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Viterbo – In anteprima le foto inedite dell’ultimo saluto della città al sindaco più amato di Roma nato a Pianoscarano – Mercoledì alle ore 17 in sala Regia il convegno, la mostra fotografica e l’intitolazione delle sale del museo dei Portici di palazzo dei Priori

Quando i facchini di santa Rosa portarono a spalla Luigi Petroselli, che emozione!

di Elisa Guida
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Viterbo – Prima di Roma, c’è Viterbo. Luigi Petroselli, le cose fondamentali. Viterbo, dove nasce una storia politica: la città torna a interrogarsi su uno dei più importanti sindaci italiani con una mostra fotografica e un convegno, che si apre mercoledì 30 settembre, alle 17, nella sala Regia del comune.

Viterbo - Il corteo funebre per luigi Petroselli il 10 ottobre 1981 - Nella foto un giovanissimo Massimo Mecarini e Lorenzo Celestini

Viterbo – Il corteo funebre per luigi Petroselli il 10 ottobre 1981 – Nella foto un giovanissimo Massimo Mecarini e Lorenzo Celestini


L’amministrazione comunale della sindaca Chiara Frontini ha intitolato le sale del museo dei portici di palazzo dei Priori al primo cittadino nato e cresciuto in questa città, a Pianoscarano. L’iniziativa ˗ organizzata dal comune di Viterbo, dall’assessore agli spazi urbani Emanuele Aronne e dall’assessore alla cultura Alfonso Antoniozzi ˗ dà l’occasione di ripercorrere il legame tra Petroselli e il luogo in cui ha avuto inizio la sua formazione politica.

La mostra presenta le fotografie, in parte inedite, conservate nell’archivio della famiglia Petroselli ed è curata da Daniele Camilli, giornalista e segretario organizzativo della Uila Viterbo, Danila Corbucci, giornalista e nipote di Luigi Petroselli, e dall’assessore Emanuele Aronne.

Roma - Luigi Petroselli nel 1981

Roma – Luigi Petroselli nel 1981


Le fotografie restituiscono anche una dimensione poco conosciuta: immagini di famiglia, pranzi e incontri con gli amici, momenti nei quali la dimensione privata è quasi sempre intrecciata a quella collettiva. Non è un aspetto marginale.

Gli scatti, infatti, appartengono a un tempo in cui il confine tra il ruolo pubblico e la vita personale di chi faceva politica era più netto di oggi. L’autorevolezza e la riconoscibilità di un dirigente si costruivano soprattutto attraverso la militanza, il lavoro nei territori e l’attività amministrativa, mentre l’intimità restava in larga misura fuori dalla scena pubblica.

Viterbo - Il corteo funebre per luigi Petroselli il 10 ottobre 1981 - Nella foto un giovanissimo Massimo Mecarini e Lorenzo Celestini

Viterbo – Il corteo funebre per luigi Petroselli il 10 ottobre 1981 – Nella foto un giovanissimo Massimo Mecarini, Lorenzo Celestini e Nello Celestini


Alcune fotografie raccontano invece il rapporto tra Petroselli e Viterbo al momento della sua morte. Il corteo funebre attraversa la città dalla camera ardente a Palazzo dei Priori fino al cimitero, lungo Corso Italia e via Marconi.

Il feretro è portato a spalla anche da uomini del Sodalizio dei Facchini di Santa Rosa: tra loro Nello Celestini, allora presidente, e Massimo Mecarini, oggi alla guida del Sodalizio. Un gesto che, nella cultura simbolica di Viterbo, assume un significato particolare. Il trasporto a spalla richiama infatti la tradizione più identitaria della città, quella che ogni 3 settembre affida ai Facchini la Macchina di Santa Rosa. Non è un dettaglio: è la misura dell’omaggio che la città ha voluto tributare a Petroselli, iscrivendo il commiato all’interno del rito più profondamente legato all’identità collettiva.

Viterbo - Il corteo funebre per luigi Petroselli il 10 ottobre 1981

Viterbo – Il corteo funebre per luigi Petroselli il 10 ottobre 1981


Il titolo scelto per la mostra contiene un’indicazione precisa. Non soltanto Petroselli nato a Viterbo, ma Viterbo come luogo in cui prende forma una storia politica. È una distinzione tutt’altro che secondaria. Petroselli è rimasto nella memoria pubblica soprattutto come il sindaco di Roma tra il 1979 e il 1981, l’uomo delle borgate, delle periferie, dei servizi, della ricomposizione tra centro e margini della città. Ma quella politica non nasce in Campidoglio. Comincia molto prima.

Comincia in una provincia segnata nel dopoguerra dalle lotte sociali e contadine, dalla costruzione dei partiti di massa, dall’organizzazione del lavoro e delle rappresentanze. Petroselli ha mosso qui i primi passi della sua militanza. La sua attività politica è iniziata già nella campagna elettorale del 1948 come diffusore de «l’Unità»; nel 1950 si è iscritto al PCI, nel 1960 è stato eletto nel Consiglio comunale di Viterbo e nel 1962 ha assunto la guida della Federazione comunista provinciale, incarico che ha mantenuto fino al 1970. In quegli anni ha preso parte anche alle lotte bracciantili e alle mobilitazioni per la terra, tra cui l’occupazione delle terre di Bomarzo, entrando direttamente in contatto con i conflitti sociali e le condizioni materiali delle campagne della Tuscia.

Viterbo - Luigi Petroselli nel 1957

Viterbo – Luigi Petroselli nel 1957


È in questa traiettoria che la mostra assume un significato che va oltre la semplice ricostruzione biografica. Viterbo non è soltanto il punto di partenza geografico di Petroselli. È uno dei luoghi nei quali si è formato il suo modo di intendere la politica: il rapporto con i conflitti sociali, con le condizioni materiali della vita delle persone, con una comunità da conoscere prima ancora che da rappresentare. Quando Petroselli è arrivato a Roma ha portato con sé un’esperienza politica già lunga e radicata nel lavoro territoriale.

Nella capitale quell’impostazione si è misurata con una città attraversata da fratture enormi: tra il centro e le periferie, tra i quartieri serviti e le borgate prive di infrastrutture, tra la città monumentale e quella cresciuta ai margini. Quella presenza sul territorio non è rimasta, per Petroselli, una formula. Celebre, in questo senso, la reazione del sindaco alla protesta dei lavoratori Atac nel marzo 1981.

Dopo giorni di scioperi, Luigi Petroselli è andato personalmente nel deposito di Tor Sapienza per partecipare a un’assemblea. Il clima era teso. Durante il confronto gli sono state lanciate delle monetine. Ne ha raccolta una e, secondo le cronache di allora, ha reagito con poche parole: “Questo no, non lo permetto. Sulla mia onestà non si discute”. È rimasto lì e ha continuato a confrontarsi con i lavoratori. L’episodio restituisce bene un modo di intendere la funzione pubblica: non amministrare il conflitto a distanza, ma entrarci, esporsi in prima persona e cercare una soluzione nel rapporto diretto con chi quel conflitto lo stava vivendo.

Da sindaco, ha proseguito e rafforzato una politica che puntava al risanamento delle borgate e alla riduzione delle distanze tra centro e periferia. Ha lavorato sui servizi, sulla mobilità, sugli spazi pubblici, sul verde, sul centro storico e sull’area archeologica. Ma il suo progetto di città non si è esaurito negli interventi strutturali.

Durante la sua amministrazione ha sostenuto anche l’Estate romana, ideata dall’assessore alla Cultura Renato Nicolini durante la precedente giunta Argan: un’esperienza che portava cinema, spettacoli e iniziative culturali negli spazi della città e metteva in discussione la separazione tra centro e periferia, cultura “alta” e cultura popolare. Nel 1981, quando quella politica culturale è stata attaccata come espressione dell’“effimero”, Petroselli l’ha difesa apertamente. Il nodo era politico: governare Roma come un organismo unitario, riducendo le distanze nelle condizioni di vita, nell’accesso ai servizi, ma anche nella possibilità di vivere e appropriarsi degli spazi della città.

Roma - Luigi Petroselli sul set del film Il marchese del Grillo nel 1981

Roma – Luigi Petroselli sul set del film Il marchese del Grillo nel 1981


A Petroselli è rimasta legata una frase che sintetizza bene questa concezione: «Si può governare Roma solo se la si ama». Amare una città, nella sua esperienza, ha significato conoscerne le fratture, attraversarne i quartieri, misurarsi con i bisogni concreti di chi li abitava. Ha significato, soprattutto, accorciare le distanze. È probabilmente qui che il titolo del convegno e della mostra, Le cose fondamentali, rivela fino in fondo il proprio significato. Le “cose fondamentali” non appartengono soltanto a una stagione politica lontana. Sono anche le domande che quella stagione continua a porre: che cosa significa governare un territorio? Quanto conta conoscerlo davvero? Che rapporto deve esistere tra le istituzioni e la vita quotidiana delle persone? E che cosa accade quando la politica perde il contatto con i luoghi che pretende di rappresentare?

A quarantacinque anni dalla morte di Luigi Petroselli, l’iniziativa di mercoledì sceglie di ricordarlo senza trasformarlo in un’icona. Il convegno, la mostra e l’intitolazione delle sale del Museo dei Portici non si limitano a celebrare una figura ormai consegnata alla memoria pubblica, ma provano a restituirne la complessità, i contesti e le domande che la sua esperienza politica continua a porre.

In questo senso Petroselli torna nello spazio pubblico della città in cui è nato e si è formato politicamente, trovando un posto stabile nella memoria civica di Viterbo. E alla città viene affidata una responsabilità: riconoscere nella vicenda del sindaco una parte della propria storia politica e sociale. È questo l’aspetto più attuale dell’iniziativa: tornare alle “cose fondamentali” per interrogarsi sul senso concreto della politica, sul rapporto con i territori e sulla capacità delle istituzioni di leggere le disuguaglianze e trasformarle.

Elisa Guida
Storica


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29 settembre, 2026

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