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Viterbo - Sette alla sbarra - Un investigatore in aula: "Avevano casa piena di gioielli da donna"

Furti e rapine, un minorenne a capo della “banda del buco”

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

Viterbo – Andavano, colpivano e tornavano.

Il Viterbese era meta di scorrerie per un gruppo di giovani stranieri. In sette sono finiti a giudizio per la raffica di furti e rapine tra il 2005 e il 2006. Nessuna preferenza sugli obiettivi: per gli investigatori, saccheggiavano tutto. Dai bar, ai negozi, alle abitazioni. E tra le figure di spicco del piccolo cartello, c’era un ragazzo non ancora maggiorenne.

“Lo chiamavano Barone o Baronu – spiega in aula il maresciallo Angelo Ciardiello, oggi al reparto operativo di Viterbo, ma un tempo comandante dei carabinieri di Vetralla -. La sua pratica è passata al tribunale dei minori. Abbiamo iniziato a monitorare lui per primo, insieme a un altro membro del gruppo”. Il secondo è tuttora a processo insieme agli altri sei, ma degli imputati non c’è traccia.

I primi sopralluoghi di Ciardiello e dei suoi uomini iniziano a fine 2005. “Ricevevamo segnalazioni di furti dall’estate – racconta il maresciallo -. Vetralla era una zona particolarmente colpita, insieme a Tre Croci e Capranica”.

La lista delle vittime è lunga. Ma la strategia era sempre la stessa: i ladri arrivavano a bordo di auto di grossa cilindrata, praticavano un foro nelle finestre per poi aprirle con un ferro arrotondato. Tipo manico di un secchio, che veniva sapientemente modellato per scardinare la maniglia. Entravano, arraffavano e ritornavano a Roma. A volte portandosi dietro anche qualche macchina rubata dai luoghi svaligiati, mentre cesoie, sacchi neri per l’immondizia (in questo caso per la refurtiva) e altri arnesi da scasso rimanevano sul posto.

Ciardiello racconta al giudice Rita Cialoni del blitz alla base dei sette. “Venivano da zona Borghesiana. In casa abbiamo trovato di tutto: catenine, anelli, orologi, gioielli in oro da donna che poco si addicevano agli inquilini tutti maschi dell’abitazione. E poi cellulari, 80mila euro in contanti e macchinette fotografiche digitali rubate persino in Abruzzo”. 

Decisivo il contributo della stampa: un articolo di giornale sulla raffica di furti fu il motore della lunga serie di denunce in caserma.

Sul banco dei testimoni, anche un barista, vittima dei furti: “Hanno fracassato le macchinette. La sera prima erano stati a cena al bar da me. Bottino: 10mila euro, sei bottiglie di champagne e dodici di sambuca. Adesso i soldi chi me li ridà?”.


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18 febbraio, 2014

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