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Viterbo - Va trovato un sistema di recupero e valorizzazione non estemporaneo

Macchine di santa Rosa in piazza? Meglio una mostra permanente…

di Silvio Cappelli
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Silvio Cappelli

Silvio Cappelli 

Il progetto di Federici e Mazzei

Il progetto di Federici e Mazzei

Il progetto di Federici e Mazzei

Viterbo – In questi giorni che precedono l’Avvento, con l’avvicinarsi del Natale, stiamo assistendo ad un interessante dibattito sulla valorizzazione della tradizione della macchina di santa Rosa.

Tutto questo come conseguenza dell’annuncio, da parte dell’amministrazione comunale, di collocare due o tre macchine di Santa Rosa in diverse piazze di Viterbo per un periodo limitato nei mesi invernali.

Di certo non costituisce una novità l’idea di conservazione ed esposizione delle testimonianze materiali riguardanti la tradizione e il culto verso la santa patrona della città, ma finora, alle enunciazioni non sono seguiti mai fatti concreti. Da diversi anni in molti si sono resi conto che l’individuazione di un luogo dove conservare le Macchine, dopo i cinque anni di trasporto, è ormai diventata una necessità.

La cosa m’appassiona perché ne sento parlare da circa trent’anni.

Va detto, prima di ogni altra cosa, che la considerazione più importante, nella fattispecie, debba essere riservata a santa Rosa il cui corpo incorrotto si conserva all’interno del santuario. E non si può non considerare, in questa discussione, tra gli altri, il ruolo essenziale del sodalizio dei Facchini, oggi ben rappresentato dal presidente Massimo Mecarini, che è il motore del trasporto e di gran parte della manifestazione.

Senza i facchini non si potrebbero vivere, per esempio, la dinamicità del trasporto stesso, l’entusiasmante e commovente coro “Mira il tuo popolo” all’interno della chiesa della santissima Trinità, il giro delle sette chiese, il trasporto del Cuore della Santa in processione e le diverse iniziative, a scopo di beneficenza, che nel corso di ogni anno vengono effettuate.

E proprio tra sodalizio dei facchini di santa Rosa, Università degli studi della Tuscia e comune di Viterbo, il 29 settembre 2000 venne organizzata una “giornata di studio” avente per oggetto della discussione “Spazi urbani, spazi espositivi, recuperi, multimedialità” intorno alla tradizione e al culto verso Santa Rosa da Viterbo.

Fu una giornata interessantissima e piena di idee. Intervennero, tra gli altri, alcuni studiosi di conservazione dei beni culturali, l’allora presidente del sodalizio Lorenzo Celestini, il sindaco Giancarlo Gabbianelli, il vescovo Lorenzo Chiarinelli, il rettore Marco Mancini, l’architetto Giacomo Leone di Catania che portò l’esempio di recupero di archeologia industriale delle vecchie raffinerie di zolfo catanesi, l’architetto Stefano Ceccarelli che intervenne sul recupero della fabbrica Bosi di Rieti, l’avvocato Aldo Perugi che intervenne sul recupero dell’ex mattatoio di Viterbo, lo studioso Quirino Galli che parlò di come “musealizzare gli oggetti, soggetti, dinamiche del trasporto di Santa Rosa” e l’artista Alessio Paternesi che intervenne proprio sul tema “Un museo per una Macchina”.

Se è vero, come sosteneva il filosofo francese Bernardo di Chartres, che siamo “come nani sulle spalle di giganti”, proprio perché beneficiamo delle esperienze dei nostri predecessori, non possiamo oggi, parlando dell’esposizione delle macchine di santa Rosa, non considerare quanto detto in precedenza da studiosi ed esperti in materia.

Nella giornata di studio del settembre del 2000 tutti gli interventi si orientarono su una soluzione definitiva per la conservazione delle Macchine, senza dispendio di denaro, con un ritorno in posti di lavoro e ricchezza per l’intera città.

Il pittore e scultore viterbese di fama internazionale Alessio Paternesi, che è stato anche Facchino di Santa Rosa, quel giorno affermò: “…bisognerebbe creare posti di lavoro, perché i figli, i giovani, non scappino più da Viterbo. Mettere in piedi una Bottega della Macchina per valorizzare l’artigianato viterbese.

Bisognerebbe creare un luogo ideale per la conservazione delle macchine. Un’idea potrebbe essere quella di utilizzare le cave di peperino dismesse, in una delle tante tagliate della cavatura, spesso ben più alte di trenta metri, che si trovano in varie parti del territorio cittadino, dove l’impatto ambientale sarebbe notevolmente ridotto”.

Il maestro Paternesi realizzò, per l’occasione, anche un elaborato tecnico dove era previsto l’utilizzo delle rupi come “quinte” sulle quali appoggiare moderne strutture trasparenti, con uso di particolari accorgimenti tecnologici”. Le tagliate di peperino come simbolo della viterbesità, memoria del passato, ma anche simbologia del presente. Un percorso che, nel futuro, poteva anche portare alla realizzazione del “Museo della macchina e della pietra”.

Le antiche cave di peperino sarebbero diventate così, secondo Paternesi, anche uno “spazio per riunioni, conferenze, in cui realizzare tutte quelle iniziative che riguardano i facchini, comprese le prove di portata per la selezione dei ciuffi e delle spallette, una palestra e due ambulatori medici, una sala riservata alla vendita di oggetti, uno spazio ristoro con offerta e consumo di prodotti tipici viterbesi”.

Durante un altro intervento, fatto dagli architetti romani Francesca Federici e Luigi Mazzei, fu fatta la proposta di creare all’interno delle mura, tra Porta Romana e la chiesa di san Sisto, una struttura definitiva, al posto del ponteggio provvisorio, come una “torre medioevale”, un “contenitore” permanente della macchina per proteggerla, conservarla ed esporla. Eliminando gli alti costi annuali di montaggio, smontaggio e deposito in appositi capannoni.

Una nuova torre, come polo attrattivo di turisti, dall’alto quoziente comunicativo e con i costi facilmente ammortizzabili in pochi anni grazie all’enorme risparmio che si avrebbe nella gestione della macchina. Non più, dunque, impalcature provvisorie di tubi “innocenti” ma una struttura fissa con molta resa per l’intera città e per l’amministrazione comunale.

Gli architetti Federici e Mazzei suggerirono anche un percorso didattico – esplicativo, lungo il tragitto del trasporto della macchina, in modo da consentire a tutti di “ripercorrere virtualmente in ogni giorno dell’anno il tragitto che effettuano i facchini, con delle postazioni multimediali in ogni fermata, con il risultato di veicolare informazioni e filmati, per valorizzare il senso della percorrenza, con dei segni a terra realizzati con tecnopolimeri resistenti affogati nella pavimentazione esistente”.

E quest’ultima cosa, in parte è stata realizzata, incastonando a terra in ogni fermata, lo stemma in metallo del Sodalizio dei facchini.

Altri studiosi suggerirono di conservare la macchine all’interno delle diverse chiese viterbesi sfruttando le loro altezze interne. Il santuario di Santa Rosa, per esempio, avrebbe un’altezza interna, nella perpendicolarità della cupola, di circa 42 metri. Tante idee da valutare con attenzione.

Nessun relatore ha mai suggerito, in quest’ambito, di spendere molti soldi per esporre le macchine per pochi giorni d’inverno, alle intemperie, e con il rischio della sicurezza.

Io non so quale sia l’idea migliore ma credo sia utile, prima di prendere decisioni, seguendo il pensiero del filosofo Bernardo di Chartres, di valutare i consigli di quanti, con eccellente competenza, si sono espressi nel merito della questione.

Auguro a tutti un buon Natale tradizionale.

Silvio Cappelli


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12 novembre, 2013

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