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L'irriverente - Una riflessione sui corsi e ricorsi storici

Matteo Renzi e i presidenti toscani…

di Renzo Trappolini
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Renzo Trappolini

Renzo Trappolini 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Potrebbero essere il destino o gli accidenti della storia, ma quest’Italia si è affidata a un capo di governo toscano nei momenti in cui ha girato pagina.

Non è solo Matteo Renzi, infatti, a intestarsi oggi la guida di quella che si preannuncia come la Terza Repubblica. Prima di lui ci fu il barone Bettino Ricasoli, quello del castello di Brolio e dei più famosi vini Chianti, che guidò il primo governo del Regno d’Italia, subito dopo Cavour, del quale seguì l’esempio cercando appoggi a destra e sinistra, non avendone però l’esperienza parlamentare.

Come Matteo, attratto da maggioranze variabili? Magari, sentito prima l’amico suo e factotum di Berlusconi Denis Verdini, col pretesto di un doppio binario, le riforme costituzionali e il governo quotidiano?

Ricasoli, scrivono gli storici, mancava del tact des choses possibles, di realismo cioè nella scelta dei traguardi davvero raggiungibili e dopo una manciata di mesi cadde per “un colpo di stato del re”, nei cui confronti non aveva troppi timori reverenziali.

Un altro toscano predecessore di Renzi fu Amintore Fanfani, quello che Montanelli chiamava “Rieccolo” perché, seppur tante volte sconfitto altrettante volte ritornava in auge grazie ad una energia vitale per la quale fu chiamato il “motorino del secolo”. Un’energia che non gli mancò mai, fin da quando, nel chiuso delle stanze del partito (allora la DC), diede una bella sterzata all’Italia centrista del dopoguerra sostanzialmente “giubilando” uno come Alcide De Gasperi (altro che il pur bravo contemporaneo Enrico Letta!).

A guardar poi gli inizi, qualcosa accomuna l’ex sindaco di Firenze e l’aretino Amintore, più volte presidente del consiglio ed insieme segretario del partito (proprio come ora Matteo).

I giornali riferiscono infatti che a far decidere Renzi per Palazzo Chigi sia stata una frase “si diventa grandi quando si smette di fare solo le cose che ci piacciono”, perché a lui sarebbe piaciuta un’incoronazione popolare, invece dei 136 voti della direzione del Pd.

Una frase, come per Fanfani, cui sarebbe piaciuto fare il professore e invece si trovò in politica dopo che Pio XII, al quale aveva chiesto consiglio, gli suggerì di scegliere tra l’insegnamento e il governo “ la strada più difficile”. Commenta Robero Gervaso che Amintore scelse la politica “rendendo questa strada più difficile ancora”.

Corsi, ricorsi storici e roba da toscani.

Renzo Trappolini


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18 febbraio, 2014

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