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– Travolgente bis di Paganini.
“Paganini non ripete”, recita il detto. Ma quello era Niccolò. Lui, Raffaele, ieri sera a piazza San Lorenzo ha replicato. Eccome. Dopo un anno l’étoile è tornata a Viterbo per esibirsi a piazza San Lorenzo con Un americano a Parigi. Un balletto coinvolgente. Sensuale. Affascinante. (gallery1 – gallery2)
Paganini era accompagnato dai ballerini della sua compagnia nazionale e della compagnia Almatanz. Con loro ha raccontato, in trentacinque minuti, la vita di Gershwin, danzando sulle note di melodie più o meno lente.
Le coreografie, curate dal maestro Luigi Martelletta, hanno evidenziato i tratti scolpiti dei corpi dei ballerini. Corpi che si muovevano sinuosi con intrecci di gambe e braccia che si incastravano, perfettamente, tra di loro.
L’antica arte della danza si è espressa nella sua materialità. Nel suo essere fatta di materia. Di corpi che sudano e si muovono e che per farlo correttamente usano soluzioni diverse: dalla tradizionale pece alla moderna Coca cola usata per ridurre l’umidità del palco. Tecniche adottate per evitare cadute.
Paganini ha trasmesso una grande vitalità e al tempo stesso anche un’elegante sensualità. Specie nel passo a due in cui ha ballato con una camicia quasi aperta e delle coulotte nere, mostrando delle gambe muscolose che esaltavano i movimenti in atmosfere oniriche evocate dai giochi di luce.
Tra performance singole, passi a due e coreografie di gruppo si è conclusa la suite dedicata alla vita del compositore statunitense.
Rapido cambio di scena e non solo.
Anche di genere, perché si è passati a un pezzo di contemporaneo. I ballerini indossavano semplici indumenti color carne che davano l’impressione di corpi nudi che volteggiavano nell’aria, flessuosi, creando intrecci di linee.
Lo sguardo cadeva principalmente sui movimenti dei corpi scoperti dei ballerini. Su ogni singolo muscolo che si metteva in risalto grazie alle contrazioni e agli allungamenti della coreografia.
Corpi usati per fare di tutto. Come quando nella scena finale di questa seconda parte, i danzatori hanno chiuso il pezzo, trasformando le ballerine in strumenti musicali. Tre uomini che sembravano suonare un violino, un pianoforte e un violoncello.
Si è arrivati così alla fine. Bassa, è partita la musica del Bolero, scelto dallo stesso Paganini per la potenza e l’intensità del pezzo. E perché Ravel si lega in qualche modo a Gershwin, per un incontro che i due ebbero in Europa e nel quale lo statunitense chiese a Ravel di giudicarlo. “Tu da me non hai niente da imparare”, avrebbe chiosato quest’ultimo. (Intervista a Paganini)
Un aneddoto che ha spinto Paganini e Martelletta a chiudere con questo brano lo spettacolo. Il maestro è tornato protagonista della semplice scena fatta da un tavolo di ferro. Camicia rossa di seta e pantaloni neri. Sembrava esserci solo lui. Era padrone del palco. Lo dominava.
La musica è iniziata lenta per poi velocizzarsi. Paganini ha volteggiato. Ha sollevato le gambe. Ha fatto continuate piroette. Sul suo volto, mai un segno di fatica, solo un luminoso e contagioso sorriso. Un’energia che ha trasmesso agli spettatori e che gli spettatori gli hanno rimandato con lunghi applausi.
Danzando, circondato dai ballerini, è andato avanti per quasi quindici minuti fino alla fine.
Prima di lasciare il palco, Paganini ha lanciato un ultimo bacio e con un sorriso si è inchinato davanti a quel pubblico che non ha smesso di acclamarlo fino a quando le luci della scena si sono spente.
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