Viterbo – Non aspetta una richiesta d’aiuto, ma è lui che tende la mano, scendendo con i suoi volontari per strada. Fra quelli che non chiama senzatetto, ma amici di strada.
E’ con questo spirito che Paolo Coccheri nel 1987 ha fondato i Samaritani. E’ lui stesso un samaritano delle città. Ogni mattina alle 7 con i suoi porta la colazione a chi non ha casa e dorme in rifugi d’emergenza.
Nel 1993 a Firenze è la volta della Ronda della Carità, la prima di una lunga serie. In Italia ce ne sono 59 e sei fuori dai nostri confini: Lisbona, Parigi, Bucarest, Francoforte, Charleroi, Vienna.
Coccheri ha 79 anni, grinta da vendere, un’istituzione nel settore del volontariato ed è a Viterbo per il festival in corso a Fontana grande.
Con lui ha collaborato anche il premier Matteo Renzi. “E’ stato un mio volontario – ricorda Coccheri – quando era scout ed è venuto anche con un gruppo di Pontassieve. Ieri mattina gli ho mandato un sms dopo la storia della partita a Roma, mi sono raccomandato di non patteggiare con i delinquenti. Anche il ministro Giannini è mia amica. Le dico sempre, sostieni la scuola pubblica. Don Milani da lassù, toscano come noi, ti segue”.
Parla ed è un fiume in piena, fra citazioni, aneddoti d’incontri con personaggi illustri e gente comune. Che Coccheri ricorda allo stesso modo, mentre visita gli stand con l’assessora Luisa Ciambella e il consigliere Marco Ciorba.
Un passato da sportivo e attore, da una vita nel terzo settore, ma ha ancora l’entusiasmo del primo giorno. “Noi partiamo dal principio di Pasteur: non so chi tu sei, da dove vieni, a quale religione appartieni. Tu soffri, questo mi basta, mi appartieni.
L’Abbè Pierre, fondatore delle comunità Emmaus, ha voluto che i suoi volontari quando qualcuno suona alla porta, non devono chiedere chi è o i documenti, ma semplicemente dire: ciao, ti aspettavo”.
L’attenzione verso il prossimo per Coccheri non è una ragione di vita, è la vita. “Io non accetto nulla. Per scelta precisa. Vede i vestiti che indosso? Sono tutti della mia Ronda.
Vado nei magazzini, parlo con i ragazzi e dico, comincia a fare freddo e arriva un maglione. Se mi chiedono dove vesto, rispondo in via Veneto… questi pantaloni arrivano da Siracusa, sono leggeri. La camicia non ricordo nemmeno da proviene. Le Ronde sono molte. Quello che conta è la condivisione”.
Condividere esperienze, anche quando non sono è tutto così semplice. “La strada oggi è sempre più difficile, c’è follia, c’è violenza.
Quando abbiamo iniziato, l’80 per cento delle persone erano italiane. Ora l’80 per cento sono immigrati e gli italiani sono quelli che hanno perso bruscamente il posto di lavoro. Noi non li aspettiamo in ufficio, li andiamo a trovare, i nostri amici, in strada.
Laicamente li chiamiamo amici di strada. Non fratelli, troppo enfatico per noi, anche se buona parte dei volontari sono cattolici. Albert Camus diceva, grazie a dio sono ateo…”.
Il suo compito è accendere l’entusiasmo nelle ronde. “Accendo solo il fiammifero. Mi telefonano, io vado, cerco d’infiammarli. Se hanno una casa si ci si vede in una casa, altrimenti in un bar e si comincia subito. Chi prepara il caffè? Chi ha un termos? Io vado a comprare i cornetti e andiamo in giro insieme. Mi trattengo, torno più volte. Appena sono autosufficienti, il mio compito è finito. Li esorto ad andare avanti, essere sovrani e sudditi di nessuno. La ronda è aperta a tutti”.
Alla Settimana del volontariato è arrivato quasi per caso. “Ero in zona, in una piazza ho visto un grande striscione. Mi sono detto, bello. Un’idea illuminata. E’ un’iniziativa locale, mi è stato spiegato. Si comincia sempre così. A Lucca è a livello nazionale perché esiste da oltre quarant’anni. Ho deciso di ritagliarmi due giorni di tempo ed essere presente.
La manifestazione è molto bella, degna di essere sostenuta, perché il volontariato salverà il popolo italiano.
Cacciari a Venezia quando seppe che avevo fondato la Ronda mi scrisse, invitandomi a mettermi in contatto con l’assessore Bettin, perché sostenne che era dovere dell’amministrazione aiutarci. Una bella lettera. Cacciari aveva capito tutto”.
Lungo la sua strada, molti gli incontri. In più di un’occasione con Enzo Biagi. “Una volta mi raccontò di una sua intervista a Enzo Ferrari, a Maranello. Dietro la sua scrivania c’era un quadro con incorniciata una frase di sua madre che diceva: caro Enzo, prima di cominciare a fare del bene, domandati se sarai capace di sopportare l’irriconoscenza. Altrimenti non iniziare nemmeno”.
Per chi inizia a collaborare con le ronde, il percorso è naturale. “Quasi nessuno fa corsi, se non a Milano. Portiamo tutti subito a bottega, in strada, affidati ai veterani. Consigliamo di darsi un periodo di prova. Se fa per loro sono i benvenuti, altrimenti se ne vanno, ma non devono sentirsi sconfitti e al contrario, continuare a cercare.
Sabato prossimo sarò a Bolzano. Li ci sono sessantasei operatori pagati e assicurati, a Verona ci sono 223 soci. Fanno sette sere su sette. Sono molto amati, eccetto che dal sindaco Tosi, con la sua ordinanza. A Palermo diamo cibo a 1400 persone. Qualcuno lavora e prende anche una paghetta. Grazie all’impegno di Biagio Conte”.
E’ un lungo percorso di vita, il suo, iniziato sotto braccio con sua madre a Bologna.
“Quando sotto i portici vedevamo un senza fissa dimora, lei mi dava uno strattoncino, dicendomi chissà la sua mamma cosa sognava per lui. Non certo di vederlo a chiedere l’elemosina”.
La strada non si programma, ci si cade e una volta caduti, difficilmente si ha la forza per rialzarsi. “Pochi riescono a sollevarsi. Qualcuno c’è, ma è raro, sarà l’un per cento.
E’ per questo che quando vediamo qualcuno nuovo, magari nelle stazioni, gli diciamo vattene, vai via, ti paghiamo noi il biglietto, ma non restare.
Perché poi è difficile riuscire a tornare indietro”.
Giuseppe Ferlicca
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