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Viterbo – “La felicità? Non inginocchiarmi di fronte alla vita” (video – gallery – slide).
Si accalora, gesticola, ride. Poi mette i gomiti sulle ginocchia, guarda per terra. Si appoggia con le spalle sullo schienale e scivola sulla sedia. Guarda il pubblico e, subito dopo, ha lo sguardo fisso nel vuoto, fermo a pensare. Quando ascolta la musica gli ridono gli occhi. Canticchia, fa battute e coinvolge gli spettatori. Cambia di posto col presentatore e scherza coi giornalisti in sala. Un mattatore, padrone del palco che ha strappato risate e dato spunti di riflessione in un’ora e mezza che è trascorsa volando. Ma anche un uomo con le sue debolezze e i suoi ricordi. Cita Celine, Calvino e Mastroianni. Sogna un paese guidato da Landini, Gino Strada e Don Ciotti.
Flavio Insinna ieri a Viterbo per Caffeina Christmas ha spiegato cos’è per lui la felicità. Lo ha fatto sul palco del teatro san Leonardo, presentando “La macchina della felicità” (Mondadori), il suo ultimo libro, un romanzo, scritto durante una pausa dalla televisione. Accanto a lui, Andrea Baffo.
“Mi sono sentito libero nello scrivere il libro. La pagina bianca non mi spaventa, male che va non si riempie o si riempie al massimo di fesserie. La parte finale, poi, me la sono riletta ad alta voce, riprovandola a casa da solo. A terra, di fronte al mio gatto per capirne l’effetto”, ha detto Insinna al pubblico in sala.
Sognare e continuare a crederci è stato l’invito che ha fatto nel raccontare il suo romanzo. “Mi accomuna al protagonista la mia voglia di non inginocchiarmi di fronte alla vita, anche quando è difficile. Non bisogna stare fermi, ma ripartire e vedere a che punto si è del viaggio. Mi metto in gioco e accetto la sfida quando penso che ne valga la pena. Senza lotta, non c’è vita e se tutti fossimo d’accordo non ci sarebbe gusto”.
Paolo Manganiello ha prestato la sua voce per leggere alcuni passi del libro. Ad accompagnarlo al piano il maestro Luigi Gentile.
Vittorio, il direttore di sala di un casinò, e Laura, la commessa di un cinema, sono i protagonisti. Si incontrano, s’innamorano e non hanno paura di vivere quel sentimento fino in fondo. Il testo vuole essere, dunque, un inno all’amore. “Sono cose che penso, è il mio essere aggrappato alla vita, pur non amandola alla follia tutti i giorni. La felicità va cercata nella possibilità di rendere felice gli altri. Non si più vivere se, come diceva Senna, non tramutiamo in realtà i sogni di qualcuno. Col mio libro, credo di aver risarcito moralmente le donne, quelle che intorno a un tavolo, dicono che gli uomini non si spendono più. Valerio, il mio protagonista, da quando di sveglia a quando va a dormire con Laura, dà tutto”.
Non sono mancati spunti politici. “Le idee vanno difese, curate e accarezzate. Non possiamo nemmeno aspettare che qualcuno venga a salvarci, ma dobbiamo farlo da soli, diventando egoisticamente la nostra macchina della felicità. Non ribelliamoci alle regole, ma alle cose brutte per trovare quelle belle e semplici. Il nostro, è un paese senza passione che ha smesso di sognare e che vuole essere rassicurato con la mediocrità, sempre verso il basso e mai verso l’alto. Io faccio il mio pezzetto di aiuola, portando avanti piccole cose, come arrivare puntuale al lavoro o andare via per ultimo per dare il buon esempio. Pago le tasse, perché si trasformino in una strada senza buche o in un lenzuolo per l’ospedale. Tutti dovrebbero moltiplicare gli sforzi. Oggi, invece, prevalgono la rabbia e il pregiudizio. Così però il paese è destinato a morire. La crisi deve essere un modo per dare il meglio di noi e non il contrario. Che senso ha chiuderci a riccio, quando la vita è condivisione e stare insieme. Io voglio crederci. Con Gino Strada, Landini e don Ciotti, sono convinto che il paese ripartirebbe. Siamo meravigliosi nell’eccezionalità, come in caso di alluvioni quando ci trasformiamo in angeli del fango. Il nostro compito, ora, è rendere eccezionale ciò che è ordinario”.
Non bisogna avere paura della felicità. “Lo ha detto Benigni nello spiegare i dieci comandamenti. Dopo anni passati a dire che la felicità è troppo, prendiamocela. Quando ci svegliamo la mattina e vediamo che le ginocchia funzionano, così come la vista, diciamoci di essere felici, senza dover preferire di essere sereni, perché essere felici sembra troppo. Dicono che la felicità sia l’interruzione tra un dolore e un altro, ma se non ci sbrighiamo, non la vivremo mai”.
Un personaggio eclettico che nella sua carriera non si è fatto mancare nulla, dalla tv al teatro fino alla scrittura. “Mi sento a mio agio ovunque perché amo ascoltare e raccontare. Mentre la vita cerca di toglierti la voglia di ballare, tu devi ritrovarla e io lo faccio, strappando risate. Sognavo di fare il medico ma, svenivo ogni volta che vedevo un ago, per cui mio papà mi ha detto che se non avessi voluto sterminare milioni di pazienti, avrei dovuto fare altro. Avrei voluto aiutare concretamente la vita delle persone e spesso mi dicono che lo faccio con le mie risate. Ma non mi basta. C’è chi mi ha detto che le mie battute fanno meglio della chemio. Così provo a consolarmi. Penso da adulto, ma con l’entusiasmo di un bambino e se, un giorno, questa avventura dovesse finire, beh – ha esclamato – sarei comunque tranquillo. Ho cercato la vita anche altrove, costruendola sugli insegnamenti di mio padre e di mia madre, per cui se mi togliessero tutto questo – ha detto Insinna indicando i riflettori – non morirei, perché saprei bene dove andare a trovare la mia felicità”.
Paola Pierdomenico
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