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Soriano nel Cimino - Interviene il presidente Gianluca Inverni: "Lo dobbiamo anche a Pier Paolo Pasolini, che qui cercò il luogo più bello del mondo"

“Torre di Chia: l’Università Agraria non vuole vincere su nessuno, vuole custodire”

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Pier Paolo Pasolini e sullo sfondo la torre di Chia

Pier Paolo Pasolini e sullo sfondo la torre di Chia

Soriano nel Cimino – Riceviamo e pubblichiamo – In questi giorni si è scritto molto della Torre di Chia. Si è parlato di “memoria calpestata”, di “burocrazia cieca”, di un bene che rischia di finire “in mani sbagliate”. Si è arrivati a evocare un “Pasolini abusivo”. E si è accusata l’Università Agraria di aver messo un biglietto sul bosco di tutti. Sono parole pesanti. Meritano risposte precise.

I fatti, prima. Nel febbraio 2021 la Torre è stata venduta. Nel maggio 2022 l’Università Agraria — l’ente che amministra le terre collettive della comunità di Chia — ha chiesto a un giudice di accertare a chi appartenesse quel suolo. Non a un ufficio: a un giudice.

Nell’aprile 2025, dopo tre anni di processo, il commissario per gli usi civici ha deciso: quei terreni e quei fabbricati sono proprietà collettiva; la vendita è nulla; il bene torna alla comunità. Il proprietario ha impugnato la sentenza e ha chiesto di sospenderla. Il 14 maggio 2026 la Corte d’Appello di Roma ha detto no. In giugno la Regione Lazio ha avviato la restituzione, come la sentenza ordina. L’appello proseguirà, fino alla decisione prevista per il 2028: è giusto così. Ma ciò che è stato deciso, e non sospeso, si esegue. Questi sono i fatti. Il resto è interpretazione.

E allora pesiamo le parole. “Cavilli”: una sentenza non è un cavillo. “Esproprio”: nessuno espropria nessuno; si esegue una decisione, e il bene non passa allo Stato né a un nuovo padrone — torna a non avere padroni.

“Ente privato”: qui il nome inganna, e conviene spiegarlo. Le università agrarie non sono atenei e non sono imprese. Università, in questo nome, conserva il senso antico di “universitas”: l’insieme degli abitanti di un luogo.

Sono gli enti con cui, nelle terre dell’ex Stato pontificio, le comunità amministrano i propri beni collettivi: una legge di fine Ottocento diede loro forma, e la legge sui domini collettivi del 2017 le riconosce come espressione di comunità più antiche dello Stato.

La veste dell’ente può anche essere di diritto privato; la natura del bene resta collettiva. Chiamarla “ente privato”, come si trattasse di un’azienda, è confondere la veste con la sostanza. “Dopo duecento anni”: i diritti dei Chiani sono scritti in un elenco del 1907 e in pronunce del 1914, del 1920, del 1931. L’ente ha agito nel 2022, all’indomani della vendita.

E Pasolini? Nessuno lo processa. Nessuno ha mai pensato di farlo. La causa riguarda una compravendita del 2021, non un poeta ucciso nel 1975. Semmai, offende la sua memoria chi la usa come scudo in una lite patrimoniale.

Pasolini difese per tutta la vita il mondo contadino e il patrimonio “anonimo e popolare”, per il quale rivendicava la stessa cura dovuta ai grandi monumenti. Le terre collettive sono esattamente questo. Carlo Cattaneo lo scrisse quasi due secoli fa: “Questi non sono abusi, non sono privilegi, non sono usurpazioni: è un altro modo di possedere, un’altra legislazione, un altro ordine sociale, che, inosservato, discese da remotissimi secoli sino a noi”.

Terre che non si comprano e non si vendono, perché appartengono anche a chi deve ancora nascere. Nel 2020, quando la Torre fu messa in vendita, in molti chiesero che diventasse pubblica: solo così, si disse, sarebbe stata di tutti. Oggi una sentenza dice che di tutti lo è sempre stata. Senza un euro di denaro pubblico.

E veniamo ai biglietti, perché qui la confusione è stata più grande. Oggi chi vuole visitare la Torre paga quindici euro. Prenotazione obbligatoria all’ufficio turistico, aperture che si ripetono, locandine con il volto di Pasolini. Non c’è nulla di male: custodire un luogo costa, e chi lo visita contribuisce. Ma allora le parole valgono per tutti.

Nel bosco di Chia gli usi civici — la legna, il pascolo, la raccolta — restano gratuiti per la gente di Chia. Chi entra nell’area attrezzata del parco versa invece un contributo, che paga custodia, sicurezza e manutenzione: l’ente non riceve fondi pubblici. È la legge sugli usi civici, quasi centenaria, a prevederlo: quando le rendite non bastano, l’ente può chiedere un contributo per amministrare e sorvegliare i beni (articolo 46 del regio decreto n. 332 del 1928).

Può chiederlo perfino ai propri utenti; a maggior ragione a chi viene da fuori. Se questo è mettere “un biglietto sul bosco”, allora un biglietto c’è anche sulla casa di Pasolini. Se invece è il costo normale della cura dei luoghi, ed è così, vale per chiunque. La differenza vera non sta nel biglietto.

Sta nella destinazione del bene: oggi si paga per visitare una proprietà privata; domani, a restituzione compiuta, si contribuirà alla custodia di un bene che è di tutti. Resta una sola domanda: perché il biglietto scandalizza solo quando lo chiede la comunità?

Un’ultima parola riguarda la Regione Lazio, alla quale la sentenza ha affidato la restituzione. Quel procedimento è aperto da quasi due mesi. Le campagne di stampa non sono fonti del diritto: confidiamo che la Regione non se ne lasci fuorviare e porti presto a compimento ciò che una sentenza — esecutiva, non sospesa — le ordina di fare.

L’Università Agraria non vuole vincere su nessuno. Vuole custodire. Quando la restituzione sarà compiuta, la Torre resterà aperta, visitabile, curata — e non potrà mai più essere venduta. Lo dobbiamo a chi ci ha preceduto e a chi verrà. Lo dobbiamo anche a Pier Paolo Pasolini, che qui cercò “il luogo più bello del mondo” e lo trovò tra la gente di Chia.

Certe cose non si possiedono. Si custodiscono.

Gianluca Inverni
Presidente dell’Università Agraria di Chia


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7 agosto, 2026

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