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Viterbo - Attraverso il legale Massimo Pistilli fanno il punto sulle responsabilità e le negligenze che hanno portato alla situazione critica della società di gestione del servizio idrico

Talete, 120 dipendenti puntano il dito contro gli amministratori

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Massimo Pistilli

Massimo Pistilli 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo la lettera inviata alla regione, al presidente della provincia, al dirigente del servizio tecnico e a tutti i sindaci – Redigiamo la presente in nome e per conto di tutti i lavoratori che la sottoscrivono in calce, conferendoci mandato di rappresentarli e difenderli e ratificandone dunque integralmente il contenuto.

I nostri assistiti, tutti dipendenti di Talete spa, vogliono senz’altro, come premessa, ricordare di avere sempre prestato attività lavorativa orgogliosamente nell’interesse della collettività, e in un servizio pubblico essenziale, quale è il ciclo integrato delle acque pubbliche.

Tuttavia, la società pubblica prescelta quale affidataria in house del servizio è in situazione critica, estremamente critica… e non da oggi.

A fronte di questa situazione, aggravatasi, giorno dopo giorno, ormai da dieci anni, oggi appare ormai evidente che è in pericolo oltre che la qualità del servizio, e la sua natura pubblica, anche la stabilità occupazionale di chi vi lavora.

E, allora, oggi i lavoratori sono costretti a denunciare che ciò accade per evidenti elementi di colpa, di negligenza, imprudenza, imperizia, di chi ha responsabilità; una parola di grande significato – responsabilità – che significa facoltà di gestire potere, ma prima, e soprattutto, consapevolezza e oculatezza di pensiero e azione.

Qualità che è sempre più evidente siano state completamente assenti nella gestione di Talete.

Gli amministratori pubblici (la regione, il presidente della provincia, i sindaci della conferenza) hanno funzione di indirizzo strategico; esercitata probabilmente male (e con qualche rara eccezione), fino a un certo punto; ma, poi, ciò che è peggio, non esercitata più affatto, proprio quando più occorreva… e questa è una negligenza tanto innegabile quanto imperdonabile.

Assenze che hanno impedito la funzionalità di conferenze, continui rinvii seguiti da incomprensibili decisioni di non decidere – come meglio vedremo appresso – sul commissariamento dei comuni assenti, sulla tariffa, sulla capitalizzazione necessaria… fino alla paralisi.

Allo stesso modo, gli organi di gestione amministrativi – e i collegi sindacali che dovevano vigilare e sorvegliare – sovente prescelti per appartenenza di corrente politica, non sono stati, del tutto palesemente, in grado di impedire che si accumulassero debiti che si assume aggirarsi intorno a circa 20 milioni di euro… in 10 anni! Due milioni all’anno! Circa quattro miliardi!

La società Talete presenta attualmente una serie di criticità che sono conseguenza unicamente della condotta gravemente negligente dei suoi organi di gestione, così come di quelli di indirizzo, colpevoli di certo di aver assunto (ovvero, più spesso, non assunto…) determinazioni di gestione che, tuttavia, si rivelano da tempo come inevitabili; ma colpevoli, altresì, di aver partecipato quali meri spettatori ad una graduale e costante degenerazione dell’azienda, inermi e, evidentemente, affatto preoccupati delle conseguenze sulla sorte della società. Una simile imperizia non può ulteriormente essere sopportata.

Per l’effetto, ci troviamo, quanto meno per ora, a redigere la presente nota di diffida, evidenziando e ammonendo circa le responsabilità che hanno concorso alla situazione attuale di gravissima crisi in cui l’azienda versa; ovviamente, la perdurante inerzia e l’elusione anche di questo ennesimo ammonimento non potrà far desistere i nostri assistiti a segnalare, senza ulteriore ritardo e senza ulteriore avviso, ogni profilo e natura di responsabilità alle autorità competenti.

Sotto questo profilo, i lavoratori hanno prospettato di voler conferire mandato per analizzare tanto la situazione di gestione che gli atti di indirizzo, in questo ultimo caso (attesa la elevata discrezionalità) con particolare riguardo alle negligenze (cioè i rinvii, o le non decisioni).

Per, ora, peraltro, ci sono già alcuni punti che sembrano tanto evidenti da apparire innegabili.

Innanzitutto, l’Ato nasce senz’altro strutturalmente debole – e ciò per conformazione geografica e demografica: tuttavia, il rifiuto di aderirvi, opposto da numerosi enti locali, lo ha reso ancor più debole.

E siccome un ambito territoriale ottimale è ottimale appunto nel suo complesso, è evidente che gli organi di indirizzo avrebbero dovuto assicurare l’adesione di ciascun comune anche in via coattiva, garantendo così una gestione efficiente; un dovere di indirizzo, questo, che assicurasse imparzialità da qualsivoglia interesse politico – sociale di campanile.

Poi, senz’altro, anche la circostanza che ha visto la società accumulare un debito sproporzionato, effetto di passività – poi divenute perdite – che si sono accumulate, e inevitabilmente aggravate nel susseguirsi di esercizi sociali, senza che gli organi di indirizzo – così come quelli di gestione, d’altro canto – abbiano assunto misure e provvedimenti almeno potenzialmente in grado di risanare la contabilità societaria; ad esempio, ricapitalizzandola: nuovi investimenti avrebbero verosimilmente iniettato fiducia e preziose risorse cui poter attingere per ottenere nuovo benessere sociale.

Ancora, sulla misura della tariffa: non è mai stata rivalutata, nonostante gli organi di indirizzo siano stati in molteplici occasioni chiamati a deliberare su questo profilo, mandando puntualmente a vuoto le assemblee a ciò dedicate; innegabilmente, la riquantificazione della tariffa – nel rispetto dei parametri normativamente stabiliti – avrebbe concesso quanto meno di ridurre, forse anche considerevolmente, l’impatto derivato dalle consistenti passività dell’Azienda; ciò, peraltro, è tanto pacifico che, in questo stesso momento, la rideterminazione della tariffa sta impegnando il ministero dello sviluppo economico, intervenuto per l’effetto della constatata e reiterata inerzia degli organi di indirizzo – probabilmente, dovuta al timore di assumere scelte politiche impopolari.

D’altra parte, appare innegabile la gravità di questa negligenza. Se una società ha come mission la gestione di un ciclo integrato che ha come suo corrispettivo la sola tariffa, è evidente che rinunciare ad operare anche minimamente sulla leva tariffaria (rinunciare in senso letterale; cioè ignorare il problema, quali che fossero le determinazioni) non può che apparire un modus negligente di amministrazione.

Infine, e non certo per rilevanza, è stata omessa ogni forma di controllo, sebbene la natura della società avrebbe imposto verifiche approfondite, analoghe a quelle che vengono destinate dall’amministrazione ai propri uffici e sui propri servizi – tanto che, appunto, tecnicamente si parla di controllo analogo; eppure, anche in relazione a tale aspetto, è stato possibile constatare, negli anni, unicamente una grave trascuratezza, fino al punto che sono oggi i lavoratori a dover assumere responsabilità che a loro non dovrebbero competere.

Se la situazione attuale dovesse reiterarsi, i lavoratori di Talete vogliono informare che, loro malgrado, denunceranno questo esempio di come non avrebbe mai dovuto amministrarsi, in ogni sede giudiziaria, alla magistratura penale e a quella erariale (procura regionale presso la Corte dei conti).

Pertanto, i lavoratori, nostro tramite, invitano e diffidano i destinatari della presente nota a voler tempestivamente, e senza ulteriore indugio, assumere gli atti di indirizzo e i provvedimenti di gestione indispensabili ad assicurare l’efficacia, l’efficienza e l’economicità della società; e con essa del servizio pubblico di gestione del ciclo integrato delle acque in uno con gli attuali livelli occupazionali; in particolare, i lavoratori si aspettano e, in una certa misura, pretendono che i componenti la conferenza di indirizzo politico e gli organi di gestione, ciascuno per le proprie competenze e attribuzioni:

1 – adottino i provvedimenti di commissariamento ad acta dei Comuni che non hanno affidato la gestione del servizio idrico alla società affidataria dell’Ato Talete spa;

2 – dispongano la ricapitalizzazione della società pubblica in misura per certo congrua a consentirne l’efficace gestione anche mediante accesso a relativo credito;

3 – adottino i provvedimenti di loro competenza in ordine alla determinazione della tariffa normalizzata secondo i criteri stabiliti e comunque in misura sufficiente a determinare la copertura dei costi del servizio.

Infine, i lavoratori chiedono che la conferenza dei sindaci approvi un documento di indirizzo che assicuri che la gestione unitaria del ciclo idrico integrato della provincia di Viterbo sarà conservata in ambito pubblico e perciò con strumenti giuridici di natura pubblicistica, con salvezza dello status giuridico del momento retributivo, logistico e soprattutto dell’attuale luogo di lavoro; e con esclusione, correlativamente, di affidamenti a persone giuridiche in tutto o in parte private.

Ciò anche al fine di evitare che il pesante passivo della società Talete spa ricada sui comuni dell’ambito (obbligati in solido) e così sull’intera comunità – lasciando ad altri l’uso dell’acqua pubblica come strumento di profitto.

Cordiali saluti,

Avvocato Massimo Pistilli


Seguono le firme di 120 dipendenti


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18 dicembre, 2014

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