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– Degradata e marcia. Una conchiglia che brilla fuori e imputridisce dentro. È la democrazia secondo Ezio Mauro.
Il direttore di Repubblica, ospite di Filippo Rossi ieri sera a Caffeina 2011, ha intrattenuto il pubblico del parco del Paradosso con una lezione sulla forma di Stato più antica e partecipativa (fotogallery – video-intervista). E chi se non lui, reduce dal successo del suo ultimo libro scritto a quattro mani con il giurista Gustavo Zagrebelsky, “La felicità della democrazia”. Un titolo che sembra ottimista, ma gli autori vedono tempi duri per la cara, vecchia sovranità popolare.
“La democrazia è a rischio – spiega Ezio Mauro -, e non soltanto in Italia. È un male diffuso, consistente in una serie di minacce esterne ma soprattutto interne”. Il vero pericolo, per la democrazia, è quello di una crisi di identità che le farebbe perdere il contatto con la realtà e soprattutto con il popolo, il grembo in cui è nata e dal quale non può separarsi. “Se la democrazia diventa un’accozzaglia di principi sterili, il cittadino perde fiducia in lei. Finisce per credere che non serve a nulla. Il suo compito, invece, è quello di rispondere alle reali esigenze del popolo”.
Non è concepibile una democrazia per pochi eletti, che tagli fuori la maggioranza per darla in pasto a disuguaglianza e disoccupazione. Democrazia è libertà, giustizia, lavoro, quindi felicità, perché permette al cittadino di realizzarsi. Se non lo fa, non fa il suo dovere. E a quel punto non è nemmeno felice. Si accartoccia e si prosciuga. Fino a diventare la più grande minaccia per sé stessa.
Nello specifico dell’Italia, poi, c’è sempre lui: Berlusconi. Che per Ezio Mauro non ha instaurato una dittatura – “questo è un falso storico: l’Italia ha conosciuto la dittatura ed è stata un’esperienza tragica” -, ma ha sicuramente contribuito a indebolire la democrazia.
“Tre – spiega Mauro – sono le anomalie che viziano il sistema italiano. La prima è il conflitto di interessi. Una perifrasi quasi fuorviante, perché dà l’idea di una persona dilaniata da un dilemma irrisolvibile, che qui, invece, non c’è. C’è solo un presidente del consiglio che controlla tre televisioni e alcuni giornali. Altro che conflitto. Bisognerebbe chiamarlo accumulo di interessi!”.
Poi le leggi ad personam, altra spina nel fianco della democrazia italiana, con “il popolo che vota Berlusconi, convinto che agirà per il bene pubblico, mentre lui pensa agli affari suoi”. E infine, il Cav-populismo. L’idea del premier di poter fare tutto ciò che vuole solo perché è stato eletto dal popolo, “ma Berlusconi dimentica che, come il popolo gli ha dato il potere, allo stesso modo glielo può togliere. Perché è libero. Anche di cambiare idea”.
Se la democrazia è agonizzante, Berlusconi lo è di più. Per il direttore di Repubblica, “il premier non è più garante di nulla”. “E’ stato l’unico a non aprire bocca sulla manovra… a parte il fatto che gli hanno detto: “è meglio che non parli!” – aggiunge Mauro, tra le risate del pubblico -. È il classico atteggiamento di chi sa di aver perso credibilità. La manovra ne è l’ennesima dimostrazione, con le misure più urgenti delegate al 2013, cioè a dopo le politiche. È come un imprenditore che fa progetti per la sua azienda per i prossimi dieci anni, e sa che tra tre la venderà. Impensabile”.
Quelle di Mauro, comunque, restano analisi di un giornalista che la politica vuole continuare a scriverla. Di farla lui, in prima persona, non se ne parla. Anche se, per molti, La Repubblica è già un giornale-partito. “A chi lo pensa, rispondo che è intellettualmente pigro. Il problema è che non si concepisce più la passione gratuita per qualcosa. Tantomeno per la politica, sfruttata per ottenere vantaggi o per fare le scarpe a chicchessia. Io non voglio fare politica. Voglio fare il giornalista”.
In Giappone più dell’80% dei lettori è abbonata al proprio giornale. In Italia, solo il 7%. “Questo significa che la percentuale restante dei lettori, ogni mattina va in edicola e ti sceglie. Non importa se ha fretta, se ha litigato con la moglie o col marito. Il lettore va, entra e indica il suo giornale perché vuole quello. E quando vede qualcosa di strano si incazza. Di recente mi hanno persino chiesto perché sono abbronzato. Io ho cominciato a rispondere: “perché ho giocato a pallone…”. Poi mi sono detto: “ma non devi spiegarlo per forza!”. Però è così che funziona. Il lettore mette bocca su tutto perché lo può fare. Ha un rapporto straordinario col suo giornale: libero, fiduciario, senza tessere. Meglio che in un partito. Perché un giornale è molto più di un partito”.
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