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25 aprile - Vetralla - Il discorso del sindaco Sandrino Aquilani alla cerimonia al monumento dei caduti

“La Liberazione non è una festa di parte”

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Sandro Aquilani

Il sindaco di Vetralla Sandro Aquilani

Vetralla – Riceviamo e pubblichiamo il discorso del sindaco Sandrino Aquilani durante la cerimonia al monumento dei caduti – Oggi 25 aprile è un giorno fondamentale per la storia d’Italia, è la data simbolo del termine della seconda guerra mondiale nel paese.

Una giornata di riflessione che non è semplicemente un richiamo alla storia, ma la celebrazione di valori che hanno ricostruito una nostra identità civica.

Il 25 aprile è definita la Festa della Liberazione: ricordiamoci che uomini e donne di tutte le età sono morti allora, per garantirci i diritti democratici dei quali oggi godiamo. Onore e grazie a loro.

In questa nostra festa ricordiamo un periodo controverso e difficile della nostra storia recente, fatto di lotte a volte fratricide, di disillusioni, di speranze. Celebriamo gli uomini che lottarono e quelli che soffrirono, ricordiamo gli inermi e coloro che per tutta la propria esistenza hanno portato dentro le ferite di quella stagione della nostra vita di nazione. Celebriamo la fine di un’invasione che portò una spaccatura lancinante fin dentro le coscienze degli individui, celebriamo una liberazione che fu pagata da combattenti e da civili.

A questa nostra celebrazione va dato un significato attraverso il rinnovato impegno a rendere migliore la nostra società. Il nostro Paese ha un debito inestinguibile verso quei tanti giovani che sacrificarono la vita per riscattare l’onore della patria, a tutti deve rispetto, senza che questo significhi neutralità o indifferenza.

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano mette in guardia da chi riduce il movimento di Liberazione e la Resistenza “a oggetto di dispute astratte”, e che “mai in queste celebrazioni, e dunque nemmeno in quella di oggi, si può smarrire il riferimento ai fatti, al vissuto, a quel che fu un viluppo di circostanze concrete, di dilemmi, di scelte difficili, di decisioni coraggiose e costose, di sconfitte e di successi”.

La data di oggi ci dice che dobbiamo produrre un grande sforzo collettivo per uscire da una spirale di contrapposizioni indiscriminate, che blocca il riconoscimento di temi e impegni di più alto interesse Nazionale. Le complessità che si sono venute accumulando nei decenni dell’Italia repubblicana, talvolta per eredità di un più lontano passato, esige un grande sforzo collettivo, una comune assunzione di responsabilità.

Questa esigenza non può essere respinta, quello sforzo non può essere rifiutato, come se si trattasse di rimuovere ogni conflitto sociale e politico, di mortificare una naturale dialettica, in particolare, tra forze di maggioranza e forze di opposizione. Si tratta invece di uscire da una spirale di contrapposizioni indiscriminate, tali da richiedere una limpida e mirata convergenza tra forze destinate a restare distinte in un una democrazia dell’alternanza.

Ma non inganniamoci sul significato vero e profondo di questa data. La Liberazione non è una festa “di parte”, sancisce la fine di una pagina buia e nelle speranze dei padri costituenti richiama tutto il paese, tutta l’Italia a quei principi di concordia, di unità e di pace che saranno poi alla base della nuova era repubblicana. E’ una festa della speranza, non del risentimento, non della vendetta. Non ci sono facili associazioni, non ci sono simboli o sigle che possano arrogarsi il titolo di parlare per tutti e di tutto.

L’Italia attraversò momenti drammatici durante le ultime fasi del secondo conflitto mondiale e, nell’abisso che segue la tragedia, precipitarono uomini e ideali, principi giusti ed errori dei singoli. Tutto ha contribuito a formare la nostra coscienza nazionale, il nostro vivere insieme. Persino le strumentalizzazioni e i travisamenti, che spesso generano altro livore, altro risentimento e odio. Quelle stagioni, che hanno trasformato momenti dolorosi in slogan e pretesti, in giustificazione di violenze verbali e morali ci dicono cosa non dobbiamo festeggiare oggi.

Il mio è un invito rivolto soprattutto ai giovani, che troppo spesso si lasciano attrarre dall’onda emotiva di posizioni di parte, e ai più maturi che tendono a cadere nei nostalgismi. Noi sappiamo come è nata la nostra società, conosciamo ormai con sufficiente onestà storica e intellettuale le diverse visioni dalla quale è sorta, insegniamo dunque costantemente alle nuove generazioni i frutti di un cammino che ci ha portato alla nostra vita democratica. E insegniamo loro, anche, che gli errori e le tirannie odierne si annidano subdole. E’ l’oppressione della banalità, del disinteresse, del disincanto.

Gli ideali, è vero, hanno dato origine in quei tempi lontani a opposte ideologie, violente e pericolose. Ma la forza dell’ideale, la tensione verso la verità e la giustizia devono sempre guidare i passi dell’uomo. E tra tutti gli ideali umani, non ce n’è alcuno più limpido della libertà. La libertà è anche libertà dalle facili conquiste, dalle scorciatoie della mente e dello spirito, dall’abitudine che appiattisce il mondo moderno su circoli viziosi dell’economia, della tecnologia, dell’etica civile.

La libertà è sempre consapevolezza, non è né può essere disimpegno, accidia, disinteresse. La libertà è consapevolezza, responsabilità e conquista dell’animo umano. Non basta il mero rispetto, la semplice tolleranza. Un Paese che predichi libertà senza creare le condizioni affinché i singoli possano edificarla, è un Paese che avvia i suoi figli a un’ennesima stagione di schiavitù.

Questo senso profondo e quasi mistico della libertà, che mosse i nostri antenati per terra e per mare, i nostri nonni al lavoro e i nostri padri allo studio e alla tecnologia, non può ridursi alla semplificazione della vita. Ricordiamo oggi che quelle sofferenze e quei patimenti di un tempo, non nobilitarono tanto i sopravvissuti, ma coloro che sopravvissero perché credevano in un mondo migliore.

Nobilitiamoli vincendo noi, oggi, le nostre battaglie di libertà. Con l’onestà, con il rigore, con l’impegno e con i sogni. Perché finché l’uomo può concedersi il lusso di sognare, può dirsi ancora libero e vivo. Viva la libertà! Viva l’Italia.

Sandrino Aquilani
Sindaco di Vetralla


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25 aprile, 2014

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