Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Gentile direttore, è passata decisamente in sordina una recente e molto interessante deliberazione della Corte dei conti, con la quale la sezione delle autonomie ha consegnato a camera e senato un’ampia analisi sullo stato della prevenzione, della mitigazione e del contrasto al dissesto idrogeologico in Italia (del. n. 14/2026).
Il referto contiene dati e approfondimenti che interessano anche la nostra regione e che, senza tradursi in contestazioni o sanzioni, richiede a ciascuno di noi, e all’amministrazione regionale in primo luogo, di svolgere una ponderata riflessione politica e amministrativa.
Il tema, come noto, è di allarmante attualità e sensibilità. La tutela concreta del nostro territorio è il primo avamposto per salvaguardare concretamente le nostre vite, le nostre abitazioni e le nostre aziende. Siamo tutti testimoni purtroppo dei cambiamenti climatici in atto e dell’aumento della frequenza e dell’intensità di alcuni eventi meteorologici estremi, i cui effetti possono aggravarsi nei territori più vulnerabili. Proprio per questa ragione la prevenzione, la manutenzione e la tempestiva realizzazione delle opere non possono più essere considerate attività secondarie o rinviabili.
Il referto della Corte dei conti non posiziona il Lazio tra le regioni con le performance peggiori e, nella parte specificamente dedicata al nostro territorio regionale, dà conto di una programmazione articolata, di investimenti già realizzati e di interventi in fase di completamento.
I dati mostrano però notevoli margini significativi di miglioramento – evidentemente oggi non sfruttati a pieno – nella capacità di trasformare risorse e programmi in opere concluse, pienamente funzionali e tempestivamente rendicontate.
È proprio nella capacità di saper colmare questo margine che possiamo misurare la qualità dell’azione pubblica. Individuare i rischi e programmare gli interventi è indispensabile (e su questo l’amministrazione regionale fa il suo compito), ma non sufficiente. Occorre infatti accompagnare ogni progetto lungo l’intero ciclo di attuazione, superando frammentazioni decisionali, carenze tecniche e ritardi procedurali. La Corte riconduce queste criticità al sistema pubblico nazionale nel suo complesso e i dati del Lazio suggeriscono che anche la nostra regione debba rafforzare la propria capacità realizzativa.
Il messaggio che si ricava dal referto è chiaro quindi nel ribadire che la prevenzione deve assumere un ruolo centrale nel governo del territorio, tanto sul piano della programmazione, quanto su quello ineludibile dell’attuazione. Non si tratta ovviamente di un invito che la Corte rivolge formalmente alla sola Regione Lazio. La relazione costituisce in ogni caso un’indicazione generale che la politica regionale tutta dovrebbe raccogliere e tradurre in un cambio di metodo, organizzazione e priorità.
Proviamo a leggere brevemente i numeri illustrati dalla Corte, per quanto di interesse per il nostro territorio. Il grado di realizzazione finanziaria degli interventi del Lazio si attesta al 43,7%, che rappresenta non la percentuale numerica delle opere concluse, ma il rapporto tra pagamenti o importi realizzati e finanziamenti. Il valore è leggermente superiore alla media nazionale, pari a circa il 41,3%, ma rimane comunque molto distante dalle performance della Valle d’Aosta, prossima all’84% su un campione però limitato a 11 Cup, e della Liguria, pari a circa il 65%. Con riferimento alla misura Pnrr M2C4I2.1 – relativa agli interventi di mitigazione del rischio idrogeologico e di gestione del rischio di alluvione in Italia – i pagamenti complessivi nel Lazio risultano pari al 52,2% del costo totale dei 79 progetti censiti; 49 progetti su 79, cioè il 62%, sono classificati come conclusi.
Suscita però attenzione e preoccupazione la qualità informativa, che necessita decisamente di essere messa a punto. Risulta infatti che 678 interventi o lotti su 1.900, pari al 35,7%, sono associati alla categoria “dissesto non definito”, contro il 32,4% sul piano nazionale. Una classificazione più puntuale, a livello regionale, aiuterebbe senz’altro a definire con maggiore precisione le priorità, nonché a rendere più trasparente l’azione amministrativa nel suo complesso. Non può che preoccupare, infatti, che più di un intervento su tre non sia stato perfettamente classificato né che sia evidentemente classificabile.
I dati raccolti ed esposti dalla Corte sollecitano quindi a compiere uno slancio in avanti sul terreno della qualità dell’azione pubblica.
Vi sono a mio avviso a tal fine almeno cinque strade che possono essere da subito intraprese, per migliorare stabilmente la capacità regionale di prevenzione e attuazione, coerentemente con i profili di attenzione evidenziati dalla Corte.
In primo luogo, occorre razionalizzare e rafforzare il coordinamento regionale tra le diverse fonti finanziarie (perlopiù di origone europea e statale) e le strutture competenti, valorizzando gli organismi già esistenti e, se necessario, istituendo una cabina di regia operativa unica. Per ogni intervento occorre che siano quindi individuati un responsabile, scadenze verificabili e procedure tempestive di supporto o riallocazione. Spesso, infatti, i ritardi dipendono anche dalla difficoltà di disporre di un quadro unitario e aggiornato sulla vita dei cantieri.
In secondo luogo, sarebbe cruciale promuovere un patto territoriale per la prevenzione, da tradurre negli strumenti giuridici più adeguati ai singoli ambiti (penso ad accordi tra amministrazioni ai sensi dell’articolo 15 della legge n. 241 del 1990, accordi di programma, contratti di fiume o protocolli operativi). Comuni, consorzi di bonifica, imprese, università e associazioni possono infatti contribuire efficacemente alla mappatura dei rischi, alla manutenzione programmata e alla definizione delle priorità prima che si verifichino i disastri.
In terzo luogo, la Regione dovrebbe con maggiore impatto offrire assistenza tecnica stabile ai Comuni, in particolare a quelli più piccoli. Questi hanno infatti un gran bisogno di supporto continuativo, competenze progettuali condivise e un parco progetti aggiornato e cantierabile. La limitata capacità tecnica e amministrativa dei soggetti attuatori è, del resto, una delle criticità generali espressamente rilevate dal referto della Corte.
In quarto luogo, per ampliare gli spazi di trasparenza, occorre rendere pubblici e facilmente consultabili i cronoprogrammi, gli stati di avanzamento e le allerte sui ritardi. Cittadini, imprese e associazioni devono poter verificare l’andamento di ogni opera attraverso scadenze chiare e dati aggiornati. La trasparenza rappresenta oramai uno strumento di responsabilizzazione, prevenzione dei ritardi e migliore decisione politica.
In quinto luogo, infine, la regione dovrebbe consolidare gli stanziamenti regionali già esistenti per la difesa del suolo, il risanamento idrogeologico, le opere idrauliche, la bonifica e la tutela delle coste, assicurando loro continuità pluriennale e piena tracciabilità. Più che creare un ulteriore (l’ennesimo) fondo isolato, occorrerebbe costruire una dotazione stabile, programmabile e monitorabile, destinata soprattutto alla prevenzione e alla manutenzione ordinaria dei corsi d’acqua e dei versanti.
Il referto della Corte dei conti, va ricordato in conclusione, ha natura conoscitiva e di controllo e non produce effetti sanzionatori nei confronti della regione. Spetta però all’amministrazione regionale e alla politica decidere se questa fotografia “contabile” può trasformarsi nella base di una seria azione riformatrice, a difesa delle persone, delle imprese, delle comunità e dell’ambiente, oppure restare l’ennesimo documento letto e archiviato.
Seguire la prima strada permette di razionalizzare e programmare, in via preventiva, spese e interventi, al fine di giungere a una loro efficace e tempestiva esecuzione. La seconda strada, di cui siamo spesso testimoni, replicherà per l’ennesima volta lo schema di cui siamo inermi spettatori, che vede attingere fondi dalle casse pubbliche solo dopo che i disastri si sono verificati.
Gabriele Sabato
Avvocato e docente universitario
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