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L'alambicco di Antoniozzi - Per uscire dallo stallo è necessario puntare sui cervelli e rilanciare l'istruzione invece di trascurare scuola e cultura

Siamo diventati ciuchi che tirano la carretta

di Alfonso Antoniozzi
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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi 

Viterbo – “Fatto un altro mezzo chilometro, Pinocchio sentì la solita vocina fioca che gli disse:

— Tienlo a mente, grullerello! I ragazzi che smettono di studiare e voltano le spalle ai libri, alle scuole e ai maestri, per darsi interamente ai balocchi e ai divertimenti, non possono far altro che una fine disgraziata!… Io lo so per prova!… e te lo posso dire! Verrà un giorno che piangerai anche tu, come oggi piango io… ma allora sarà tardi!… —“

Ciclicamente, questo nostro povero Paese che pure ha dato i natali a Collodi il quale ha tentato di metterci in guardia con questa fiaba giustamente famosa in tutto il mondo ma che noi tendiamo a dimenticare, prova a trasformarsi nel Paese dei Balocchi e decide che l’istruzione, la cultura, lo studio siano inezie trascurabili, salvo poi far la fine del povero Pinocchio: trasformato in ciuco, non può fare altro che tirare la carretta e piangere sulla sua sorte disgraziata.

L’ultimo Lucignolo che ci è toccato in sorte ha tentato di convincerci per anni che le cose in fondo andavano benissimo, che il Paese era pieno di belle donne, di divertimenti, di partite di pallone, che la crisi era lontana anni luce, che i ristoranti e gli aerei erano pieni, che la cultura e l’istruzione non fossero poi fondamentali laddove c’erano denari e divertimento. Pur possedendo una casa editrice, ha ammesso pubblicamente e con una non dissimulata punta di orgoglio di non aver letto un libro da almeno vent’anni. Un suo ministro disse chiaramente senza vergognarsene nemmeno un po’ che con la cultura non si mangia. I suoi ministri della Pubblica Istruzione tagliarono ignobilmente fondi ed ore di studio, e assoggettarono la scuola al mondo del lavoro, quasi l’istruzione e lo studio non fossero null’altro che servi di un’immaginaria catena produttiva. Le televisioni, quelle sue e quelle statali, si guardavano dal produrre cultura, dal sollecitare stimoli, dal destare coscienze critiche, surrogando e diffondendo l’idea che l’Italia fosse davvero il Paese dei Balocchi, e chiunque provasse a dissentire da questa linea veniva zittito in maniera più o meno democratica e insultato o soppresso definitivamente come Pinocchio fece col Grillo Parlante. Di più e peggio: si contribuì a far passare l’idea che, in fondo, non fosse poi così disdicevole l’essere ignoranti e che l’ignoranza andasse “rispettata”, quasi fosse uno stato congenito e non una condizione eliminabile magari aprendo un libro o leggendo un giornale o andando a teatro o visitando mostre e musei. Quasi fosse un vanto.

I risultati di questa linea di pensiero sono ormai, ahimé, sotto gli occhi di tutti: siamo diventati dei ciuchi che al momento non hanno altro futuro se non quello di piangere e tirare la carretta come possono.

“Oramai è destino. Oramai è scritto nei decreti della sapienza, che tutti quei ragazzi svogliati che, pigliando a noia i libri, le scuole e i maestri, passano le loro giornate in balocchi, in giochi e in divertimenti, debbano finire prima o poi col trasformarsi in tanti piccoli somari.” Secondo un rapporto Onu del 2009 il 47% degli italiani è un analfabeta funzionale, ossia legge e scrive ma non riesce a seguire, a comprendere o a comporre un testo scritto di media difficoltà (più o meno come questo) e si arena di fronte ad un’operazione di calcolo.

Eppure non si capisce, davvero, il perché di questo accanimento nel trascurare l’istruzione e la cultura: non siamo una realtà industriale, non abbiamo bisogno di mano d’opera, abbiamo bisogno di cervelli. E’ attraverso la cultura, l’istruzione e l’alfabetizzazione che il Paese può immaginarsi una speranza di ripartire e di crescere, non certo allevando carne da fabbrica (anche in considerazione del fatto che le poche fabbriche rimaste, quando possono, emigrano i loro stabilimenti produttivi verso Paesi in cui la mano d’opera sia più a buon mercato). Il Giappone dopo l’atomica poteva esser considerato cancellato dalle mappe geografiche, ma attraverso l’istruzione è diventato una potenza mondiale. La Cina l’ha capito, e difatti sforna più laureati degli Stati Uniti, e l’India in pochi anni è riuscita ad allinearsi all 11% di laureati della Russia. Stiamo parlando di tre Stati che hanno salda in pugno una larga fetta del mercato economico, e che fino a una sessantina di anni fa erano Paesi composti in maggioranza da braccianti senza futuro.

Da noi invece la scuola e la cultura continuano ad essere vilipese, manganellate, offese, trascurate, e per di più tutto questo succede in un Paese che detiene da solo gran parte del patrimonio culturale del pianeta e il maggior numero di siti considerati dall’Unesco un patrimonio mondiale per l’umanità. Una persona di media intelligenza capirebbe che serve materiale umano colto, preparato, competitivo per conservare e valorizzare questo patrimonio che da solo potrebbe esser fonte di reddito per le generazioni a venire. Eppure non un passo avanti è stato fatto, neppure con Monti o con Letta, sulla scuola e sul futuro dei giovani; qualche promessa da Renzi, che vive con un’insegnante precaria, e staremo a vedere quali e quanti fatti seguiranno alle parole.

Non un impegno a rivalutare la cultura, non una promessa di rifondare la scuola pubblica su basi più salde restituendo dignità e futuro a chi studia e posizione sociale a chi ci lavora. Non una parola sull’edilizia scolastica, che già faceva acqua da ogni parte ai tempi in cui sedevo sui banchi del Liceo (per farci assegnare una sede adatta dovemmo aspettare una provvida invasione di sorci) figurarsi ora, dopo vent’anni di Paese dei Balocchi. Gli studenti in Italia si portano la carta igienica da casa, la spesa media di una famiglia è di cento euro annui per studente dell’età dell’obbligo (in barba alla Costituzione che vuole gratuita la scuola obbligatoria), e nella nostra città gli studenti sono costretti ad autotassarsi se vogliono fare un’assemblea, visto che non esistono all’interno degli edifici scolastici spazi adatti per ospitare centinaia di ragazzi che, in nome di un diritto sancito nello statuto dei diritti delle studentesse e degli studenti, vogliono riunirsi per dibattere i problemi e magari trovare insieme una soluzione.

E’ successo recentemente agli studenti del Buratti, che han sborsato trecento euro per potersi riunire al cinema Genio, di proprietà del Comune, peraltro attendendo in coda per un’ora nel freddo di una mattinata invernale che il custode si ricordasse di aprire le porte. Una volta dentro, si son trovati senza riscaldamento e senza impianto di amplificazione e video (in verità l’impianto esiste ma pare sia praticamente inutilizzabile, come mi hanno assicurato alcuni ragazzi del Ruffini, autotassatisi anche loro per svolgere un’assemblea).

Personalmente trovo già intollerabile che i ragazzi debbano autotassarsi versando ogni volta trecento euro nelle tasche del locatario di uno spazio comunale (che ne pensa il Comune? E la Provincia, da cui dipendono gli edifici scolastici?), ma se davvero la realtà dei fatti fosse quella descrittami direi che oltre al danno c’è la beffa: un’ora di attesa per entrare, nessun riscaldamento in inverno, nessun impianto audio/video. Praticamente non solo si pagano denari, ma si ha in cambio una sala fredda ed inutile.

La cultura, l’istruzione, l’alfabetizzazione funzionale, i “cervelli” insomma sono il motore della crescita economica di un Paese negli anni duemila e l’unica speranza di futuro per noi ma soprattutto per i nostri figli. Questo motore al momento appare ingolfato e inservibile, e a meno di una seria revisione basata su fatti e non su promesse, di un serio investimento, di un vero rilancio del nostro capitale umano che è fatto di studenti e di insegnanti, di una promozione a lungo termine del sistema scolastico e culturale (magari seguendo l’esempio di quell’Obama che tanto ci affascina e che come prima cosa ha incrementato i finanziamenti alla scuola tra gli alti brontolii dell’opposizione) la macchina non cammina, e non camminerà per lunghissimo tempo.

Raglia finché vuoi Pinocchio, ma per pedante che sia ha ragione il Grillo Parlante: finchè darai fiducia a Lucignolo, ciuco sei e ciuco resti.

Alfonso Antoniozzi


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10 marzo, 2014

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