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Viterbo - Il calciatore campione del mondo ieri a palazzo dei Papi, in una sala semivuota, per parlare del suo libro "Dura solo un attimo, la gloria"

Dino Zoff, portiere per vocazione

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Dino Zoff

Dino Zoff 

La sala semivuota che seguito Dino Zoff

La sala semivuota che seguito Dino Zoff

Dino Zoff e Marco Cherubini

Dino Zoff e Marco Cherubini

Dino Zoff

Dino Zoff

Dino Zoff, Marco Cherubini e Giorgio Mulè

Dino Zoff, Marco Cherubini e Giorgio Mulè

Dino Zoff

Dino Zoff

Dino Zoff e Marco Cherubini

Dino Zoff e Marco Cherubini

Viterbo – (g.f.) – Dino Zoff, portiere per vocazione.

Un campione, il più grande portiere di tutti i tempi ieri a Viterbo in una sala semivuota. A palazzo dei Papi a presentare il suo libro “Dura solo un attimo, la gloria” (fotocronaca: Dino Zoff si racconta – slide).

Intervistato da Marco Cherubini, giornalista sportivo Mediaset, per l’iniziativa Panorami d’Italia, Zoff racconta di non essergli mai mancata la gioia di segnare un gol, “Perché ho fatto il portiere per vocazione”.

Ha giocato fino a 41 anni A distanza di tempo si fanno i conti con i ricordi e la nostalgia. “Più passano gli anni – dice Zoff – più sono presenti, fanno parte di te ed è importante che ci siano, anche quelli meno felici. A distanza d’anni li affronti con un altro spirito”.

Il suo debutto è stato con l’Udinese. A proposito di ricordi non proprio felici, finì 5-2 contro la Fiorentina.

“Non avevamo giocato male – ricorda Zoff – ma la Fiorentina era forte e quando al cinema proiettarono le immagini dell’incontro, io mi abbassai, per non essere riconosciuto”. Altri tempi.

“Oggi i media sono molto più presenti. Se ti capitava di tirar giù qualche imprecazione durante una partita non succedeva niente. Oggi ti fanno uno zoom e fai una figuraccia”.

Altri tempi, non solo per ragioni televisive. “Prima si faceva più gavetta, oggi ti propongono subito grandi titoli. Non solo nel calcio, ma in tutte le professioni.

Prima di comprare un’auto come dio comanda ci si pensava, ora no. Vedo incidenti con macchine straordinarie”.

Per rimanere ai vertici fino a 41 anni serve carattere. “Anche le sconfitte servono, perché da quelle bisogna ricominciare.

Non si deve rinunciare. Io ero timido, mi hanno buttato in mezzo per migliorarmi, anche se dalla timidezza non si guarisce mai, però si riesce a parlare liberamente”.

Dall’Udinese al Mantova, quindi al Milan e poi a Napoli. Infine la Juventus, undici anni.

“Senza saltare una partita, anche se a volte non ero nelle migliori condizioni, ma lo sapevo io e l’allenatore. Arrivare a Torino nel 72 era come andare alla Fiat.

Per i dirigenti se arrivavamo primi, bene, se invece ci piazzavamo secondi, avevamo perso il campionato.

Contavano i numeri, si vinceva o si perdeva, disputare grandi partite non valeva molto”. Da calciatore timido è diventato un grande personaggio.

“Ho sempre pensato che se sono arrivato a esserlo, è stato per i miei numeri, quello che ho fatto, non per altre cose non inerenti al calcio”.

Un personaggio d’altri tempi, come lo era l’avvocato Agnelli.

“Di calcio sapeva tutto. Una persona straordinaria, mai arrabbiata. Veniva negli spogliatori, ma non diceva mai che dovevamo vincere.

Prendeva un caffè, chiedeva qualcosa e poi se ne andava. Mi chiamava sempre la mattina alle 8.30, s’interessava di tutto, un vero appassionato”.

Un altro incontro importante, quello con Gaetano Scirea, altro campione della Juve prematuramente scomparso in un incidente stradale.

“Aveva uno stile unico, sereno sia in campo sia fuori. Era di un’autenticità straordinaria, per classe e comportamento. Ha vinto tutto e il rammarico è che forse non sia stato ricordato nel modo adeguato. Le cose positive spesso non fanno notizia”.

Con Bearzot tecnico della Nazionale, ha vinto i Mondiali 1982 in Spagna. “Era un uomo colto, lo fregava il suo volto, con il naso rotto giocando a calcio.

Non appariva come tale, poi ebbe la malaugurata idea di correggere a un giornalista una frase di latino. Andava avanti con le sue idee, a costo di farsi nemici, prendeva posizioni nette e con lui la stampa è stata micidiale.

Onesto, non aveva paura di niente. Ci ha fatto vincere il Mondiale, perché comandava.

Ho partecipato a Mondiali dove comandavano in quattro e siamo tornati a casa al primo turno”.


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24 ottobre, 2014

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