Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Gentile direttore, mi preme condividere con lei, confidando in una sua eventuale pubblicazione, una riflessione stimolata dal bellissimo articolo di Filippo Rossi apparso oggi su Il Sole 24 Ore. Vorrei iniziare con una frase che mi ha colpito particolarmente: “Governare una città significa avere il coraggio di toccare ciò che troppo spesso viene considerato intoccabile. È qui che si misura la distanza tra amministrazione e politica”.
Viterbo vive oggi in un torpore surreale, poiché fatica a trovare la propria identità. Come scrive il giornalista, è “una città bellissima, rara, integra come poche altre in Italia, eppure silenziosa, trattenuta, come se temesse di disturbare il proprio stesso potenziale”. Le nostre vie medievali, gli scorci e i portali in peperino custodiscono una memoria antica che sembra aspettare qualcuno disposto ad ascoltarla davvero. Il passare degli anni ha purtroppo abituato i viterbesi a una quiete rassegnata; ma ogni attesa troppo lunga finisce per modificare luoghi e persone, smettendo di essere provvisoria per diventare abitudine, rinuncia e assuefazione.
Proprio mercoledì ascoltavo i commenti di alcuni turisti che s’incontravano per le vie del centro. Lamentavano l’abbandono urbano e commerciale, la mancanza di attività e quella desertificazione che pian piano ha sostituito l’accoglienza, l’imprenditorialità e la vicinanza umana. Abbiamo un potenziale enorme, ma mancano i progetti: senza di essi questa città non sarà mai una scelta, pur potendo rappresentare un’ottima alternativa per chi vuole allontanarsi da una grande metropoli come Roma.
La questione, come in molte altre realtà, è squisitamente politica. Nella nostra città assistiamo a una deriva alimentata dal degrado che genera altro degrado e da un’insicurezza reale o percepita che compromette la vivibilità di intere zone. Ciò intacca non solo il valore degli immobili, ma anche il tessuto commerciale, che ogni giorno cede il passo ad attività che non tutelano le tradizioni né valorizzano i giovani. Subiamo una politica che rinuncia alla visione a lungo termine per inseguire il consenso immediato, sostituendo la direzione con la gestione della sola quotidianità.
Una città vive se migliora e si trasforma; una città che non cambia, si spegne. Spero che in molti leggano l’articolo di Rossi e, soprattutto, spero lo leggano quanti oggi hanno la responsabilità del nostro futuro. Perché, come ricorda l’autore, «una città che non orienta, non esiste, e ciò che non esiste non può essere abitato davvero».
Cordiali saluti,
Alessandro Bonucci
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