Civita Castellana – Venerdì 28 alle 21 nella sala Pablo Neruda in corso Bruno Buozzi a Civita Castellana: inaugurazione del primo workshop sui Narratori di Comunità (raccogliere racconti, pensare il futuro). Si comincerà coi saluti di Riccardo Valentini (capogruppo di Per il Lazio alla Pisana e promotore dell’iniziativa), Stefano De Angeli del DISBEC dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo e Vincenza Basta (assessore all’ambiente del comune di Civita Castellana).
Sarà poi la volta di “C’era una volta la banca del racconto”, spettacolo narrato da Antonello Ricci, Alfonso Prota e Marco D’Aureli (Carlo Sanetti alla chitarra) della Banda del Racconto (ingresso libero). I lavori del workshop (gratuito, a numero chiuso) riprenderanno l’indomani mattina (per l’intera giornata) per proseguire e chiudersi sabato 13 dicembre. Per info e iscrizioni al workshop: narratoredicomunit@gmail.com
Il narratore di comunità è un progetto finanziato dalla Regione Lazio e allestito dalla Banda del racconto in collaborazione con il dipartimento di Scienze dei beni culturali dell’università degli studi della Tuscia di Viterbo. Questo esordio civitonico è con il patrocinio e il supporto dell’amministrazione comunale e del comprensorio della via Amerina e delle Forre.
Mi chiamano menestrello. Ma certi giorni è dura, dura davvero. È quando ti senti un’antenna che non trasmette bene. Non ce la fai proprio. A intercettare. A restituire. Troppo segnale fuori. Poca energia dentro. Niente ispirazione. Eh sì, succede: molto spesso la vita è tanta – troppa – roba. E tutto intorno senti il brusio indistinto delle muse (coloro che tutto sanno e tutto sanno ridire: petto di bronzo e bocca dalle cento lingue). Ma ti rendi conto che loro oggi non ci sono (saranno girate da un’altra parte). E tu piangi. Vorresti non essere.
Ricordo come fosse ieri. La mia prima intervista. Lei si chiamava Lina, aveva ottantuno anni e aveva traversato d’un fiato il Novecento: giovane operaia alle Ceramiche Tedeschi, sposina nei giorni dell’assedio fascista (l’esercito alle porte), sepolta viva in quella maledetta nuvola di polvere e macerie su al Cunicchio il 17 gennaio del ’44. E io la intervistavo con l’ingombrante “bussolotto” del mio registratore a cassette: clic. Stavamo sulla porta di quel mulino del ‘600 ridotto ormai da tempo a predio agricolo, sotto la pergola, in quel fazzoletto di cortile tra l’uscio di casa e il ciglio della vecchia Sammartinese, la prima curva appena di là dal cancelletto. Era ancora una strada d’uso, la vecchia Sammartinese, e le macchine allora ci passavano eccome: se è vero che tutte le volte che lo riascolto, quel nastro, certe frasi e racconti di Lina, le sue risate ormai sdentarelle, se le porta via a folate il solito motorino con la marmitta a spillo o un ape che arranca verso l’orto (col suo ortolano alla guida). Dietro la casa poi, la vasca dell’acqua, che cadeva abbondante e fragorosa dall’alto del suo acquedotto: era lì in quel luogo remoto e appartato che, tra un racconto e un altro, tra una registrazione e l’altra, con la nipote di Lina (la mia fidanzata di quei tempi) correvamo a rintanarci e a sbaciucchiarci. Sembra ieri e invece era l’agosto 1981, trentatré estati fa: a tombola si dice ll’anne de Cristo.
Era la mia prima intervista. Poi non mi sono fermato più. E più ascoltavo storie e più mi rendevo conto che una persona che racconta (per ciò che racconta e per come il suo corpo lo racconta: la timbrica della sua voce, il ritmo delle sue parole ma anche i suoi gesti e i suoi silenzi) somiglia sempre, e per sempre, in tutto e per tutto, al paesaggio della sua vita: il campo che ara, il cavallo innamorato di lui, il profilo della città, l’ombra del campanile in piazza. La faccia di un cavatore viterbese? Sempre impastata nel peperino. L’uomo-che-racconta fiorisce dal suo paesaggio con la stessa ineluttabile coerenza di un fatto di natura. Il racconto umano è il fiore più bello di un territorio, il suo più alto fregio. Esso concentra in sé (al tempo stesso: sprigiona) una civiltà tutta intera al suo grado più intenso: consapevolezza assoluta (e nuda gioia) dell’esserci. Ora e così. Senza se e senza ma. Pur tra lacrime e imprecazioni. Tra sangue e umiliazioni. Tra incubi del rimosso e pessimi ricordi. Sempre alimenta un fuoco di dignità e bellezza umane.
Di queste e di altre simili cose ho pian piano principiato a rendermi conto. Di queste di altre simili cose cominciammo a discutere con passione e rigore – già 10 anni fa: era il 2005 – coi miei fraterni sodali Alfonso Prota e Marco D’Aureli. Fu quando concepimmo un sogno chisciottesco intitolato Banca del Racconto: riconoscere storie, incontrare e ascoltare gli uomini che le narrino, mappare attraverso di esse un paesaggio, discutere/contrattare (coi narratori che te le abbiano affidate) un perché e un percome custodirle/trasformarle, per restituirle infine – al netto di un buon tasso di sociabilità – alle comunità di appartenenza. Eh sì, perché il racconto è anche e sempre economia: moneta che più circola più cresce in valore.
Verità di cui le comunità locali potrebbero giovarsi ancora oggi, e (perché no?) domani, in due direzioni costruttive: da una parte, raccontare storie può contribuire a rinvigorire un sentimento di appartenenza comunitaria; dall’altra, tale capacità di auto-rappresentazione narrativa può rendere i nostri campanili sempre più “appetibili” e intercettare i flussi di un turismo virtuoso e sostenibile. L’equazione è tanto vistosa da non richiedere – almeno per questa volta: mi sia concesso – l’esplicitazione dei singoli passaggi.
È stato così che con Prota, D’Aureli e altri della nostra associazione (la Banda del Racconto) abbiamo scorrazzato per anni su e giù per la Tuscia (dal canto mio non-solo-Tuscia: anche Maremma, Toscane varie, Roma e la Campagna, Ciociaria, un pizzico di Liguria e di Umbria, Cagliari e Sicilia) censendo “focolari” narrativi e restituendone paesaggi. Finché ci siamo resi conto che forse l’ora era arrivata: di provare a trasmettere ad altri questa nostra sapienza nell’ascoltare storie. Di provare a insegnare quest’arte del narrare che è anche – in buona parte – umile artigianato, fatto cioè di tecniche empiriche che possono essere messe in valore entro processi formativi, per farne nuova tradizione, nuova socialità, nuova economia. Perché di molte cose potranno fare a meno gli uomini: non certo del sedersi intorno un fuoco a raccontar racconti.
La vita ci insegna poi che quando una consapevolezza nuova si sia fatta largo nelle coscienze degli uomini, l’occasione non tarderà a manifestarsi. Ed ecco che le nostre strade hanno finalmente incrociato la persona giusta: Riccardo Valentini (che definire un politico sui generis sarebbe del tutto riduttivo) fresco-fresco di nomina a capogruppo di Per il Lazio alla Pisana. Riccardo partecipò fra il pubblico a una delle nostre iniziative (al Museo della Terra di Latera, se non ricordo male): subito volle saperne di più, s’innamorò dell’idea di una banca dei racconti (lo affascinava l’ipotesi di un DNA narrativo, fatto di latenze e ritorni funzionali, proprio come accade in natura), ci suggerì la parola d’ordine (Narratore di Comunità), ci chiese infine di riformulare il tutto nel quadro di un più ampio progetto: un master da svolgere in seno all’Unitus. Detto fatto (a noi della Banda certo il lavoro non ha mai fatto paura): il workshop di Civita Castellana è la prima esemplare tappa di un percorso di virtuosa politica culturale.
Ehi, è scontato: con noi della banda c’è sempre da divertirsi, potete metterci la mano sul fuoco. Vi aspettiamo in tanti venerdì sera a Civita.
Antonello Ricci
Il Narratore di Comunità – luoghi della memoria, viandanza, biodiversità e agricoltura: Raccogliere racconti, pensare il futuro. Prima tappa 28, 29 novembre e 13 dicembre 2014, sala Pablo Neruda in corso B. Buozzi a Civita Castellana (VT).
Il “Narratore di Comunità” sbarca a Civita Castellana. Prima tappa di un ciclo di 3 workshop per insegnare ai giovani del nostro territorio l’arte di ascoltare le storie dei luoghi insieme con i primi rudimenti di quell’“artigianato” narrativo indispensabile per poterle restituire con gli interessi alle comunità. Per rafforzare e arricchire il sentimento di appartenenza nelle comunità locali. Ma anche per accendere politiche culturali sempre più virtuose indirizzate a un turismo sempre meno massificato. Civita Castellana è solo l’avvio – dunque – di un più ampio e ambizioso progetto finanziato dalla Regione Lazio e allestito dalla Banda del Racconto in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dei Beni Culturali dell’Università degli Studi della Tuscia di Viterbo. In questo esordio civitonico, con il patrocinio e il supporto dell’amministrazione comunale e del Comprensorio della via Amerina e delle Forre, i partecipanti lavoreranno sulle valenze della narrazione intesa come sonda del paesaggio e strumento privilegiato per una saggia pianificazione territoriale.
A chi è rivolto il “workshop”. Il workshop è finalizzato alla promozione della figura professionale del Narratore di Comunità e alla dimostrazione delle metodiche che ne caratterizzano la attività. Possono diventare Narratori di Comunità giovani ricercatori locali in fase di formazione; operatori dei servizi culturali già attivi sul territorio; insegnanti; operatori di associazioni culturali, guide turistiche. Il corso è aperto a un massimo di 15 iscritti. Chi è interessato può inviare una mail a narratoredicomunit@gmail.com. La partecipazione al workshop è gratuita. Sarà rilasciato attestato di partecipazione.
Dopo lo spettacolo di venerdì sera, sabato 29 il workshop riprenderà alle ore 9.00 con un seminario rivolto agli iscritti (iscrizione gratuita ma a numero chiuso) e concentrato sulle metodiche di lavoro peculiari del Narratore di Comunità. Nel pomeriggio invece gli apprendisti narratori di comunità saranno accompagnati in uno stage sul campo a raccogliere interviste, racconti e storie di vita con persone del luogo. La giornata si concluderà con un report sul lavoro svolto.
Nella mattinata di sabato 13 dicembre infine, gli aspiranti narratori di comunità potranno confrontarsi e discutere insieme con i curatori della Banda del Racconto intorno a esiti e prospettive dell’esperienza di ricerca sul campo iniziata. Per giungere così a elaborare un progetto di restituzione pubblica del patrimonio di racconti tesaurizzato con particolare attenzione al tema delle forre intorno a Civita. I lavori verranno chiusi da un saluto del sindaco Gianluca Angelelli.
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