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Soppressione della Soprintendenza dell'Etruria meridionale - Non regge l'esempio della regione Toscana fatto dal ministro Franceschini

“Se il territorio offre sedi, uomini e mezzi è assurdo abolirla”

di Francesco Mattioli
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Francesco Mattioli

Francesco Mattioli 

Viterbo – Fa piacere sapere che il ministro Franceschini riconosca l’importanza dell’etruscologia nel Lazio. Credo che sia riuscito nell’impresa di sorpassare, per meriti, lo scopritore dell’acqua calda.

Franceschini ha fatto l’esempio della Toscana, che ha un’unica Soprintendenza, ed è riuscito a cadere con tutti e due i piedi nella trappola: infatti, in Toscana il novanta per cento delle emergenze archeologiche è di origine etrusca.

Viceversa, come avevo fatto notare in un precedente intervento su Tusciaweb, il Lazio presenta aree archeologiche molto differenti fra loro: ad esempio, le emergenze romane non hanno quasi nulla a che vedere con quelle etrusche, sia dal punto di vista storico, sia dal punto di vista architettonico, sia dal punto di vista ambientale, sia da quello della gestione, e persino da quello della conservazione e del restauro. Queste cose gli archeologi le conoscono molto bene e se tacciono è per altri motivi, forse legati alla sottile guerra che nelle Sovrintendenze li vede in contrasto con gli architetti e i burocrati.

Ma c’è di più. Franceschini ha assicurato che a Roma si ricorderanno “anche” degli Etruschi. Bontà sua. Sembra un contentino, come se gli Etruschi nel Lazio fossero una presenza residuale. Forse lo è, se pensiamo appunto a questa entità territoriale ibrida che è il Lazio: ma nell’Alto Lazio la presenza degli Etruschi è non solo caratterizzante, ma direi per così dire “eponima”, visto che per la storia (e per l’archeologia…) la civiltà etrusca nasce a Tarquinia. Altro che “isolette di competenze”!

Come ho già detto e desidero ribadire, se la Soprintendenza di Roma dovrà creare una sottosezione per gli Etruschi, allora né il personale, né le risorse, né la presenza sul territorio dovrebbero diminuire rispetto alla situazione attuale; quindi cadrebbe il riferimento sia alla spending review, sia allo snellimento dell’apparato burocratico-amministrativo. A meno che Franceschini non stia nascondendo un’operazione di affossamento dell’etruscologia nel Lazio e di conseguenza in Italia, perché è noto che archeologi e soprintendenti preferiscono stare a Roma, nei pressi del palazzo, piuttosto che nelle province dell’Impero, e occuparsi del Foro o del Colosseo, che offrono ben altra immagine (vi ricordate la sovrintendente che chiacchierava con Obama? O l’impegno dei Della Valle?).

Se il territorio offre sedi, uomini e mezzi per una Soprintendenza all’Etruria Meridionale, addirittura in loco, mi sembra difficile invocare il risparmio e lo snellimento delle procedure amministrative a sostegno della sua abolizione.

Il problema forse sta altrove. I due musei etruschi più importanti del Lazio sui trovano a Roma: Villa Giulia e il Gregoriano, frutto di secoli di appropriazione, anche istituzionalizzata, dei beni archeologici territoriali. Ve li immaginate “dipendere” da Viterbo? E poi, i politici temono sempre qualche escalation; nella loro condizione esistenziale di continua propaganda elettorale, cercano di dare contentini e di non smuovere troppo le acque.

Qualcuno teme che se si istituisse una Soprintendenza a Viterbo, domani ne chiederebbero una a Rieti per i Sabini, una a Latina per gli Aurunci e una a Frosinone per gli Equi; ovviamente, è un ragionamento sbagliato, il paragone non regge: ma chi è abituato alla politica territoriale del righello, del pennarello, e oggi delle forbici, ha altri obiettivi.

Francesco Mattioli


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3 settembre, 2014

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