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L'opinione del sociologo - Una riflessione sul destino delll'ente che tutela i beni archeologici dell'Etruria meridionale

Sovrintendenza, il problema non è economico ma burocratico

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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo – Quello dell’abolizione della sovrintendenza all’Etruria meridionale è un problema che sembrerebbe nascere da una ottusa ignoranza ai più alti livelli; come fa lo stato a sottovalutare gli etruschi?

Siccome all’ignoranza non credo (o non voglio credere) temo che vi siano altre motivazioni dietro alla scelta sciagurata di optare per un’unica sovrintendenza del Lazio: interessi non tanto politici, quanto burocratici e perfino accademici, di certo non economici come si vorrebbe far accreditare, perché alla fine la differenziazione territoriale verrebbe al pettine e costringerebbe comunque a decentrare.

Si pensi alle province: abolirle significa semplicemente tagliare la parte politico-amministrativa, ma è impensabile che la Regione provveda alle specifiche competenze periferiche (strade, scuole, caccia, ecc.) direttamente dalla sede centrale.

Il ministro ha risposto cortesemente ai politici locali, ma ha fatto notare che ritornare sui propri passi è difficile: ma non può che essere così. Il Lazio non è una regione, è un ammasso eterogeneo di caratteri storici, culturali e socioeconomici differenti, messo su alla meglio in passato per dare un territorio di governo alla capitale. Di certo il Lazio non è la Toscana: qui la Sovrintendenza può anche essere una, visto che da Massa a Grosseto le emergenze archeologiche sono quasi esclusivamente etrusche.

Ma nel Lazio, come è già stato fatto notare, la peculiarità della civiltà etrusca si manifesta esclusivamente nel territorio a nord della Capitale, fortemente caratterizzato da siti archeologici imponenti come Cerveteri, Veio, Tarquinia, Vulci, ma anche da aree estese, come quella delle necropoli rupestri che si sviluppa lungo la via Clodia o peculiari come quella falisca. Dopodiché c’è Roma, con il suo immenso capitale archeologico, che si estende anche all’area ostiense, a quella tiburtina e a quella dei Castelli. Infine c’è il territorio archeologico del Lazio meridionale, forse meno omogeneo e più puntiforme, ma non meno ricco di testimonianze archeologiche.

Resta difficile ammettere che da Roma un unico soggetto istituzionale possa gestire tutto questa enormità, quindi si dovrebbe ipotizzare la creazione di sottosezioni dedicate; cioè viene da pensare che comunque la futura unica Sovrintendenza archeologica del Lazio dovrà avvalersi di un ufficio, una sezione un dipartimento o qualsiasi altra cosa che si occuperà specificamente delle emergenze del territorio etrusco, magari utilizzando gran parte dello stesso personale fin qui operante nella Sovrintendenza all’Etruria Meridionale.

Tuttavia qualcuno teme che, in un’ottica di spending review, gli etruschi diventino in ogni caso un vaso di coccio sballottato tra i vasi di ferro del Colosseo o di Ostia Antica. E’ probabile, ma la questione non è nata ora, è sempre esistita: in realtà, anche la Sovrintendenza all’Etruria Meridionale è ed è stata sempre una creatura “romanocentrica”, così come qualsiasi altro settore della vita socioeconomica e culturale della Regione.

Avevo già segnalato il caso paradossale delle Mani d’Argento di Vulci, presentate in primis a Roma e soltanto poi nelle loro sede naturale, e comunque non nel capoluogo della Tuscia. Solo uno di tanti episodi simili verificatisi anche in passato. Intorno al sole di Roma Capitale i pianetini provinciali hanno sempre dovuto accontentarsi delle briciole: il rapporto romani-burini non si è esaurito con il papa re o con il Marchese del Grillo, ancora oggi i politici romani di fatto apostrofano le province con il classico “ io so io e voi nun sete un c…”.

Ma ve la immaginate una strategia di decentramento amministrativo che portasse la sede di alcune istituzioni fuori di Roma? Ve lo immaginate un ministero, una sovrintendenza, un ufficio regionale dislocato a Viterbo, a Rieti, a Frosinone o a Latina? Dice: sarebbero spese; nell’era del 2.0? Non ci credo. In altri tempi si era ipotizzata la sede della sovrintendenza all’Etruria meridionale a Viterbo; una proposta quasi ovvia a livello storico-culturale, ragionevolissima sul piano amministrativo, e probabilmente a costi limitati se si fossero fatte le scelte giuste sul piano del personale. Oggi appare non solo fantascientifica, ma alle orecchie del ministro persino provocatoria, e certa intellighenzia capitolina l’ha già bollata come rigurgito municipalistico.

Ma ripeto: non siamo di fronte all’ignoranza o alla stupidità di qualcuno, siamo di fronte ad un’oculata manovra opportunistica da parte di alcuni poteri forti di area burocratica e accademica.

In questi ultimi giorni sono state avanzate delle proposte interessanti, che dovrebbero fronteggiare il rischio che l’Etruria altolaziale possa di fatto sparire dalle politiche territoriali della futura sovrintendenza archeologica unica. Ma si tratta comunque di iniziative che esigono la presenza e il sostegno delle istituzioni pubbliche; la domanda è: se è vero che si deve stringere la cinghia, lo permetterebbero, a Roma?

Francesco Mattioli


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27 agosto, 2014

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