Tarquinia – L’Università Agraria di Tarquinia presenta Il cappotto di Cardarelli: la nuova passeggiata/racconto di e con Antonello Ricci. L’iniziativa si snoderà per vie e piazze della città maremmana, nei luoghi della Corneto-Tarquinia di Vincenzo Cardarelli, in compagnia suoi dei versi e delle sue prose favolose.
Il presidente dell’Università Agraria Alessandro Antonelli porgerà il suo saluto alla partenza, fissata per sabato 23 agosto a Tarquinia con appuntamento alle 21 presso l’arco di porta Tarquinia.
Letture di Pietro Benedetti accompagnate dalle suggestive percussioni di Roberto Pecci. “Pillole” urbanistico-architettoniche e storico-artistiche a cura di Luciano Marziano.
È previsto anche un omaggio “itinerante” a Titta Marini, poeta dialettale cornetano e amico sincero dello stesso Cardarelli, che non esitava a giudicarlo «più bravo di Trilussa».
Partecipazione libera.
Per la sera del sabato successivo (30 agosto), l’Università Agraria di Tarquinia e Antonello Ricci annunciano già il bis: appuntamento con l’inedita passeggiata/racconto Corneto alias Tarquinia: o vero sia il romanzo degli Etruschi.
In attesa della passeggiata/racconto promossa dall’Università Agraria di Tarquinia: Il cappotto di Cardarelli, che si svolgerà sabato 23 (con appuntamento alle ore 21.00 presso porta Tarquinia, porgerà i saluti il presidente Alessandro Antonelli), Antonello Ricci ripropone i “gustosi” versi del poeta dialettale cornetano Titta Marini, amico e sodale di Cardarelli. Una piccante corrispondenza poetico-amorosa tra porchetta e maiale.
L’amicizia tra Vincenzo Cardarelli e Titta Marini dovette essere di quelle genuine. Se è vero – come è vero – che quest’ultimo avrebbe difeso a spada tratta (coi suoi versi icastici e mordaci) dignità e memoria del vate cornetano dalle ipocrisie e dalle insidie degli immancabili avvoltoi-sciacalli del post mortem.
Dal canto suo Cardarelli (alias “Cencio”) era solito lodare la corda dialettale del compaesano giurando e spergiurando di ostinarsi a frequentarlo solo perché «più bravo di Trilussa».
Noi oggi invece troppo spesso lettori frettolosi impigliati nello stereotipo di una contingenza puramente biografica (la piccola patria anagrafica condivisa dai due) sacrifichiamo la robusta vena vernacolare di Titta Marini (castigatrice e risentita, patetico-epigrammatica) riducendola a un residuo ecolalico: come a semplice impoverita “posa” dell’Alka Seltzer-Cardarelli.
Mentre sarebbe onesto rendergli giustizia, riconoscendolo una volta per tutte, nella sua chiave basso-comica, quale alter ego letterario: vero Sancio Panza del Cardarelli-Chisciotte; incapace quest’ultimo, dall’alto della sua rarefazione lirica, del suo prosare favoloso di scendere a patti col volto più grottesco osceno materialistico-funebre laido patetico della vita.
Titta fu forse risolto pienamente in ciò che l’amico Cencio non avrebbe mai potuto (direi anche: voluto) essere: l’acidula sentenziosità del suo verseggiare dialettale portò in pegno e sigillo ciò che alle dolenti altezze poetiche di Cardarelli “congenitamente” difettava.
Come due facce di un’unica medaglia, insomma, due fronti di uno stesso dio.
E così, in vista della passeggiata-Cardarelli di sabato sera, iniziativa fortemente voluta dall’Università Agraria di Tarquinia, nel corso della quale proporremo anche un significativo omaggio poetico-itinerante a Titta Marini, mi piace ripescare tre vecchi e divertenti componimenti á la Trilussa del pepato castiga-costumi cornetano. Tre poesie sul tema – “squisitamente” (è il caso di dirlo) laziale – della porchetta. Una “gustosa” corrispondenza d’amorosi sensi con il suo adorato maiale («sei bello come un mandorlo fiorito»). Così da deliziare redazione e lettori di Tusciaweb. Anche perché – sia chiaro – letteratura e cibo non sono che varianti di una stessa lingua-cultura-paesaggio. O – come davvero è il caso di ribadire per la porchetta: dai Colli Romani fino alla Tuscia – uno stesso dialetto-patrimonio universale.
Antonello Ricci
LETTERE AMOROSE
di Titta Marini
Porchetta,
fior de porcareccia, quanno
tu leggerai ‘sto fojo che te manno,
penza all’amore eterno che te porto.
Io t’amo a peso vivo e a peso morto.
Per te me so’ ridotto tutta pelle
che fodera mezz’oncia de ventresca
e me fa l’onde su le costarelle;
so’ diventato ‘na saracinesca!
Piagno a penzà che nun ciò più la panza
grassa da maresciallo de finanza.
Forse ‘sto piagnisteo t’ha un po’ annoiato
e, pe’ nun fatte perde la pazzienza,
come a sentì ar comizzio un deputato,
me squajo uguale a la riconoscenza;
vado a imparà er linguaggio da un biforco
per avé un posto ner governo.
Porco
Fortunato mortale,
scusa, volevo dì: caro maiale,
t’arisponno de sì de prima botta
perché de te so’ cotta.
Sei bello come un mandorlo fiorito,
pe’ cui ‘na troiettaccia è ingelosita
sapenno che diventi mi’ marito
o, pe’ dì mejo, passi a miglior vita.
Lei, co ‘na lingua che indó mira sfonna,
cià gl’istinti perversi de la donna.
Dice a papà che noi
ci si ammontina.
Cosa vuol dir? Papà, che crede tutto,
ieri m’ha mozzicato in un presciutto.
Per questo adesso se me s’avvicina
parto a saetta, come un bòn cristiano
quanno sta in chiesa e smiccia er sacrestano
che je va intorno co’ la bussoletta.
Porteme via co’ te. La tua
Porchetta
Porchetta,
addio pe’ sempre! Era destino!
La corpa è der norcino senza còre
che m’ha levato tutto l’occorrente
pe’ fa l’amore.
Addio per sempre, addio, porcastra mia,
m’hanno ridotto ‘na democrazia.
Nun penzà de sposamme: è tale e quale
che sperà ne la pace universale.
P.
[Da Titta Marini, Tutte le poesie, Comune di Tarquinia 2008, pp. 59-61]
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