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Musica – Il ricordo di Italo Leali, dal colpo di fulmine a quindici anni alla poesia, all'impegno e alla straordinaria umiltà del grande cantautore

Addio Guccini, poeta delle nostre vite e compagno di un’intera generazione

di Italo Leali
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Francesco Guccini al San Leonardo

Francesco Guccini al San Leonardo

Montalto di Castro - Italo Leali al mare

Montalto di Castro – Italo Leali al mare

Francesco Guccini con Fabrizio De André

Francesco Guccini con Fabrizio De André

Viterbo – È morto un poeta del Novecento, uno di quelli capaci di scolpire il tempo con le parole e di trasformare il respiro di una chitarra nell’eco profonda di un’intera generazione.

Nella mia vita ho imparato ad amare la musica di qualità, viscerale, autentica, sottraendomi da sempre alla dittatura effimera delle mode commerciali per rifugiarmi nell’improvvisazione complessa del jazz e nella poesia nuda della canzone d’autore. Sono cresciuto con il suono costantemente nelle orecchie, testimone diretto di una metamorfosi tecnologica che ha cambiato il nostro modo di ascoltare il mondo: ho visto scorrere tra le mie mani i dischi in vinile, i mangiadischi colorati dell’infanzia, le cartucce dello Stereo 8, le cassette con il loro fruscio inconfondibile, il mito del Walkman, la pulizia del compact disc, per poi approdare alla dematerializzazione liquida degli MP3 e dell’iPod. In questo lungo viaggio sonoro, i maestri della parola in musica — da Lucio Battisti a Fabrizio De André, da Lucio Dalla fino a Francesco Guccini — mi hanno accompagnato passo dopo passo, diventando la colonna sonora insostituibile di un’intera esistenza.

Con Guccini, tuttavia, fu qualcosa di diverso, un folgorante colpo di fulmine scattato all’età di quindici anni grazie al mio amico Felice Scialanca, che per primo mi mise tra le mani quelle canzoni cariche di umidità, fumo e letteratura.

A quei tempi ero uno studente idealista, un adolescente visceralmente innamorato della poesia tormentata di Baudelaire, delle svenevolezze musicali di Verlaine e di tutte le sfumature del Decadentismo francese; la prosa densa, colta, fluida e fluviale di Francesco Guccini ebbe gioco facilissimo nell’incantare la mia giovane anima affamata di bellezza. Oggi che il tempo ha compiuto il suo lavoro, che quella stessa anima si scopre talvolta consumata, disincantata e logora, Guccini conserva ancora un posto speciale, un altare intatto nel profondo del mio petto. Chiunque abbia avuto la sfortuna o la costanza di leggere qualche mio articolo nel corso degli anni avrà senz’altro riconosciuto, disseminate qua e là tra le righe, citazioni, calchi ed echi del suo pensiero.

Francesco è stato, o meglio sarà per sempre — perché l’arte possiede la virtù suprema di rendere immortali i suoi interpreti — un poeta autentico, degno di sedere accanto al gigante Fabrizio De André. Accompagnando i suoi versi con una musica essenziale, meravigliosamente scarna ma potentissima, Guccini ha saputo raccontare la gioia che riscalda e il dolore che strazia, il soffio della ribellione pura, la sete inesausta di giustizia, la carne dell’amore, i labirinti della grande letteratura e tutte le infinite miserie dell’animo umano. È stato, forse più di ogni altro, il prototipo del cantautore politico e socialmente impegnato e ha finito persino per pagare il dazio di un’etichetta riduttiva; ma tutti i vari “Bertoncelli” della critica formale, che si sono limitati a giudicarne la superficie ideologica senza scavare nell’abisso della sua lirica, hanno commesso un tragico errore di prospettiva.

Certamente, come nel suo monumentale capolavoro Cirano, la sua cifra distintiva era l’arte del fioretto verbale: “Io non perdono e tocco”, declamava, e in questo Guccini era un maestro d’armi impareggiabile. Le sue parole sapevano farsi macigni pesantissimi scagliati contro l’ipocrisia, ma al contempo rivelavano una visione profetica quasi biblica. Si pensi a Il vecchio e il bambino, dove la nostalgia struggente per un mondo naturale ormai contaminato dall’industrializzazione non si chiude nella disperazione, ma lascia un varco alla speranza nel futuro, racchiuso nella dolcezza infinita di quelle due generazioni che si prendono per mano camminando verso l’orizzonte.

Forse, tuttavia, è tra le righe del suo Don Chisciotte che si nasconde il vero volto di Guccini: quello di un sognatore tragico e sublime che non ha mai smesso di lottare contro i mulini a vento della modernità. Nel dualismo filosofico che anima quel brano, nella dialettica eterna tra la cavalleria ideale di Don Chisciotte e il realismo contadino e terreno di Sancio Panza, Guccini ha raccontato per intero la propria scissione interiore e il suo complesso rapporto con il mondo esterno. E che dire della sua Locomotiva? Quella bomba sociale lanciata a folle velocità contro le ingiustizie del potere non è soltanto un simbolo dell’Ottocento anarchico, ma risuona oggi con una forza drammatica ancora più attuale, urgente e necessaria di allora.

Ora che il silenzio ha calato il sipario sulla sua vita terrena, mi piace immaginarlo al di là del tempo, con un sorriso sornione stampato sul volto, intento a bere un lento bicchiere di vino rosso con a fianco la sua amata chitarra in radica, pronto a intonare un’altra strofa per gli angeli. Francesco Guccini è stato un poeta immenso, un intellettuale controcorrente, un filosofo della quotidianità, ed è riuscito a esserlo restando sempre ancorato alla straordinaria e solida umiltà che appartiene soltanto ai grandissimi uomini. Come San Francesco, il Poverello d’Assisi, Guccini è stato a suo modo un vero “giullare di Dio”, un cantastorie libero e incorruttibile, e non appare affatto casuale la scelta del momento simbolico in cui ha deciso di congedarsi da noi. Addio Francesco: mancherai immensamente a questo mondo distratto e impoverito, ma grazie di cuore per ogni singola emozione che hai saputo regalare alle nostre vite e per tutto ciò che, senza mai salire in cattedra, ci hai insegnato.

Italo Leali


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7 agosto, 2026

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