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Cultura - Pubblicato da Giappichelli il volume collettaneo curato da Andrea Genovese e Maria Barela – Al centro il rapporto tra profitto, ambiente, libertà individuale e responsabilità verso le generazioni future

Il diritto privato alla prova del futuro

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Viterbo - Andrea Genovese

Viterbo – Andrea Genovese

Viterbo - A cura di Andrea Genovese e Maria Barela - Dottrine generali della sostenibilità

Viterbo – A cura di Andrea Genovese e Maria Barela – Dottrine generali della sostenibilità

Viterbo – Può la sostenibilità cambiare non soltanto le politiche pubbliche e le strategie delle imprese, ma anche le categorie attraverso le quali il diritto regola i rapporti tra le persone? Un grande volume collettaneo prova a prendere sul serio la domanda. 

Di sostenibilità si parla ormai ovunque. La parola compare nei programmi politici, nei bilanci delle società, nelle strategie industriali, nella pubblicità e nelle scelte di investimento. Proprio questa fortuna rischia tuttavia di trasformarla in una formula tanto pervasiva quanto indeterminata: una di quelle parole alle quali tutti dichiarano di aderire, senza che sia sempre chiaro che cosa davvero impongano.

Il volume Dottrine generali della sostenibilità. Verso una teoria del “diritto privato sostenibile”?, curato da Andrea Genovese e Maria Barela e pubblicato da Giappichelli, sceglie una strada più difficile. Non s’interroga soltanto su quali nuove regole siano necessarie per proteggere l’ambiente o rendere più responsabile l’attività economica. Si domanda se la sostenibilità sia ormai penetrata abbastanza in profondità nell’ordinamento da costringere a ripensare alcune delle categorie fondamentali del diritto privato.

È una differenza non piccola. Una cosa è aggiungere nuovi obblighi alle imprese, imporre informazioni ambientali, proteggere il consumatore contro dichiarazioni ingannevoli o prevedere controlli più severi. Altra cosa è chiedersi se stiano cambiando il significato stesso della proprietà, dell’autonomia privata, del contratto e della responsabilità, persino il modo in cui il diritto pensa la persona e i suoi rapporti con il mondo che la circonda.

Già il titolo rivela l’ambizione dell’impresa. Le “dottrine generali” evocano una stagione nella quale la scienza giuridica cercava di ordinare il diritto civile attraverso poche grandi categorie capaci di dare forma a un sistema. Riprendere oggi quella formula significa avanzare una domanda quasi provocatoria: è possibile costruire una nuova visione d’insieme proprio mentre il diritto contemporaneo appare frammentato in una quantità crescente di norme europee, discipline speciali, regolazioni dei mercati e interventi settoriali?

Il libro risponde tentando di percorrere nuovamente, una dopo l’altra, le stanze principali dell’edificio privatistico: le persone, le cose, l’autonomia negoziale, l’iniziativa economica, i meccanismi attraverso i quali le regole diventano effettive e la responsabilità per la loro violazione. La sostenibilità viene così sottratta al recinto del solo diritto ambientale e utilizzata come una sorta di reagente, utile a verificare quanto le categorie tradizionali riescano ancora a descrivere una realtà profondamente mutata.

Il punto di partenza, a un tempo radicale e decisivo, è affidato alla Lettera aperta sul potere planetario dell’insostenibile di Natalino Irti, l’illustre giurista abruzzese recentemente scomparso, che mai prima aveva mostrato pari attenzione per un’iniziativa convegnistica. La sua riflessione impedisce fin dall’inizio ogni facile ottimismo. Se l’impresa capitalistica è strutturalmente orientata alla produzione del profitto e se il profitto tende, per propria logica, a crescere indefinitamente, ?da dove può provenire il limite che chiamiamo sostenibilità? E soprattutto: chi possiede la forza per stabilirlo e imporlo in un’economia che ha ormai dimensione mondiale?

Il problema diventa allora assai più profondo della pur indispensabile protezione dell’ambiente. La sostenibilità significa introdurre una misura là dove la dinamica economica tende a non conoscerne una. E quella misura deve essere individuata, tradotta in regole, controllata ed eventualmente imposta attraverso divieti e sanzioni. Dietro una parola apparentemente rassicurante affiora così una questione antica e insieme nuovissima: quella del rapporto fra libertà e limite, fra autonomia e potere.

È precisamente su questo crinale che si colloca il progetto promosso da Genovese e Barela. Nell’aprire i lavori dai quali il volume trae origine, Genovese prospettava la necessità di verificare se le categorie del diritto civile possano essere rimodellate per comporre la logica del profitto con esigenze ambientali e sociali divenute ormai ineludibili. Non si tratta, dunque, di rivestire con un nuovo lessico istituti rimasti immutati. Il quesito riguarda la capacità del diritto privato di trasformarsi senza perdere la propria identità.

La prima trasformazione concerne la persona. Il diritto privato moderno è nato e cresciuto attorno a un individuo presente, titolare di interessi e diritti collocabili nel tempo della sua esistenza. La sostenibilità introduce invece soggetti e interessi che eccedono questo orizzonte.

Le generazioni future non possono oggi stipulare contratti, acquistare beni o agire davanti a un giudice. E tuttavia molte decisioni assunte nel presente incidono sulle condizioni nelle quali esse potranno vivere. Il tempo entra così nel diritto privato in una forma diversa: non più soltanto come durata di un rapporto o termine per esercitare un diritto, ma come responsabilità verso chi ancora non esiste.

Cambia, parallelamente, il modo di guardare alle cose. La natura non appare più soltanto come un insieme di beni suscettibili di appropriazione e sfruttamento. Ambiente, biodiversità, ecosistemi e clima costringono a interrogarsi su interessi che non coincidono con quelli del proprietario e che spesso non possono neppure essere racchiusi entro i confini di un singolo territorio. Il tradizionale rapporto fra soggetto e bene s’incontra con una dimensione collettiva e intergenerazionale per la quale gli strumenti classici non sempre offrono risposte immediate.

Anche il contratto, emblema della libertà privata, viene investito dalla stessa trasformazione. Per lungo tempo la sua rappresentazione più semplice è stata quella dell’accordo attraverso cui due parti regolano i propri interessi. Nell’economia globale le conseguenze di quell’accordo possono invece propagarsi lungo catene produttive che attraversano Stati e continenti, incidendo sulle condizioni di lavoro, sull’impiego delle risorse, sulle emissioni e sulla qualità dell’ambiente.

La questione, non solo in prospettiva giuridica, diventa allora se l’autonomia dei contraenti possa continuare a essere valutata soltanto alla luce dei loro interessi oppure debba fare i conti, e in quale misura, con effetti che ricadono su terzi e collettività.

È tuttavia nell’impresa che la tensione raggiunge il grado più alto. Profitto e sostenibilità sono davvero due logiche conciliabili? È sufficiente porre limiti al modo in cui il profitto viene perseguito o la sostenibilità finisce per modificare lo stesso scopo dell’attività economica?

Le regole sulla trasparenza, i doveri degli amministratori, i criteri Esg, i controlli sulle filiere e la crescente attenzione per gli effetti ambientali e sociali delle decisioni imprenditoriali mostrano che il problema è già entrato nel diritto positivo. Rimane aperta la questione teorica: fino a quale punto tutto ciò possa essere assorbito dalle categorie conosciute e da quale punto, invece, cominci a cambiarle.

Il pregio del volume è precisamente quello di non nascondere il dissenso. La sostenibilità non vi appare come un nuovo dogma al quale il giurista sarebbe chiamato semplicemente ad aderire. Affiora, al contrario, un ventaglio assai ampio di interrogativi.

È davvero un principio giuridico autonomo? È una clausola capace di orientare l’interpretazione? È soltanto un modo nuovo per designare valori che il diritto già conosceva, dall’utilità sociale alla solidarietà e alla tutela dell’ambiente? Oppure possiede una forza trasformativa tale da richiedere una diversa sistemazione dell’intero diritto privato?

Sono domande decisive perché dietro le classificazioni apparentemente riservate agli specialisti si cela un problema istituzionale. Più una formula è indeterminata, più diventa importante stabilire chi abbia il potere di attribuirle un contenuto.

La sostenibilità rischierebbe altrimenti di oscillare tra due estremi ugualmente insoddisfacenti: da un lato un’etichetta priva di conseguenze, buona per ogni dichiarazione programmatica; dall’altro un criterio così ampio da consegnare a regolatori, giudici e autorità un potere difficilmente delimitabile.

Per questa ragione una parte essenziale del libro è dedicata non soltanto ai principi, ma alla loro attuazione. Informazione, organizzazione dell’impresa, controlli, rimedi, responsabilità e autorità di vigilanza costituiscono il banco di prova sul quale la sostenibilità cessa di essere aspirazione e diventa diritto.

È forse questo il passaggio più importante per il lettore non specialista: nessun valore giuridico vive soltanto perché è proclamato. Diventa effettivo quando modifica comportamenti, attribuisce diritti, impone obblighi e rende possibile reagire alla loro violazione.

Alla fine dei lavori Maria Barela ha rivendicato, con una punta di ironia, la scelta di collocarsi fra quegli “utopisti” evocati criticamente da Irti. L’espressione coglie bene il senso dell’intero progetto, purché non la si intenda come professione di ingenua fiducia. L’utopia, qui, consiste piuttosto nel rifiuto di considerare immutabili le categorie ricevute e nella disponibilità a verificare se possano ancora servire a governare problemi che i loro costruttori non potevano conoscere.

Il punto interrogativo che chiude il sottotitolo del volume, Verso una teoria del “diritto privato sostenibile”?, va dunque preso sul serio. Non siamo davanti alla proclamazione di una teoria già compiuta. Il libro non dimostra che esista un diritto privato sostenibile, né che la sostenibilità sia destinata a diventare il nuovo principio ordinatore di tutto il sistema.

Mostra qualcosa di forse più interessante: che una parte significativa della scienza giuridica avverte ormai l’esigenza di verificare le proprie categorie alla luce di un mondo nel quale le decisioni private producono conseguenze collettive, globali e future.

È probabilmente questo il merito maggiore dell’opera. Ricordare che il diritto privato non è soltanto la tecnica attraverso la quale si organizzano proprietà, contratti e scambi. È anche uno dei linguaggi con i quali una società decide quali libertà riconoscere, quali limiti imporre e quali conseguenze del presente sia disposta a trasferire sul futuro.


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30 agosto, 2026

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