Viterbo – “Viterbo ha le terme ma non è una città termale, ha l”università ma non è universitaria”. Filippo Rossi torna a parlare di Viterbo.
Giornalista, autore, saggista, ma nel suo curriculum anche un passato nella politica, presidente del consiglio e candidato sindaco per Viva Viterbo.
Massimiliano Capo e Filippo Rossi
La sua Viterbo per ora è nel libro: “Pensare la città, Viterbo immaginaria, leggere il futuro”. Presentazione allo spazio Bic Lazio a valle Faul. Una città per ora immaginaria. Magari un domani, chissà quando, forse a primavera, qualche pagina potrebbe iniziare a prendere forma. E chissà con quale ruolo, per Filippo Rossi.
Quella che propone è un’idea. Meno di una proposta, rimarca l’autore: “È una possibile proposta”. Diversi politici, però, sembrano interessati ad ascoltarla. La sala è piena, le sedie non bastano. Cittadini, qualche politico, molti esponenti in particolare di FdI: Antonella Sberna, Luigi Maria Buzzi, Marco De Carolis, Mauro Rotelli, Gianmaria Santucci, giusto per citarne qualcuno. Ma pure Andrea Micci della Lega, Giulio Marini e Giovanni Arena. Di certo in sala è seduto, o in piedi, il prossimo candidato sindaco di quest’area.
Viterbo – La presentazione del libro di Filippo Rossi
Si racconta Viterbo e magari questo sforzo intellettuale potrebbe essere la base di progetto politico. Al di là delle ragioni che hanno portato Rossi a scrivere. C’è tempo.
Intanto le ragioni del libro: “L’amore – odio per quello che Viterbo poteva essere. Ma se si scrive un libro, vuol dire che l’amore prevale.
Io non sono uno storico, non è un programma elettorale. Ho solo cercato d’interpretare quello che potrebbe essere Viterbo e perché non lo è”. Eterna incompiuta.
La politica ha le sue responsabilità. Un po’ tutta la politica. Decenni di maggioranze che si sono avvicendate a palazzo dei Priori. “Abbiamo Villa Lante, ma non è una città che investe su quell’immaginario. C’è San Martino al Cimino, un gioiello che vale Pienza, ma Viterbo la considera periferia o frazione.
Una città abbandonata, perché i viterbesi l’hanno abbandonata. E se lo facciamo noi, i nostri figli se ne vanno. Non li facciamo sentire orgogliosi del luogo in cui vivono”.
Cinema è la parola più ripetuta. Il pallino di Rossi, non da oggi. E cinema fa rima con Genio. Chiuso. Da una vita.
“Una città che non si ribella a non avere multisala in centro, è depressa, non cerca di uscirne ma accetta il suo destino. Invece, serve uno scatto in avanti. Il comune gestisce un teatro, perché non può farlo anche per un cinema, se serve? Facciamolo, invece di spendere su altro”.
E se molto andrebbe fatto, qualcosa che si fa, sarebbe meglio evitarlo. “La Macchina di Santa Rosa messa in un cantiere brutto per due mesi” Il montaggio a San Sisto anticipato a luglio. “È arte pura e noi trattiamo male anche la cosa migliore che facciamo”.
Il comune riesce a organizzare tutto quello che ruota attorno al tre settembre, ma il resto? “Per Natale deve fare un bando. Oppure per un grande festival deve chiedere in giro o aspettare un pazzo che lo propone”. Se si chiede in giro, significa che le idee scarseggiano.
“La politica deve imparare a dire no”. Ovvero, scegliere. “Se occorre riaprire un cinema, organizzare un grande festival, investire sull’ex ospedale, si può tagliare una volta meno l’erba. Il che non vuol dire che non vada tolta, ma quella è ordinaria amministrazione”.
A volte manca il coraggio, altre la voglia di trovare le risorse necessarie. E non è che quando i soldi ci sono vada molto meglio. “Il problema della politica italiana è che non spende poco o tanto. Spende male, non c’è nessun dibattito serio su cosa fare.
E non è un’accusa a una parte politica o all’altra. Il Pnrr lo ha fatto da Draghi ma ha speso di merda”.
Per calarsi sulla realtà locale: “Abbiamo buttato i soldi per restaurare piazza Crispi. Potevamo mettere i fondi su San Martino al Cimino. O l’ultimo ascensore alla pensilina al Sacrario. A che serve?”.
Ma Filippo Rossi è legato a un qualcosa che per anni ha dato linfa e vita a Viterbo. Tutto perfetto, tranne il finale. Caffeina. Ancora oggi, un tasto dolente, una ferita aperta. “Di Caffeina, quello che avrebbe potuto essere ma non è stata – sottolinea Rossi – è faticosissimo parlarne in pubblico. L’ho fatto un anno fa e mi sono messo a piangere”. Quasi replica anche stavolta. “Il problema è la bandocrazia.
Non siamo a Verona o Varese, dove imprenditori pronti a investire non ne mancano. Qui per ottenere 5mila euro, li spendevi altrettanti di benzina.
Per qualcosa in cui crede, è l’amministrazione pubblica che deve farsi imprenditore culturale. Non m’invento niente e non devo spostarmi troppo distante per trovare un esempio. Bagnoregio, con Casa Civita”.
Di turisti, là ne arrivano: “Non è inventiamoci la scusa che a Viterbo mancano i collegamenti . Non c’entra niente. Altrimenti Orte sarebbe invasa e Pienza sarebbe deserta”.
Un ritorno con un lungo applauso finale. Un nuovo inizio per Filippo Rossi? Un nuovo libro da sfogliare?
Giuseppe Ferlicca
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