Viterbo – (sil.co.) –
Assolto dall’accusa di stalking ai danni di una vicina di casa, è costretto a vivere in una tenda nonostante possieda un appartamento di proprietà dove però gli è vietato stare..
Protagonista un 52enne viterbese raggiunto da una misura di prevenzione antimafia, accordata alla Dda dal tribunale di Roma, in quanto sottoposto a più procedimenti penali.
Il 52enne è noto alle cronache in quanto imputato in un processo per stalking, la cui vittima sarebbe stata una vicina di casa cinquantenne. Secondo l’accusa, tra le altre cose, avrebbe fatto trovare feci umane nel giardino della vicina, una cinquantenne residente nell’immediata periferia del capoluogo.
Il 14 maggio 2025, dopo avere trascorso otto mesi agli arresti domiciliari col braccialetto. è stato assolto dall’accusa di atti persecutori e rimesso subito in libertà, dopo che il giudice ha riqualificato il reato da atti persecutori in molestie, condannandolo a un mese di arresto e a un risarcimento di 1500 euro alla parte offesa. Col divieto però di avvicinarsi a meno di mille metri dalla casa della donna, nello stesso palazzo in cui ha la sua casa di proprietà.
La sera stessa gli amici hanno organizzato una fiaccolata per festeggiare la libertà riconquistata, anche se ha dovuto trasferirsi presso una struttura gestita nel capoluogo da un sacerdote. Ma ora è arrivata la tegola dell’antimafia, a causa della quale è finito letteralmente in mezzo a una strada.
“Tra le prescrizioni – spiega l’avvocato Luca Ragonesi, che lo assiste col collega Marco Valerio Mazzatosta – c’è il divieto di frequentare soggetti che hanno subito condanne o sono sottoposti a misure di sicurezza e prevenzione. Per cui ha dovuto rinunciare all’ospitalità del sacerdote e trasferirsi per una settimana in un b&b, a sue spese, in attesa che si liberasse un posto alla Caritas, dove sarebbe dovuto entrare oggi (ieri, ndr). Ma ha scoperto che, per lo stesso motivo, non può stare nemmeno alla Caritas“.
“Non gli è rimasto altro da fare che andare a vivere in una tenda, piantata nelle campagne di un agriturismo che lo ha accolto, sperando nella revoca della misura, contro la quale abbiamo fatto appello, la cui discussione è stata però fissata a ottobre. Nel frattempo dovrà vivere in tenda”.
“Una situazione assurda – sottolinea il legale – perché lui possiede una casa di proprietà, il cui utilizzo gli è stato reso impossibile a causa di un’accusa dalla quale è stato assolto. Se dovesse metterci piede, rischierebbe un aggravamento della misura e di finire quindi nuovamente ai domiciliari se non in carcere. L’unico posto dove può stare è un bivacco, cioè una tenda che gli è stata comprata dal fratello e dove lui attualmente, una temperatura di 40 gradi”.
“Ora – prosegue l’avvocato Ragonesi – se la finalità della misura di prevenzione è quella di evitare che un soggetto possa recare nocumento alla comunità tutta, che finalità può raggiungere una misura che pone un soggetto nell’impossibilità di dimorare, tenendo anche presente che è un soggetto non abbiente? Ci rendiamo conto che la giustizia sociale è una cosa che ha un certo peso?”.
“Il concetto non è tanto la giustezza o meno dell’applicazione della misura di prevenzione — c’è la normativa che la prevede, è una questione di politica giuridica in cui noi non possiamo entrare — la realtà è un’altra: è che determinate normative andrebbero riflettute, perché poi ci si trova in situazioni paradossali come queste, dove il soggetto è posto nell’impossibilità di adempiere a quello che la misura di prevenzione prevederebbe ai fini di un suo effettivo ravvedimento, perché ogni minuto e secondo pensa che vive in una tenda“.
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Presunzione di innocenza
Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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