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Cultura - Viterbo - Un ricordo a quarant'anni dalla morte

Giovanni Auda, il frate che ricostruì San Francesco

di Silvio Cappelli
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Padre Giovanni Auda

Padre Giovanni Auda

Il gruppo di presepisti della chiesa di san Francesco insieme a padre Giovanni

Il gruppo di presepisti della chiesa di san Francesco insieme a padre Giovanni

La chiesa di san Francesco dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale

La chiesa di San Francesco dopo i bombardamenti della seconda guerra mondiale

Viterbo – Il prossimo 19 agosto ricorrerà il quarantesimo anniversario della morte di Giovanni Auda, frate minore conventuale, parroco per molti anni nella basilica di San Francesco a Viterbo (gallery).

Io ho avuto la fortuna di conoscerlo. Molti viterbesi lo ricordano con affettuoso rimpianto, uomo d’inesauribile carità e bontà.

La sua memoria, però, resterà nel cuore della città di Viterbo, oltre che per le sue opere caritatevoli e religiose, anche per la ricostruzione della basilica di san Francesco alla Rocca, avvenuta in massima parte grazie alla sua appassionata e tenace iniziativa dopo i devastanti bombardamenti del 17 gennaio 1944. Esattamente cinquant’anni fa.

La chiesa di san Francesco, infatti, fu completamente distrutta insieme alla piccola abitazione-convento dove vi persero la vita tre frati.

Furono gravissimi i danni anche per l’attiguo distretto militare e per la vicina autorimessa della ditta Garbini, quasi rasa al suolo, con diversi morti e feriti.

Il terribile e massiccio bombardamento della chiesa fu cosa grave anche perché al suo interno, tra le altre cose, erano collocate le tombe di due papi: Clemente IV, con la grande cassa di piombo rimasta scoperta dopo l’incursione militare aerea, e Adriano V la cui tomba fu miracolosamente danneggiata soltanto in modo lieve.

Tante le lettere, in quel periodo, indirizzate da padre Giovanni Auda al padre provinciale, al padre generale dei frati minori conventuali, alla segreteria di Stato del papa, con le quali chiedeva un aiuto urgente per riparare i danni subiti a causa delle immani devastazioni belliche.

“Stiamo scavando da noi – scriveva padre Giovanni il 25 gennaio 1944 – con poche forze, poiché non c’è via di avere operai. Montagne di materiali che spaventano… abbiamo salvato per prima cosa il Santissimo Sacramento. Dato che nessuno provvede (Comune, Provincia, Intendenza dei Monumenti, Genio Civile a cui mi sono rivolto) essendo le tombe dei papi esposte a ulteriore deterioramento siamo nelle mani di Dio”.

La solidarietà non mancò. Subito dopo il bombardamento, a causa dell’inagibilità del convento, i religiosi francescani superstiti si recavano, tutti i giorni, a consumare i pasti presso il monastero di santa Rosa e a dormire dai frati della Crocetta.

La ricostruzione fu lunga e sofferta ma, alla fine, padre Giovanni, con tanta fatica, anche con l’aiuto di diversi cittadini volontari e del fratello Tarcisio, anche lui frate minore conventuale, è riuscito a restituire più solenne e più bello alla città un monumento prezioso per l’arte, per la storia di Viterbo e per la sua famiglia francescana.

La chiesa riaprì al culto nel mese di aprile del 1953, con solenni funzioni di ringraziamento, ma i lavori di ricostruzione continuarono ancora per diversi anni. Forse non sono ancora terminati.

“Dopo la mia ordinazione sacerdotale avvenuta nel 1962, avevo solo 23 anni – racconta l’attuale parroco padre Agostino Mallucci ofmc – tutti i sabati, per circa cinque anni, partivo dal convento di Bagnoregio, con mezzi di fortuna, arrivavo a Viterbo e dormivo con i frati, in un conventino ricavato in una specie di stamberga accanto alla chiesa, facendo vera vita francescana, per aiutarli gli portavo da mangiare, pane, carne e affettato, e collaboravo con loro nella celebrazione delle messe della domenica”.

Padre Giovanni Auda, nato ad Albano Laziale il 24 giugno del 1900, ricevette i voti in Assisi il 29 novembre 1920 e qui fu ordinato sacerdote il 19 luglio 1925. Perfetto organizzatore d’iniziative pastorali, rettore di collegi, dal 1940 trovò in Viterbo il campo della sua piena attività.

La basilica di san Francesco, grazie al suo interessamento rinacque, nelle sue linee originali, dalle terribili devastazioni della seconda guerra mondiale. Padre Giovanni Auda, inoltre, rese il complesso monastico centro di numerose manifestazioni religiose e culturali.

Fu fondatore della “Domus Christiana”, che fu attiva nella basilica di san Francesco per cinque anni, fu fondatore di un istituto “Teologico per laici” e della sezione viterbese dell’associazione “Amici del Presepio”. Proprio nella chiesa di san Francesco, dopo la ricostruzione, s’iniziò a realizzare, con materiali riciclati, ogni anno, nella cappella del braccio destro della chiesa, un meraviglioso presepe meccanizzato di stile palestinese, con Fulvio Cappelli (mio padre), che era tra i promotori, insieme ad Angelo Ruggero, Aldo Colombari, il professor Giorni, il professor Migliori, Pagnottelli, Carta ed altri suoi amici di cui non ricordo più i nomi. Una volta fu realizzato anche un presepe con la scena della Natività e dodici scenette raffiguranti la vita di Gesù, sei a destra e sei a sinistra della scena principale (alcune oggi sono riadattate e conservate nella chiesa di San Faustino).

Padre Giovanni era spesso confidente e consigliere apprezzato da moltissime persone. Numerose le gite domenicali in pulman che riuscì ad organizzare.

Per i suoi meriti fu insignito dallo Stato dell’onorificenza di “Cavaliere al Merito della Repubblica Italiana”, della medaglia d’argento per la “Cultura, Scuola e arte” e decorato da papa Paolo VI della Croce Pontificia “Pro Ecclesia et Pontifice”.

Padre Giovanni Auda morì, quarant’anni fa, a Nettuno il 19 agosto 1974. La sua salma fu trasportata a Viterbo e fu sepolta nella Cappella del Clero viterbese, nel cimitero di san Lazzaro. In vita aveva espresso il desiderio di essere sepolto all’interno della basilica viterbese, cosa che avvenne nel 1980 su iniziativa del parroco di allora padre Marcello Bisconti e per concessione sia del Ministero dei Beni Culturali che del Vaticano. Padre Giovanni oggi riposa nel sepolcreto sotterraneo, nel braccio sinistro della basilica, ai piedi di papa Clemente IV.

Una lapide affissa sulla parete lo ricorda.

Sicuramente la provincia romana dei frati minori conventuali e la comunità di san Francesco in Viterbo lo ricorderanno nelle prossime settimane con delle solenni cerimonie religiose.

Speriamo che anche la città di Viterbo faccia qualcosa per questa importante ricorrenza, per questo suo encomiabile cittadino acquisito. Sicuramente gli uffici del sindaco e dell’assessore saranno già al lavoro.

Potrebbe essere l’occasione buona, per esempio, per riempire un buco e mettere al suo posto una copia del famoso dipinto della “Pietà” di Sebastiano del Piombo eseguita per l’altare Botonti, che tanti anni fa era conservata all’interno della chiesa di San Francesco, accanto al monumento funebre di papa Clemente IV.

Potrebbe essere l’occasione buona, per esempio, per iniziare la pratica di restituzione, al complesso monastico francescano, del bellissimo chiostro, oggi ancora negato alla fruibilità pubblica, e dei locali occupati dal comando aviazione dell’esercito di Viterbo. Con tutte le caserme semi deserte che ci sono in città forse un altro posticino per loro si trova.

Restituire alla fruibilità pubblica il chiostro e i locali adiacenti alla basilica potrebbe significare far diventare, tutto il complesso monastico, un centro culturale attrattivo, di prestigio, godibile nuovamente dalla città e dai forestieri, dove si potrebbero collocare anche la fornitissima biblioteca-archivio e l’importante museo d’arte. Questo tornerebbe utile anche a tutto il centro storico.

Sarebbe proprio bello che il complesso monumentale di San Francesco alla Rocca, che vanta diversi secoli di storia, fondato da papa Gregorio IX nel 1236, dove nello scorrere del tempo ci hanno vissuto 32 papi diventasse un centro culturale specializzato. Siamo o non siamo la Città dei Papi?

Silvio Cappelli


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30 luglio, 2014

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