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Cultura - Oggi, sabato 13 dicembre alle 17 alla presenza del vescovo Fumagalli, la ricollocazione della copia del capolavoro di Sebastiano del Piombo nell'altare Botonti

La Pietà tornando a san Francesco recupera il suo significato profondo

di Francesco Mattioli
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Viterbo - Chiesa di San Francesco - La pietà di Sebastiano del Piombo torna a casa

Viterbo – Chiesa di San Francesco – La pietà di Sebastiano del Piombo torna a casa

Francesco Mattioli

Francesco Mattioli

Viterbo – Vorrei richiamare un’immagine e un modo di dire.

L’immagine è quella che chiude il film per la televisione “I Pilastri della Terra”, tratto da un fortunato romanzo di Ken Follett e prodotto da Ridley Scott: nelle scene finali, la chiesa gotica intorno alla quale si snoda la vicenda ambientata nel medioevo, è vista dall’alto e all’improvviso le si anima intorno la città moderna, cresciuta nei secoli a partire da essa.

Il modo di dire è “rimettiamo la chiesa al centro del paese”, che significa sostanzialmente “rimettiamo le cose al posto loro”.

La chiesa nell’immaginario collettivo della cultura occidentale è stata da sempre il “luogo” identificativo della Città; nel medioevo la Cattedrale, il Duomo, esprimevano assieme al Palazzo del Governo non solo e non tanto il luogo del potere, dell’autorità, quanto il “posto”, il volto e l’identità stessa della città.

Non è un caso che spesso il duomo di una città ancora oggi ne rappresenti la più facile identificazione, da Milano a Pavia, da Modena a Padova, da Amalfi a Palermo a Bari, da Pisa a Siena a L’Aquila, per di più indicando con il suo stile, quale cultura e quale epoca hanno contribuito a costruire e costituire quella comunità urbana.

Una chiesa, una basilica, una collegiata sono quindi allo stesso tempo sia delle costruzioni legate ad un culto e ad una simbologia religiosa, sia i referenti di quell’immaginario collettivo che lega l’individuo al territorio, al suo suolo natìo, all’heimat, come lo definiva Ferdinand Toennies.

Che cosa accade se una chiesa crolla, e soprattutto se una chiesa è abbattuta dalla furia bellica dell’uomo? Potremmo chiederlo a chi, nel 1944, vide la basilica di San Francesco a Viterbo rovinare sotto i bombardamenti alleati, perdendo tesori inestimabili e buona parte di quella fisionomia originale che aveva mantenuto nei secoli.

Quei moncherini di muri, quelle travi scomposte che rimasero fragili testimonianze di una blasfema distruzione, divennero la spinta determinante per la resurrezione della basilica ferita, restaurata a regola d’arte fra perdite irrimediabili, ricostruzioni rispettose, ritrovamenti insperati e l’opera testarda e inesauribile di uomini come padre Auda.

Eppure, da quella distruzione un’opera d’arte scampava miracolosamente per il semplice fatto di essere stata a suo tempo sottratta alla chiesa. Allora, quando lo stato italiano acquisì, requisì, confiscò molti beni ecclesiastici, una delle massime opere d’arte in possesso della città, la Pietà di Sebastiano del Piombo, fu tolta dagli altari della Basilica di San Francesco e collocata nei locali comunali.

Era il 1873: difficile dire se quel gesto fu dettato dalla volontà di preservare meglio l’opera, se volle essere uno schiaffo all’autorità religiosa vinta dopo la presa di Roma del 1870, se fu l’inconsapevole conseguenza di un mero processo burocratico di acquisizione di beni ecclesiastici. Fatto sta che, ragionando a posteriori, quell’atto d’imperio che separava l’opera dalla chiesa che l’aveva avuta per oltre tre secoli e mezzo ne salvò l’integrità. E non solo allora, nel 1944, ma forse più in generale, se è vero che a tutt’oggi le chiese non riescono a proteggere completamente i capolavori che contengono, a meno di non diventare esse stesse musei o fortini, con tanto di biglietto d’ingresso da pagare e mille telecamere a sorvegliare, come accade ormai in tanti luoghi di culto, da Pisa a Orvieto.

Tuttavia un’opera d’arte non dovrebbe mai essere separata dal contesto in cui è stata concepita; una pala d’altare, una scultura onoraria, un affresco pompeiano quando vengono sistemati in un museo, magari con tutti gli onori di un allestimento scenico che ne valorizza le forme, i colori, i messaggi, acquistano un’altra identità, che non è completamente sovrapponibile a quella originale, a quella che l’autore stesso aveva concepita per essa.

La Pietà di Sebastiano del Piombo, staccata e allontanata dal suo luogo originario, l’altare Botonti a San Francesco, ha conosciuto altre location, a volte mirate come quando era collocata agli inizi del ‘900 sull’altare della cappella Spreca di Santa Maria della Verità, trasformata da chiesa in museo; a volte fortemente protettive come è il caso della sua attuale collocazione in una bacheca a prova di danno al museo civico; a volte esornative e celebrative, come nel caso della sua recente esposizione nella sala Regia di Palazzo dei Priori. Che oggi riceva la protezione che merita è giusto.

Ma perché privare la basilica di San Francesco e l’opera d’arte della loro secolare convivenza, anzi direi della loro secolare simbiosi? La riposta viene oggi dalla collocazione di una copia del dipinto, devo dire pressoché perfetta, nello spazio originale per il quale era stata concepita.

E’ una iniziativa viterbese e realizzata tecnicamente da viterbesi, il che ha un suo fascinoso significato. Ritorna un linguaggio unitario che era stato inevitabilmente – e fortunatamente viste le tragiche circostanze – diviso: ritorna la composizione di un discorso che era stato interrotto, le cui parole, lasciate nude o isolate – che si trattasse della tela o dell’altare – rischiavano di perdere la loro suggestiva funzione semantica.

D’ora in avanti sarà opportuno guidare il visitatore affinché, dopo aver ammirato l’originale della Pietà nella sua bacheca protettiva al museo, si rechi nella basilica di San Francesco per assimilare compiutamente il significato non solo pittorico, ma anche religioso, sociale e culturale di un’opera che per secoli ha avuto senso come oggetto di culto, di ispirazione e di devozione da parte della comunità cittadina.

A ricordare che l’arte sacra – pittura, scultura o architettura – non è mai soltanto un oggetto, un manufatto, un prodotto turistico o estetico da consumare, ma è innanzitutto una rappresentazione e uno strumento di fede.

Francesco Mattioli


Ricordando Padre Giovanni Auda

PROGRAMMA DELLA GIORNATA DI SABATO 13 DICEMBRE

Ore 17 –  Solenne concelebrazione presieduta da monsignor Lino Fumagalli, vescovo di Viterbo

A seguire:

Illustrazione storico-artistica della Basilica

(prof. dr. Alessandro Marcoaldi).

Padre Giovanni Auda, un grande francescano, un testimone di un grande Amore

(padre Vittorio Trani, Ministro Provinciale OFM Conv).

Inaugurazione della riproduzione della pala d’altare “La Pietà” di Sebastiano Del Piombo

che, per l’occasione, torna definitivamente nella sua sede originaria all’interno della Basilica di San Francesco. Evento realizzato dal quotidiano on-line Tusciaweb in collaborazione con Associazione culturale Take Off, Sodalizio Facchini di Santa Rosa e Tipografia Grazini & Mecarini (presentazione di Carlo Galeotti).

Esecuzione in anteprima dell’Inno a S. Rosa di Padre Tarcisio Auda 

(voce solista Luisa Stella, al pianoforte il M° Fabrizio Viti e Ensemble vocale “Il contrappunto” diretta da Fabrizio Bastianini che ha anche trascritto l’inno per coro polifonico) a cura delle associazioni “Orizzonte degli eventi”, “Take Off” e Sodalizio Facchini di Santa Rosa (saluti dei presidenti Fabrizio Viti, Silvio Cappelli e Massimo Mecarini).

 


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13 dicembre, 2014

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