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L'irriverente

Andreotti raccontato da sé medesimo…

di Renzo Trappolini
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Giulio Andreotti

Giulio Andreotti 

Viterbo –  Un anno fa, di questi giorni, moriva Giulio Andreotti. Da casa sua, lo portarono a spalla nella vicina chiesa di san Giovanni dei Fiorentini a Roma, la sua parrocchia. Lì, un prete semplice a celebrare e nessun posto riservato ad autorità e simili: tutti uguali di fronte alla morte, come lui.

I figli Marilena, Lamberto, Stefano e Serena hanno fatto conoscere, nell’anniversario, le lettere indirizzate a loro e alla madre “durante il sequestro Moro, prima di un intervento chirurgico e mentre lo processavano”, da leggersi dopo la morte.

10 aprile 1978. “Riconosco di aver avuto un ruolo superiore ai miei mezzi intellettuali supplendo con l’impegno alle carenze di base. In politica, mi sono ispirato alla difesa dei più deboli e per la famiglia ho potuto dedicare sempre non molto tempo. Minacciose figure stanno turbando la vita italiana, ma è da gridare che non dobbiamo avere paura di coloro che possono toglierci la vita. Se a me succedesse qualcosa di grave, i miei non nutrano sentimenti di odio e ancor meno di vendetta. E’ l’eternità che conta”

5 giugno 1994: lettera “conservata nella piccola borsa nell’armadio dei vestiti” : “Domani entrerò in clinica. Poiché non dimentico di essere ormai a 75 anni, desidero dichiarare dinanzi a Dio che nulla ho avuto a che fare con la mafia e l’omicidio Pecorelli. Ignoro chi sia dietro queste accuse ed in un certo senso dovrei anche ringraziarli, perche mi hanno creato un periodo di sofferenza e di umiliazioni necessario per la mia anima”.

25 settembre 1995: “Ora che sto per partire per Palermo, ripeto con la serietà di un giuramento davanti a Dio, cui nulla può essere nascosto o manipolato, che io nulla ho mai avuto a che fare con la mafia (se non per combatterla con leggi e atti pubblici) o con la morte di Pecorelli, del gen. Dalla Chiesa… Mi offende particolarmente l’insinuazione che non si sia fatto tutto il possibile per salvare Moro… Sono sereno, non porto rancore a chi ha montato questa macchina calunniosa. Non voglio turbare la quiete di questi istanti accennando a temi politici. Talvolta mi sembra di vedere soluzioni che ai nuovi non sono chiare, ma sarebbe superbia insistervi”.

24 settembre 1999, ore 17: “ Stasera ci sarà la sentenza di Perugia. Per me, in fondo vale il Tribunale di Dio al quale dovrò rispondere di tante cose ma non di questi carichi penali. Nell’azione politica qualche sgambetto l’ho fatto. Se a qualcuno ho arrecato ingiuste amarezze chiedo indulgenza”.

Disposizioni post mortem: “Non ho istruzioni da dare. Ho comandato già troppo da vivo. Le quattro cose che Livia (la moglie) e io lasciamo ai figli non siano motivi di dissensi, come ho visto in molti casi. P.S. Viene al portone spesso un poverino, spesso ricoverato per cure. Aiutatelo…”.

I figli di Andreotti hanno scoperto queste lettere solo qualche ora prima del funerale e, ora, hanno fatto bene a farcele conoscere.

Renzo Trappolini


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9 maggio, 2014

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