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Viterbo - Silvio Cappelli presenta il nuovo libro “Luci spente, cuori accesi” sulla storia delle sale cinematografiche cittadine: “Con una buona amministrazione e pochi fondi si potrebbe riaprire una sala da 90-120 posti”

“Il Cinema Teatro Nazionale può tornare a vivere”

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Viterbo - La sala Gatti già Cinema teatro nazionale

Viterbo – La sala Gatti già Cinema teatro nazionale

Viterbo - Silvio Cappelli

Viterbo – Silvio Cappelli

Viterbo – “Il Cinema Teatro Nazionale può tornare a vivere”. Silvio Cappelli non ha dubbi. Con un intervento sull’attuale sala Gatti, secondo il ricercatore, Viterbo potrebbe recuperare uno dei luoghi simbolo della sua storia cinematografica e riportare il grande schermo nel cuore del centro storico.

Cappelli, laureato in Conservazione dei beni culturali e specializzato in Gestione e valorizzazione della documentazione scritta e multimediale, sta ultimando “Luci spente, cuori accesi. Vite, storie e memoria del Cinema Teatro Nazionale di Viterbo e della sua Arena”.

Un lavoro che nasce da anni di ricerca e da sessantasei borderò Siae salvati dalla carta da macero e che ricostruisce non soltanto la programmazione cinematografica, ma anche un pezzo della vita sociale della Viterbo del dopoguerra.

Silvio Cappelli, di cosa tratta precisamente il suo nuovo libro?
“Tratta di una ricerca faticosa che dura da molti anni e che, negli ultimi tempi, mi sta assorbendo ancora più tempo. Diciamo che negli ultimi due anni il mio impegno in questo lavoro è pressoché quotidiano e molte volte va a occupare anche le ore fresche della mattina e della notte. Ma la passione è tanta. La pubblicazione è divisa in quattro parti, per un totale di circa 230 pagine: contiene la storia dell’arena e del Cinema Teatro Nazionale, che si trovava in via della Rimessa a Viterbo, con la storia anche delle altre sale cittadine; poi contiene le testimonianze orali, i ricordi vivi delle persone che hanno frequentato questi due luoghi; contiene diversi flash storici interessanti, curiosità e frammenti di vita legati al cinema viterbese; dulcis in fundo, la filmografia completa dell’arena e del Cinema Teatro Nazionale dal 1949 al 1961 con oltre duemila citazioni di film proiettati in questo periodo”.

Da cosa nasce questo studio?
“Come accade in molti fatti della nostra vita, anche qui è contata molto la casualità. L’esistenza di questo studio, infatti, nasce dal regalo che mi fece l’amico direttore di cinema Piero Fanelli, consistente in sessantasei copie di borderò Siae dell’arena Nazionale e del Cinema Nazionale composti da cinquanta fogli giornalieri ognuno. Poi anche dalla mia curiosità di andare a vedere, scavando a fondo all’interno di ogni singola pagina, come si divertivano i nostri genitori e i nostri nonni. Anche se, poi, all’interno del libro il cinema non viene descritto soltanto come un luogo di intrattenimento, ma come un vero e proprio prisma attraverso cui osservare l’evoluzione sociale e urbanistica della città.

Tutto ciò nasce dalla consapevolezza che la memoria storica di una comunità non sia custodita soltanto nei grandi monumenti o nei documenti ufficiali, ma anche nei luoghi semplici della quotidianità che vanno maggiormente tutelati e conservati. Le sale cinematografiche e le arene estive, dal Cinema Teatro Nazionale al Cinema Teatro Genio, fino alle arene Nazionale e Italia, sono state per decenni il centro pulsante della vita sociale viterbese. Analizzare questi spazi significa comprendere anche come la cittadinanza abbia attraversato il passaggio dal muto al sonoro, la censura, le dinamiche di gestione pubblica e privata, l’arrivo della televisione e la ricostruzione postbellica”.

Il volume propone un rigoroso apparato documentario. Quale valore aggiunto porterà questa documentazione alla ricerca storica locale?
“La formazione nel campo della valorizzazione documentale mi ha sempre spinto a cercare fonti primarie in grado di restituire dati oggettivi. Il mio nuovo lavoro si basa in particolare proprio sui registri borderò Siae dal 1949 al 1961 destinati alla carta da macero e da me recuperati. Questi borderò, che saranno resi fruibili gratuitamente a tutti, speriamo in un archivio pubblico ben organizzato, non sono semplici fogli giornalieri di programmazione cinematografica: indicano quali film venivano proiettati, i cinegiornali e i cortometraggi proiettati prima di ogni spettacolo, il numero esatto degli spettatori presenti, il costo dei biglietti e l’incasso di ciascuna giornata. Questo tipo di documentazione, tra le altre cose, permette di incrociare la storia sociale con la storia economica dello spettacolo, evidenziando i gusti del pubblico viterbese, il sistema della distribuzione dei film e delle case produttrici, il successo dei generi western o di fantascienza, per esempio, e l’impatto dei grandi eventi sportivi o cinematografici dell’epoca”.

Oltre alla base archivistica e contabile, la seconda parte del volume raccoglie un ricco corpus di testimonianze dirette. Che ruolo gioca la memoria orale?
“La fonte orale è essenziale per restituire la dimensione sensoriale e umana che i registri contabili non possono registrare. Serve a salvare le emozioni. I ricordi dei cittadini, dal rumore delle tavole di legno del pavimento che scricchiolavano sotto i piedi all’odore della brillantina e dei bruscolini confezionati nei cartoccetti, dai proiettori a carboncini ‘Fedi’ alla paura provata durante le proiezioni di film come ‘Il mostro della laguna nera’, trasformano il dato documentale in memoria viva. Senza queste voci, la storia dell’arena e del Cinema Nazionale sarebbe incompleta. Invece così si salvano anche le sensazioni, le impressioni, le risate, le gioie e le paure, e non soltanto le parole e i numeri scritti su un foglio di carta”.

Nel libro emergono anche episodi curiosi. Di che genere?
“Sì, si parlerà delle frequenti sfide pugilistiche di Luigi Malè e dell’esibizione del campione del mondo Primo Carnera all’arena Nazionale, che si trovava in via della Volta Buia, nel chiostro dell’ex convento del Buon Pastore, oltre al rapporto complesso della città con titoli iconici come ‘Via col vento’.

Viterbo è stata un punto di snodo culturale più vivace di quanto si creda. Le arene estive e i teatri dell’epoca erano contenitori polifunzionali. Ieri più di oggi. L’arena Nazionale non ospitava soltanto proiezioni, ma anche grandi eventi di pugilato che richiamavano l’intera città. Al tempo stesso, Viterbo è stata set di produzioni cinematografiche importanti che non sto qui a elencare perché sono tante. Ricostruire questi aspetti ha significato per me ridare alla città la consapevolezza del proprio ruolo all’interno del panorama culturale e mediatico del Novecento”.

La prima parte del volume affronta le trasformazioni strutturali degli edifici e le delicate fasi di restauro o riconversione, fino alla nascita della sala Gatti. Qual è il messaggio che desidera trasmettere sul futuro dei vecchi spazi di spettacolo?
“Come ricordano anche i contributi in apertura di volume, che oggi non sto a svelare, le vecchie sale da spettacolo sono volumi e spazi d’epoca che devono continuare a vivere. La storia del Cinema Nazionale, con le sue fasi di degrado e la successiva modifica della destinazione d’uso, dimostra che la tutela del patrimonio culturale passa anche e soprattutto attraverso la conoscenza profonda delle sue radici. Conservare la memoria di questi luoghi è il primo passo per progettare una valorizzazione consapevole degli spazi urbani contemporanei”.

Oggi molte sale cinematografiche non sono riuscite a sopravvivere alla concorrenza delle multisale. Viterbo ne è un esempio in negativo. Cosa è cambiato negli ultimi venti o trent’anni?
“Oggi la nascita di una multisala cinematografica non va letta soltanto come la sostituzione delle storiche monosale cittadine, ma come il segno di un cambiamento più profondo nel modo in cui il cinema riesce ancora a sopravvivere.

Negli ultimi anni, infatti, l’esperienza cinematografica è stata messa sotto pressione da nuove abitudini di consumo, dalla diffusione delle piattaforme digitali e da una crescente competizione sul tempo libero. In questo contesto, la multisala rappresenta un modello capace di garantire maggiore sostenibilità economica e attrattività per il pubblico. La possibilità di offrire più film contemporaneamente, con una programmazione flessibile e diversificata, aumenta le probabilità di intercettare gusti differenti e riportare gli spettatori in sala. A ciò si aggiungono una qualità tecnica superiore e un’esperienza complessiva più confortevole, elementi ormai indispensabili per competere con la visione domestica.

Se questo modello si è affermato altrove e non nel capoluogo, una parte della responsabilità può essere ricondotta anche alla mancanza di una visione amministrativa capace di accompagnare il cambiamento. I tentativi di rinnovamento non sempre sono stati sostenuti da politiche adeguate né da strumenti che favorissero la riconversione delle strutture esistenti. In assenza di queste condizioni, l’iniziativa imprenditoriale si è inevitabilmente spostata altrove. Non si tratta quindi solo di una trasformazione logistica, ma di un vero cambio di paradigma: da un cinema diffuso, radicato nei diversi quartieri, a un cinema per cui ci si sposta appositamente, scegliendo prima cosa vedere e quando. In questa prospettiva, la multisala non è semplicemente ciò che prende il posto delle vecchie sale viterbesi, ma ciò che rende ancora possibile, oggi, l’esistenza stessa del cinema come esperienza collettiva”.

In questi ultimi anni si è abituati all’uscita di sue pubblicazioni importanti come, per esempio, “La Baronessa volante”, dedicata a una donna imprenditrice agricola che a Viterbo ha lasciato il segno e che nessuno conosceva. Oggi ci consegna la filmografia completa, e non solo, del Cinema Teatro Nazionale e della sua arena. Perché fa queste cose e come si definirebbe nel panorama culturale cittadino?
“La ringrazio per questa domanda perché la risposta è molto semplice. Sono sempre stato affascinato dalle piccole storie che rischiano di scomparire: i luoghi, le persone, le abitudini, le parole e naturalmente il cinema. Non considero il passato qualcosa da rimpiangere, ma qualcosa da conoscere e, quando possibile, da restituire a chi non l’ha vissuto. Questo libro nasce proprio da questa curiosità: dal desiderio di riportare alla luce un pezzo della Viterbo di ieri, in questo caso attraverso le storie del Cinema Teatro Nazionale, della sua arena e delle migliaia di persone che le hanno frequentate. Io mi definirei semplicemente un curioso della memoria.

Forse potrei definirmi anche un contemporaneo con una certa nostalgia del futuro: cioè mi piace guardare avanti, ma continuo a chiedermi sempre da dove veniamo. Da molti anni raccolgo storie, immagini, documenti e ricordi della Viterbo che non c’è più. Questo libro è nato così: dalla curiosità per un cinema, per un’arena e soprattutto per le persone che, tra gli anni Quaranta e Sessanta, le nostre madri, i nostri padri e i nostri nonni, hanno riempito di vita quei luoghi. In fondo, sto cercando di fare una cosa molto semplice: impedire che quella memoria diventi silenzio in una città dove in tanti parlano di cultura… certe volte anche a sproposito. Ma non mi provochi…”.

Il Cinema Teatro Nazionale, secondo lei, potrebbe essere riaperto?
“L’immobile compreso tra via della Rimessa e via Macel Gattesco è di proprietà comunale e mi sembra che sia un po’ sottoutilizzato rispetto alla sua storia e alle sue potenzialità. Per alcuni bambini delle scuole elementari che lo stanno utilizzando come palestra è semplicemente la ‘sala dei Gatti’, niente di più. Con la volontà politica di una buona amministrazione e il reperimento di un po’ di fondi, neanche tantissimi, si potrebbe sicuramente riaprire facendo qualche modifica al restauro degli anni Ottanta, riportando l’edificio alle origini di quando veniva usato come teatro e sala cinematografica, liberando l’altezza interna necessaria alle proiezioni e ripristinando gli ingressi e le uscite di sicurezza che erano al tempo esistenti.

Si potrebbe ottenere una sala di circa 90-120 posti a sedere comodi, al tempo ne conteneva oltre duecento, utilizzando la riapertura del cinema per rassegne d’essai e anche per le ‘teniture’ di un impianto più grande, come al tempo funzionava quando era al servizio del più capiente Cinema Teatro Genio, ovvero le continuazioni dei film di maggior successo a beneficio dei viterbesi che non hanno la possibilità di muoversi con la macchina, vista anche la scomodità a raggiungere con i mezzi pubblici località vicine munite di cinema come Vitorchiano, se funzionasse la ferrovia ex Roma Nord come metropolitana leggera ci si impiegherebbero pochissimi minuti, Cura di Vetralla, Montefiascone, Tarquinia, Bolsena, Castiglione in Teverina e altre.

La riapertura dell’ex Cinema Teatro Nazionale contribuirebbe sicuramente a rivitalizzare il centro storico, vista la centralità di stare praticamente in piazza delle Erbe con tanto di parcheggio nella vicinissima piazza del Sacrario. Però, che dire? Intanto, con il mio lavoro, il Cinema Teatro Nazionale vivrà per sempre nei ricordi della carta stampata e poi chissà… smettendo di inseguire sogni irrealizzabili, illudendo i viterbesi, e approcciando a progetti più facilmente abbordabili e realizzabili… mai dire mai!”.


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26 agosto, 2026

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