Viterbo – Passeggiando raccontando. Sul pianoro di Madonna Cornelia, a cinquanta metri dalla Cassia. A neanche mezzo chilometro da porta San Pietro. Fra gli splendidi resti, familiari e misteriosi di una villa-fortezza del tardo Cinquecento. Le statue scolpite nel peperino vivo (fotocronaca – video).
La vedi quella incolpevole e disperata vergine salvata da Ercole in extremis? Si chiama Esìone. Beh, somiglia tanto, ma proprio tanto, a Galiana nostra. Mentre al posto dell’orrenda scrofa bianca del Paradosso, c’è un mostro marino spedito a ghermirla da Poseidone infuriato. Ecco la verità: che le mura di Viterbo somigliano senza scampo a quelle di Troia. Possenti ma tessute con l’inganno. Perché a monte di ogni città fondata c’è un tributo di sangue da pagare, un rito arcaico tramandato saecula saeculorum.
Ma la cosa più bella e inattesa, ieri, è stata che ad ascoltare le mille metamorfosi di questi miti eterni, siamo stati davvero in tanti. Allegri e assetati di racconti. Io? Sono soltanto il maestro di cerimonia, il satiro che cela il suo volto dietro la maschera (e intanto batte il tempo della danza). Questo il mio destino di Frisigello: riscoprire “giardini segreti”, oggetti di doviziose cure un tempo da parte di qualche giardiniere ma poi dimenticati da quel capriccio di eventi che di volta in volta chiamiamo storia sviluppo progresso. Questo il mio fardello amoroso: rispolverarli dall’oblio del tempo tiranno (tempo che ineluttabilmente ci domina e tutto divora).
Restituirli alla memoria consapevole degli altri cittadini. Riannodare i fili che un tempo stringevano insieme, in una identità di campanile, personaggi e nomi di luogo, eventi e monumenti. Raccontare le fondamenta invisibili di una città. Rafforzando così, proprio per via di racconti pubblici (e itineranti), le radici identitarie, problematiche e fascinose di una comunità ad alto rischio di amnesia.
Ma queste passeggiate portano ormai a evidenza anche un modo nuovo e diverso di intendere l’azione culturale in città e per la città. Perché se i racconti di Viterbo sanno incantare anche il viaggiatore più distratto e frettoloso, forse è ora che nei palazzi delle istituzioni nostrane si faccia tesoro, una volta per tutte, di un nuovo approccio al marketing culturale e allo sviluppo turistico del territorio: secondo un modello che sappia davvero far patrimonio del nostro Genius Loci, del nostro essere unici.
Come incalza sempre il mio amico Carlo Galeotti (e mi piace dirlo qui, senza piaggerie: senza il suo intuito e il suo entusiasmo, l’avventura di ieri non sarebbe stata nemmeno lontanamente possibile): è ora che ci mettiamo in testa di vendere al mondo il nostro lardo di Colonnata, il nostro cacio di Pienza. Amen.
Antonello Ricci
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