Castel Sant’Elia – Riceviamo e pubblichiamo – Da dieci anni seguo il movimento del sole all’interno della Basilica di Sant’Elia, osservando come la luce attraversa le aperture, raggiunge punti precisi dell’edificio e cambia comportamento nel corso delle stagioni. Dopo aver documentato i fenomeni legati al solstizio d’inverno e a quello d’estate, sono arrivato ora a un nuovo passaggio della ricerca: le illuminazioni dell’equinozio, che completano il quadro stagionale delle ierofanie della basilica.
Il fenomeno principale si sviluppa al mattino, indicativamente tra le 9 e le 10.30, e coinvolge inizialmente due monofore poste sul lato destro del transetto.
Con il progressivo movimento del sole, i fasci luminosi superano l’arco del transetto e raggiungono una porta oggi tamponata, situata nella navatella destra.
Proprio questa porta rappresenta uno degli elementi più interessanti dell’intero ciclo stagionale, perché nel corso degli anni ho osservato che diverse porte della Basilica di Sant’Elia vengono illuminate in differenti momenti dell’anno.
Durante il periodo invernale viene raggiunta dalla luce la porta sinistra della facciata, mentre in estate il fenomeno interessa la porta situata nella sacrestia. La porta tamponata, illuminata invece nel periodo equinoziale, può quindi essere letta, nell’ambito della mia ricerca, come una vera e propria “porta dell’equinozio”.
Questo comportamento si inserisce in un quadro più ampio, nel quale porte, monofore, finestre e oculi possono assumere un ruolo particolare nel rapporto tra architettura e ciclo solare. Nella Basilica di Sant’Elia questa distribuzione stagionale appare particolarmente significativa, perché una porta entra in relazione con la luce nel periodo invernale, una seconda in quello estivo e una terza durante l’equinozio.
La prima monofora equinoziale illumina la parte bassa della porta tamponata e prosegue poi verso l’imbocco delle scale che conducono alla cripta. È proprio qui che il fenomeno assume uno dei significati più suggestivi della ricerca.
La cripta rappresenta, nella tradizione cristiana, il luogo più nascosto e profondo della chiesa, legato alla memoria delle catacombe, dei martiri e delle reliquie. Posta spesso sotto il presbiterio o l’altare, richiama simbolicamente il fondamento della comunità cristiana, il mistero della fede e soprattutto il passaggio dalla morte alla resurrezione e alla vita eterna.
Durante l’equinozio ho osservato che il fascio luminoso arriva proprio sulla soglia delle scale che conducono alla cripta. Questo passaggio avviene in un periodo dell’anno che per il cristianesimo assume un’importanza particolare, perché l’equinozio di primavera costituisce il riferimento astronomico fondamentale per il computo della Pasqua.
La Pasqua è una festa mobile e non può quindi essere fissata facilmente attraverso un unico fenomeno luminoso legato a una data civile costante. L’equinozio, invece, rappresenta un riferimento astronomico stabile, e proprio per questo considero particolarmente interessante il fatto che la luce raggiunga la soglia della cripta in questo momento dell’anno.
La lettura che propongo è che questo passaggio possa richiamare simbolicamente il tema della morte e della Risurrezione. La luce raggiunge infatti il luogo più profondo dell’edificio, associato alla memoria dei defunti e all’attesa della vita eterna, proprio nel periodo in cui il calendario cristiano si prepara alla celebrazione della Pasqua.
Naturalmente considero necessario mantenere distinto ciò che posso misurare da ciò che posso interpretare: la traiettoria della luce è un dato osservabile, mentre il significato simbolico e l’eventuale intenzionalità dei costruttori restano ipotesi da confrontare con la storia, la liturgia e le diverse fasi costruttive della basilica.
La sequenza continua con una terza monofora, questa volta posta sul lato sinistro del transetto. Il fascio che supera l’arco raggiunge una pietra collocata nella zona centrale della navata, interpretata nell’ambito dello studio come possibile elemento con funzione di ossario.
Anche in questo caso la luce equinoziale entra quindi in relazione con uno spazio collegabile alla memoria dei defunti, creando una seconda corrispondenza con il tema della morte e della resurrezione.
Un altro elemento emerso dai miei calcoli riguarda la seconda monofora del transetto. Seguendo matematicamente il suo spostamento nei giorni successivi all’equinozio, ho verificato che intorno al 25 aprile, nel calendario attuale, il fascio torna a raggiungere la parte bassa della porta tamponata e la soglia delle scale della cripta.
Il dato è particolarmente interessante perché, nel calendario gregoriano, il 25 aprile rappresenta il limite più tardo nel quale può cadere la domenica di Pasqua. Da qui nasce una delle ipotesi che considero più significative: i due passaggi luminosi potrebbero aver fornito riferimenti diversi all’interno della finestra pasquale.
Il primo passaggio, vicino all’equinozio, potrebbe aver rappresentato un riferimento iniziale, mentre il secondo, collocato verso il limite estremo del periodo entro il quale può cadere la Pasqua, potrebbe aver segnato la conclusione di questa finestra. Tra i due momenti la luce non rimane ferma, ma si sposta progressivamente lungo le scale della cripta, seguendo giorno dopo giorno il cambiamento della posizione del sole.
In questa prospettiva, l’architettura potrebbe aver funzionato come una sorta di calendario luminoso, nel quale il movimento della luce offriva un riferimento stagionale. Si tratta tuttavia di un’ipotesi che deve essere affrontata con prudenza.
Verso le 10,30 la sequenza mattutina arriva alla sua conclusione.
Mentre gli altri fasci iniziano progressivamente a ritirarsi, un’ultima illuminazione interessa la zona absidale e raggiunge la parte retrostante dell’altare nel momento in cui il Sole si dispone lungo l’asse dell’abside.
Questo passaggio è particolarmente importante perché la Basilica di Sant’Elia non presenta un unico asse perfettamente rettilineo. L’asse della basilica risulta quindi spezzato, e questa particolarità architettonica contribuisce a spiegare perché alcune illuminazioni si producano in momenti differenti e perché alcune risultino legate specificamente all’abside, mentre altre rispondano alla geometria della navata.
Le illuminazioni dell’equinozio non terminano però con la mattina. Nel pomeriggio entra in gioco un’altra condizione che ho riscontrato più volte nel corso delle osservazioni annuali: quando il Sole raggiunge una posizione ortogonale rispetto all’asse della chiesa, all’interno della basilica si generano particolari fenomeni luminosi.
Anche durante l’equinozio avviene qualcosa di simile. Quando il Sole si trova ortogonale all’asse della navata, l’oculo laterale proietta sul pavimento un disco luminoso che raggiunge la decorazione musiva della parte destra della navata. Il disco non cade esattamente al centro del mosaico, ma interessa la sua fascia più esterna, mostrando ancora una volta come la geometria del Sole e quella dell’edificio possano entrare in relazione durante la stessa giornata.
Un comportamento differente emerge invece dallo studio dell’oculus. I calcoli indicano che il disco luminoso raggiunge il centro della navata in due periodi dell’anno che, riportati all’epoca costruttiva presa in esame, corrisponderebbero indicativamente al 24 febbraio e al 7 ottobre del 1200
La data del 24 febbraio è particolarmente interessante perché, nella tradizione liturgica orientale, è associata alla commemorazione del primo e secondo ritrovamento della testa di San Giovanni Battista. Anche in questo caso la coincidenza tra data liturgica e passaggio luminoso non dimostra da sola un’intenzionalità progettuale, ma rappresenta un elemento che merita di essere confrontato con la storia della basilica, con il culto locale e con il contesto liturgico dell’epoca.
Il quadro della Basilica di Sant’Elia appare oggi molto più completo. Ho seguito la luce durante il solstizio d’inverno, gli equinozi e il solstizio d’estate, osservando il Sole attraversare aperture diverse e raggiungere porte, mosaici, cripta, altare e navata.
Quello che emerge non è più soltanto un singolo fenomeno luminoso, ma un vero ciclo stagionale. La Basilica di Sant’Elia reagisce in maniera diversa alla posizione del Sole nel corso dell’anno, perché la luce cambia altezza, inclinazione e direzione e, attraverso l’architettura, raggiunge punti differenti dell’edificio.
Dopo dieci anni di osservazioni considero proprio questo il risultato più importante della ricerca: la basilica non riceve semplicemente la luce, ma la seleziona, la dirige e la trasforma, e stagione dopo stagione il Sole continua ancora oggi a lasciare il proprio percorso sulla pietra.
Un doveroso ringraziamento va al sindaco Vincenzo Girolami, l’assessore alla cultura Cecilia Paolucci.
Stefano Cavalieri
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