di esclusione (come zone sismiche, aree franose o alluvionali, vicinanza alle coste) e i criteri di approfondimento necessari per valutare se un territorio risponda pienamente, e senza deroghe, ai massimi requisiti di sicurezza geologica e ambientale.
Rodolfo Ridolfi
Presidente del Comitato per la salvaguardia del territorio di Corchiano e della Tuscia
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