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Mangiare sano - I consigli della nutrizionista Linda Ursino - Uno dei principali strumenti attraverso cui il sistema immunitario risponde a infezioni e danni dei tessuti

Infiammazione silenziosa: cos’è davvero e perché riguarda la nostra salute

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Viterbo – Quando sentiamo parlare di infiammazione pensiamo quasi sempre a qualcosa di evidente: una gola arrossata, una ferita, un’articolazione gonfia, la febbre. In questi casi l’infiammazione è una risposta normale e necessaria del nostro organismo, che si attiva per proteggerci da un danno o da un’infezione.

Esiste però anche una forma molto meno evidente, che negli ultimi anni è diventata oggetto di grande interesse scientifico: l’infiammazione cronica di basso grado.

Non provoca necessariamente sintomi riconoscibili e non è una malattia in sé. È piuttosto una condizione nella quale alcuni meccanismi infiammatori rimangono attivi a bassa intensità e per periodi prolungati.

Ed è proprio questa persistenza, più che l’intensità dell’infiammazione, ad avere importanza per la salute.

L’infiammazione non è sempre un nemico

Prima di parlare di come ridurla è importante chiarire un punto: l’infiammazione ci serve.

È uno dei principali strumenti attraverso cui il sistema immunitario risponde a infezioni e danni dei tessuti. Il problema nasce quando una risposta che dovrebbe essere temporanea tende a protrarsi nel tempo.

L’infiammazione cronica di basso grado è stata associata a numerose condizioni metaboliche e cardiovascolari, tra cui obesità, insulino-resistenza, diabete di tipo 2 e malattie cardiovascolari.

Questo non significa che l’infiammazione sia l’unica causa di queste patologie. Il rapporto è molto più complesso e coinvolge genetica, età, composizione corporea, ambiente e stile di vita.

I consigli della nutrizionista Linda Ursino

I consigli della nutrizionista Linda Ursino


È proprio per questo che parlare genericamente di “corpo infiammato” può essere fuorviante.

Che cosa c’entra l’alimentazione?

Molto, ma non nel modo in cui spesso viene raccontato sui social.

Non esiste infatti un singolo alimento che “infiamma” automaticamente il nostro organismo, così come non esiste un alimento capace di “spegnere” da solo l’infiammazione.

Ciò che conta è soprattutto il modello alimentare complessivo mantenuto nel tempo.

Un’alimentazione caratterizzata abitualmente da un eccesso energetico, poche fibre, scarso consumo di alimenti vegetali e un’elevata presenza di prodotti ultra-processati può contribuire a creare un contesto metabolico meno favorevole.

Al contrario, un modello ricco di verdura, frutta, legumi, cereali integrali, frutta secca, pesce e olio extravergine di oliva fornisce fibre, grassi insaturi e numerosi composti bioattivi associati a un profilo metabolico più favorevole.

Non è quindi la ricerca del “superfood antinfiammatorio” a fare la differenza, ma ciò che mettiamo nel piatto con maggiore frequenza.

Il tessuto adiposo non è soltanto una riserva di energia

Un aspetto particolarmente interessante riguarda il tessuto adiposo.

Per molto tempo è stato considerato semplicemente un deposito nel quale accumulare energia. Oggi sappiamo che è un tessuto metabolicamente attivo, capace di produrre e rilasciare numerose molecole coinvolte anche nella regolazione dell’infiammazione.

In particolare, un eccesso di tessuto adiposo viscerale può associarsi a una maggiore produzione di mediatori pro-infiammatori.

È uno dei motivi per cui salute metabolica e infiammazione sono strettamente collegate.

Anche in questo caso, però, sarebbe sbagliato ridurre tutto al peso sulla bilancia: distribuzione del grasso corporeo, attività fisica, qualità dell’alimentazione, sonno e altri fattori contribuiscono al quadro complessivo.

E gonfiore, stanchezza e dolori?

Qui è importante fare chiarezza.

Sentirsi gonfi, stanchi o avere dolori ricorrenti non significa automaticamente avere un’infiammazione cronica di basso grado.

Linda Ursino

Linda Ursino


Sono manifestazioni molto comuni che possono avere moltissime cause: dalla qualità del sonno a disturbi gastrointestinali, carenze nutrizionali, stress, patologie specifiche o semplicemente periodi particolarmente impegnativi.

Attribuire ogni sintomo all'”infiammazione” rischia non solo di creare preoccupazione, ma anche di spingere verso diete di eliminazione o integratori non necessari.

Se un disturbo persiste, la strada corretta non è autodiagnosticarsi uno “stato infiammatorio”, ma comprenderne la causa insieme ai professionisti di riferimento.

Non conta soltanto quello che mangiamo

Anche questo è un punto spesso dimenticato.

L’attività fisica regolare è uno degli strumenti più importanti per la salute metabolica e contribuisce alla modulazione dei processi infiammatori. Al contrario, una vita molto sedentaria rappresenta un fattore sfavorevole indipendentemente dall’alimentazione.

Anche il sonno conta. Dormire cronicamente poco o male è associato ad alterazioni metaboliche e a modificazioni di alcuni marcatori dell’infiammazione.

E poi ci sono il fumo, il consumo eccessivo di alcol e lo stress cronico.

In altre parole, non esiste una dieta antinfiammatoria capace di compensare da sola uno stile di vita complessivamente poco favorevole.

In conclusione

L’infiammazione cronica di basso grado è un fenomeno reale e importante, ma non dovrebbe diventare l’ennesima etichetta da attribuire a qualsiasi disturbo quotidiano.

Non abbiamo bisogno di “spegnere l’infiammazione” con detox, restrizioni o alimenti miracolosi.

Possiamo invece lavorare su ciò che sappiamo avere un impatto concreto sulla salute: un’alimentazione varia e prevalentemente basata su alimenti poco processati, attività fisica regolare, sonno adeguato, controllo dei principali fattori di rischio e uno stile di vita sostenibile nel tempo.

Ancora una volta, la salute non si costruisce attraverso una singola scelta perfetta, ma attraverso la somma delle abitudini che ripetiamo ogni giorno.

Dott.ssa Linda Ursino – Biologa Nutrizionista


Instagram: @linda_ursino_nutrizione


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12 ottobre, 2026

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