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Viterbo - Grandi processi a Fontana grande - L'appuntamento questa sera, sabato 3 maggio alle ore 21,30 - In caso di maltempo lo spettacolo sarà interamente al coperto nell'aula dell'ex tribunale

Il bandito Giuliano sono io….

di Antonello Ricci
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Il bandito salvatore Giuliano

Il bandito salvatore Giuliano

Una celebre immagine del bandito Giuliano

Una celebre immagine del bandito Giuliano 

Viterbo – Sono cresciuto in una casa dove i libri li contavi sulle dita di una mano. A parte i figurini Burda di mia madre – sartina povera dalle mani d’oro che cuciva vestiti di fiaba per la buona borghesia – c’erano i tredici volumi dell’enciclopedia per ragazzi di mia sorella: Vita meravigliosa sui cui disegni ho sognato a occhi aperti per anni.

La biblioteca di mio padre si riduceva invece a un manuale per la tecnica di base della boxe, due fascicoli sulla fulgida carriera e la prematura morte di «un uomo» immancabilmente «solo al comando» (il campionissimo: Fausto Coppi) e due giornaletti ammaliatori come numeri del Vittorioso: Come visse Giuliano e Vita e morte del bandito Salvatore Giuliano re di Montelepre.

Dove il fuorilegge, solenne come una statua, bello come un eroe da fumetto dell’anteguerra, indossa la sua celeberrima canottiera bianca: la stessa, intrisa di sangue, di quella notte-madre di tutti gli inganni; la stessa con cui mio padre si sarebbe ostinato a venire in spiaggia per anni. Era un uomo antico, mio padre: ogni sabato pomeriggio lo vedevi uscire dal bagno con in testa la retina per capelli dei Vitelloni. Classe 1920.

Cliché piccolo-borghesi su ceppo irrimediabilmente contadino: figlio di un’Italia già in via di estinzione. Ma il soprannome con cui mi coccolava, quello batteva ancora le ore di un tempo vecchio come il mondo: «Chi sei tu, il bandito Giuliano?».

A quindici anni dalla morte del bandito, nei giorni della grande Inter di Herrera, quell’amorosa ingiuria non era ormai che il fossile tenero e ostinato di un passato prossimo inesorabilmente già trapassato. Proprio come conte e filastrocche infantili non sono che l’enigma residuo di rituali arcaici e scordati, perduti nella notte dei tempi. Difficile davvero ricordare adesso quell’Italia 1950: un paese che non conosceva ancora l’elettrodomestico parlante. Così che fama, sciagure collettive e leggende popolari viaggiavano ancora – quanto più lentamente! – sulle ali di rotocalchi e quotidiani, di radiogiornali e cinema.

Sul pittoresco furgone-lucciola del colonnello Luca, per esempio, che in quell’estate batteva le campagne siciliane e faceva tappa in tutti i paesi con la scusa di girare un documentario Incom (per adulare, nel latitante Turiddu, ambizione e smania di pubblicità così da prenderlo in trappola), sventolavano i cartigli della Gazzetta dello Sport e Le avventure di Paperino. Il ciclismo era ancora leggenda, il cinema in piazza cerimonia collettiva.

Ma non era un’esclusiva made in Italy. Da Montelepre alla Maremma, dal Colorado al Messico, questi banditi si somigliavano tutti. Nient’altro che frecce nere. Poveri cristi: prima travolti dall’ingiustizia – stritolati dagli ingranaggi di una legge che mai sarà uguale per tutti – si facevano poi vendicatori sui generis, finendo puntualmente morti ammazzati a tradimento per mano di un Giuda al quale – potevi giurarci – non avevano fatto altro che del bene. Eroi da mondi contadini. Da medioevo che non passa. Eroi da poveri. Fioriti dalla fame. Dal sottosviluppo.

Figuratevi dunque se avrei potuto sorprendermi quando, una volta diventato padre di mio figlio Juanco, frugando fra storie e incantagioni di Colombia, finivo per scoprire come al feroce capo del Cartello del narcotraffico di Medellín, Pablo Escobar, fosse toccata la stessa sorte di Salvatore Giuliano e Jessie James, di Tiburzi e Billy il Kid: immortalato nel mito del bandito buono e tradito, con tanto di compianto popolare e ballate ad memoriam da girare all’infinito sui giradischi.

Di padre in figlio: certe tradizioni non hanno fine.

È proprio vero: il bandito Giuliano sono io.

Antonello Ricci


Da Tiburzi al bandito Giuliano: grandi processi a Fontana grande

L’appuntamento è per sabato 3 maggio alle ore 21.30 tra i gradini di Fontana Grande e l’aula dell’ex tribunale. Antonello Ricci (voce narrante), Pietro Benedetti (letture e recitazione) e Roberto Pecci (percussioni) rievocheranno in una speciale passeggiata “surplace” i momenti salienti le curiosità le implicazioni storiche e culturali dei grandi processi tenutisi presso la corte d’assise di Viterbo tra la fine dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento.

Dal processone contro la banda del brigante di Cellere Domenichino Tiburzi (1893) a quello di primo grado contro la banda di Turiddu Giuliano (1950-52). Passando, ovviamente, per il procedimento Cuocolo, vero e proprio maxiprocesso ante litteram alla Camorra napoletana.

Lo spettacolo-reading, a cura di Proloco Viterbo, si svolge nell’ambito del 10° festival del volontariato. Ingresso libero.

In caso di maltempo lo spettacolo sarà interamente al coperto nell’aula dell’ex tribunale a piazza Fontana Grande.


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3 maggio, 2014

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