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Centro storico - Lavoro e passione: nasce la boutique fotografica - L'apertura dell’attività in via Cavour - FOTO

Gianmarco Carvone: “La macchina di Santa Rosa è il segno più potente di Viterbo”

di Irene Temperini
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Viterbo – “La macchina di Santa Rosa è il segno più potente di Viterbo”. Fotografo, film maker ed esperto di comunicazione, Gianmarco Carvone pochi giorni fa ha aperto il suo studio in via Cavour, a due passi da piazza del Comune, nel cuore del centro storico della città dei papi.

Un locale acquistato a inizio anno, totalmente ristrutturato, che racconta il lavoro di Carvone, che è anche la sua più grande passione: la fotografia.

Viterbo - Gianmarco Carvone

Viterbo – Gianmarco Carvone


Il fotografo viterbese racconta il suo lavoro, offrendo visioni e prospettive su Viterbo e sul suo centro storico.

Come le è venuta l’idea di aprire questa attività?
“Io ho iniziato questo lavoro per passione. La prima occasione di crescita fotografica l’ho avuta a Bruxelles. Mio padre ha lavorato lì per quattro anni, e per portarmi a casa qualche ricordo ho iniziato lì.
Una volta tornato a Viterbo, questa passione sbocciata ho deciso di farla diventare una professione. L’idea di aprire uno studio l’avevo già nel 2024. Ho acquistato questo locale a gennaio di quest’anno. Non era una necessità, perché il lavoro spesso mi porta fuori. Ma mi piaceva l’idea di avere un luogo tutto mio dove incontrare i clienti o semplicemente lavorare al computer”.

In un centro storico dove molte attività chiudono, un bel segnale.
“Sì, è vero questo. Fuori dal centro sarebbe stato più comodo, per logistica e parcheggi. Io però non faccio una vendita di prodotti. Chi viene da me è perché prende un appuntamento. E quindi è disposto a parcheggiare un po’ più lontano, a trascorrere un’ora qui, e poi magari prende un caffè, consuma un aperitivo o una pizza qui intorno. Il centro di Viterbo è bellissimo, mi piace tanto e lo vedevo benissimo per la mia attività”.

Uno spazio piccolo, ma bellissimo, che lei ha completamente ristrutturato e rinnovato.
“Sì, l’ho completamente rinnovato. Io amo definirla una piccola boutique fotografica dove posso mostrare i lavori ai miei clienti. Essendo su strada, anche chi passa, viterbesi e turisti, avendo messo questo schermo grande, possono vedere le immagini della macchina di Santa Rosa e della nostra città”.

Di lei e dei suoi lavori quello che colpisce è la componente emozionale. Quanto è importante il sentimento, l’emozione, nei suoi lavori?
“Sono fondamentali. Io quando entro in contatto con la persona e il progetto, ricerco sempre l’emozione. Emozione che mi trasmette il progetto o il suo interlocutore. Per me raccontare le aziende, le tradizioni, i luoghi, le città in questo modo, è la mia chiave. Aldilà del bello che si deve trasmettere attraverso la tecnica e le immagini, quello che arriva veramente è l’emozione”.

Viterbo - Gianmarco Carvone studio

Viterbo – Gianmarco Carvone studio


A proposito di emozioni, lei è anche uno dei fotografi del Sodalizio dei facchini di Santa Rosa…
“Ecco, questo è un capitolo a parte per me. Perché all’emozione collettiva dell’evento, si somma la mia di emozione. Lei sa benissimo che per quanto puoi essere bravo a trasmetterla, non sarà mai come vederla. È sempre una sfida, una rincorsa, il cercare di trasmettere quanto più possibile le emozioni del 3 settembre. Per questo è il lavoro più bello che io abbia mai fatto”.

Il mondo dell’artigianato, compreso il lavoro di fotografo, oggi è messo in crisi da grande distribuzione e digitalizzazione. Quale è la strada per continuare e rilanciare?
“Sicuramente la digitalizzazione ha spostato il baricentro, l’equilibrio. Io però quello su cui punto ancora è il rapporto umano, che deriva dal confrontarsi e dalle idee. I software, l’intelligenza artificiale, devono essere strumenti, non sostituti, altrimenti diventa un lavoro dietro a uno schermo, e si perde il gusto della fotografia”.

Viterbo - Gianmarco Carvone

Viterbo – Gianmarco Carvone


Lei è giovane. E ha fatto un passo importante. Cosa direbbe a un giovane che è indeciso se farlo o meno?
“Gli direi di seguire il fuoco della passione. È tutto importante, ma niente è indispensabile. Non è indispensabile uno studio per iniziare, nè l’ultima attrezzatura disponibile sul mercato. Quello che conta è il fuoco della passione per quello che si fa, poi una strada si trova sempre”.

Quindi non c’è digitalizzazione che tenga.
“No, esattamente. Quando sei con un’altra persona, sei tu e l’altra persona. Ci sei tu, il tuo sguardo, la tua sensibilità, il tuo modo di raccontare. E questo non può essere sostituito da nessuna intelligenza artificiale”.

Lei oltre all’impegno con il Sodalizio collabora con il comune di Viterbo e con altri comuni della provincia, è socio dell’attività Cuore di Viterbo, anche quella di recente apertura. Tutte attività che hanno un filo rosso che le unisce, l’amore per Viterbo e il suo territorio abbinato alla fotografia e alla comunicazione. Per questo le chiedo: come andrebbe raccontata Viterbo fuori da Viterbo?
“Viterbo è ricchissima di offerta. Quello che manca è la canalizzazione di tutta questa offerta in una comunicazione che vada fuori dalle mura. Ci sono tanti imprenditori capaci, tanti abili operatori turistici, ma manca la rete. Ci sono tanti canali di comunicazione, ma distinti. Quando invece una proposta generica che vada ad accorpare più professionisti dello stesso settore attira di più. Viterbo non ha ancora capito al 100% che il futuro sta nello stare insieme, sotto tutti i punti di vista, dalla cultura al turismo all’offerta commerciale”.

Lei che è un grande comunicatore, quando si pubblicizza Viterbo, si punta non su un brand unico, ma di volta in volta si cambia obiettivo. La città della macchina di Santa Rosa, degli etruschi, dei papi, delle terme. Si rischia di creare confusione. Come la pubblicizzerebbe lei fuori da Viterbo la nostra città?
“Questa è una domanda difficile, è proprio la domanda delle domande. Punterei sicuramente sull’offerta termale, che è molto completa, organizzata e accattivante. Ma non posso non dire che Viterbo è la città della Macchina di Santa Rosa. Questo per noi è scontato dirlo, ma non lo è quando si va fuori. Il traporto della Macchina di Santa Rosa, patrimonio Unesco, deve rappresentare al 100 % la città di Viterbo. Perchè ne ha tutte le caratteristiche. C’è il folklore, la tradizione, il sacrificio. C’è la passione, e c’è l’impatto visivo che è straordinario. Se dovessi scegliere solo un canale, un solo brand, sceglierei la Macchina di Santa Rosa. È il segno cittadino più evidente, più potente e più sentito da tutti”.

Viterbo - Gianmarco Carvone

Viterbo – Gianmarco Carvone


Qual è invece secondo lei la ‘ricetta’ per rilanciare il centro storico?
“Credo si stia andando nella direzione giusta, quella di più attività di somministrazione, di artigianato. E auspico altre unioni di imprenditori, consorzi di aziende dello stesso settore, che puntino al centro per uno show room, un punto vendita, per presentare e vendere i prodotti del territorio”.

Torna ancora la rete…
“Sì, ci credo profondamente. Il centro deve avere un’offerta che racconti la città”.

Quanto incide la comunicazione nel racconto di questa città?
“Incide e deve incidere tantissimo. Perchè nessun posto oggi basta più a se stesso. Deve affacciarsi fuori, lo deve fare in modo coerente, lo deve fare in modo credibile. Che siano regioni, singoli comuni, associazioni, in molti puntano sulla comunicazione, tanto quanto il prodotto che vendono”.

Irene Temperini


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23 settembre, 2026

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