Viterbo – “Mi hanno chiamata giovedì mattina, verso le 10,45. Dicevano di essere della questura di Roma e di aver trovato i documenti di mio marito addosso a un uomo arrestato. Quei documenti ci erano stati rubati davvero, due o tre anni fa, in campagna. All’inizio non mi sono fidata: ho detto che, con tutte le truffe che ci sono, poteva non essere vero”. È il racconto della donna di 84 anni truffata nella sua abitazione nel quartiere Cappuccini. Il marito ha 96 anni. Racconta le conversazioni avute con i truffatori.
“Mi hanno detto che dovevamo andare a Roma per vedere i documenti e firmare un verbale – prosegue la donna –. Ho risposto che non potevo lasciare mio marito: è debole e ha quasi 97 anni. Ho chiesto che mi mandassero un poliziotto. Allora mi hanno detto che potevo chiamare il 112 per verificare che la storia fosse vera. Mi hanno assicurato che potevo farlo senza riagganciare”.
L’anziana ha composto il numero sul telefono fisso e ha visto apparire il 112 sul display. Non aveva però chiuso la chiamata con chi l’aveva contattata.
“Dopo un momento di silenzio ha risposto un’altra persona, dicendo di essere del 112 – riferisce la donna –. Mi ha chiesto di raccontare cosa fosse successo. Poi mi hanno fatta aspettare e una terza voce mi ha detto che avevano verificato con la questura di Roma: era tutto vero e potevo fidarmi. Così sono tornata a parlare con la prima persona”.
L’uomo al telefono le ha raccontato che era stato commesso un furto in casa di un gioielliere e che bisognava controllare se nell’abitazione dell’anziana ci fosse qualcosa della refurtiva. Ha prospettato il rischio che lei e il marito potessero essere considerati complici.
“Mi ha chiesto di mettere sul tavolo della cucina tutti i gioielli e i contanti che avevo – racconta la donna –. Mi ha domandato anche se possedevo armi. Ho detto di no, che avevo soltanto i coltelli della cucina. Mi ha fatto tirare fuori anche quelli. Poi mi ha detto che avrebbero mandato una persona a controllare”.
La telefonata è proseguita. Dopo circa tre quarti d’ora hanno suonato al portone. L’uomo in linea ha sentito il campanello e le ha detto che era arrivata la persona mandata da loro.
“Ho aperto a una ragazza in abiti civili – prosegue l’anziana –. È salita, le ho detto che avevo messo tutto sul tavolo della cucina e lei è andata a vedere. Ha parlato di fotografie e appunti. Quando l’ho seguita, mi ha chiesto di tornare al telefono perché il suo collega voleva parlarmi ancora. Poco dopo l’ho vista andare verso la porta. Le ho chiesto dove stesse andando. Mi ha risposto che l’avevano chiamata e che sarebbe tornata più tardi”.
In cucina non c’erano più né i gioielli né il denaro. La donna è corsa dietro alla giovane, che le ha detto di dover scendere per registrare gli oggetti e che poi li avrebbe riportati. Anche la persona rimasta al telefono l’ha rassicurata: quella, le ha detto, era la procedura e la giovane stava facendo le verifiche con la centrale.
Il marito dell’84enne ha riferito di aver visto due uomini sulle scale mentre la ragazza era nell’appartamento. Non è chiaro se fossero coinvolti. La donna, ormai preoccupata, ha chiamato il figlio, che si trovava al lavoro a Orvieto. Da quel momento è lui a raccontare.
“Appena mia madre mi ha detto che l’aveva chiamata la questura di Roma, le ho risposto che era una truffa – racconta il figlio –. Lei insisteva: aveva chiamato il 112 e le avevano confermato tutto. Non mi aveva ancora detto che una ragazza era già entrata in casa. Pensavo di poter fermare il raggiro e le ho chiesto di dare il mio numero a quell’uomo che le aveva telefonato”.
Il figlio è stato richiamato da un numero diverso da quello che aveva chiamato la madre. “Si è presentato stranamente come un carabiniere – riferisce –. Gli ho chiesto nome, cognome e numero di matricola e me li ha dati. Ha ripreso la storia dei documenti di mio padre e mi ha detto che dovevo andare a Roma. Gli ho spiegato che lavoravo a Orvieto e ho proposto di vedere l’eventuale documentazione al comando dei carabinieri di Viterbo. Mi ha risposto che avrebbe cercato di organizzare un appuntamento”.
Durante la conversazione l’interlocutore ha pronunciato un nome che non era quello del padre. “L’ho fermato – prosegue il figlio –. Lui ha fatto finta di rimproverare un’altra persona presente nella stanza per avergli dato il nome sbagliato. Dopo qualche secondo mi ha detto quello giusto. Alla fine ho chiuso la telefonata pensando di aver preso tempo”.
Ha quindi richiamato la madre. “Le ho detto che avrei pensato io a tutto e che non doveva far entrare nessuno – racconta –. Mi ha risposto: ‘Ma sono già stati’. Solo allora ho saputo della ragazza e del fatto che aveva portato via i soldi e i gioielli. Ho chiamato immediatamente il 112”.
Gli agenti della polizia sono intervenuti nell’abitazione. Ricostruendo le telefonate, è emerso che l’anziana aveva composto il 112 senza interrompere la prima chiamata. Le voci che le avevano confermato la storia della questura erano quindi, secondo la ricostruzione, quelle dei truffatori.
La giovane ha portato via 1.300 euro in contanti e tutti i gioielli che la donna aveva messo sul tavolo. Il figlio ne stima il valore tra i 5 e i 6mila euro: il danno complessivo sarebbe compreso tra 6.300 e 7.300 euro. Il giorno successivo ha accompagnato la madre in questura per presentare denuncia.
Presunzione di innocenza – Nel sistema penale italiano vige la presunzione di innocenza fino alla sentenza definitiva. Presunzione di innocenza che si basa sull’articolo 27 della Costituzione italiana secondo il quale una persona “non è considerata colpevole sino alla condanna definitiva”.
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