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Orte - Appuntamento oggi alle 14 nei locali dell’Università della Tuscia in via Cavour 23

Artigiani delle storie locali, parte il corso con Antonello Ricci

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Workshop sulla narrazione - Antonello Ricci

Workshop sulla narrazione – Antonello Ricci

Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini


Orte – Oggi si inaugura a Orte il corso di prima formazione per aspiranti artigiani delle storie locali voluto dal Carbacc e curato da Antonello Ricci e Banda del Racconto.

L’appuntamento è fissato per le 14 nel centro storico della cittadina: presso i locali dell’Università della Tuscia in via Cavour 23. L’incontro sarà dedicato ai documentari pasoliniani “La forma della città” e “Le mura di Sana’a”.

Il calendario prevede complessivamente 10 lezioni “peripatetiche” che si terranno tra gennaio e giugno nei 10 centri dei Cimini coinvolti nel progetto.

Il corso è prevalentemente rivolto ai giovani di quest’area.

La seconda lezione è fissata fin d’ora per il 28 gennaio a Soriano (biblioteca comunale) e sarà dedicata alle due novelle e alle poesie pirandelliane ispirate e ambientate nel centro cimino.

L’iniziativa è realizzata con le risorse della Regione Lazio Pit (Progettazione integrata territoriale). Per info 3392197872 – carbacc.pit@gmail.com

Il Carbacc (Consorzio aree basse colline cimine) che unisce, nell’ambito del piano di Sviluppo rurale del Lazio 2007/2013, i comuni di Bassano in Teverina, Bomarzo, Canepina, Corchiano, Orte, Soriano nel Cimino, Vallerano, Vasanello, Vignanello comune capofila e Vitorchiano) presenta una edizione straordinaria nuova di zecca di Banca del Racconto.


Ripubblichiamo per l’occasione stralci significativi del parlato pasoliniano nel documentario Rai (1974) “La forma della città” (Spiegazioni di Antonello Ricci).

Orte: la forma della città secondo Pasolini

Che le rovine architettoniche di Chia – la sua rupe vulcanica, le forre a strapiombo sopra borri invisibili – l’abitarvi stesso del poeta friulano (di là dai vari, non pochi riferimenti espliciti nel corpo dell’opera letteraria) traccino compiuta metafora dell’estrema battaglia culturale di Pasolini, trova conferma nel bel filmato-intervista “La forma della città”.

Si tratta d’un documentario per la regia di Paolo Brunatto, trasmesso dalla Rai nel febbraio del 1974. Pasolini, con riuscito espediente di cinema nel cinema, vi figura quale personaggio-protagonista: sistemato accanto alla cinepresa, in un andirivieni di descrizioni e inquadrature, narra a un silenzioso Ninetto la forma del borgo di Orte.

Ed attraverso questa, quella della città come idea: gesto chiuso e perfetto, tracciato una volta per sempre, in un paesaggio; pittura che stacchi, puntuale, il suo profilo s’uno sfondo di cieli e di natura; memoria profonda del popolo che l’innalzò e la visse (la vive; dunque, una realtà da rispettare e difendere: anonimo tessuto di senso, ma pari per importanza, nelle tradizioni d’una nazione, ai più celebrati monumenti d’autore; tanto quanto la sopravvivenza d’un semplice, umile canto popolare assieme alla “Comedìa” dantesca).

Dal parlato de “La forma della città”, stralciamo alcune citazioni. E a proposito, non si dimentichi: l’andamento del testo trascritto, piuttosto frastagliato e prolisso (zeppo com’è di deittici, anacoluti, ripetizioni, aggiustamenti ecc.) dipende dal carattere prettamente orale della sua composizione (tra l’altro: il poeta parlò a braccio davanti al mezzo di ripresa).

La riflessione pasoliniana prende spunto dagli intrusi volumi di alcune moderne palazzine popolari, che frastagliano la linea dell’orizzonte ortano, interrompendo la corsa elegante delle arcate d’un antico acquedotto: quella presenza, stilisticamente spuria, azzera ogni genuina possibilità d’inquadratura. Leggiamo:

“Io ho scelto una città, la città di Orte, cioè praticamente ho scelto come tema la forma di una città, il profilo di una città”.

“Ecco, quello che vorrei dire è questo: io ho fatto un’inquadratura che prima faceva vedere soltanto la città di Orte nella sua perfezione stilistica, cioè come forma perfetta, assoluta, ed è più o meno un’inquadratura così. Basta che io muova questo affare qui nella macchina da presa, ed ecco che la forma della città, il profilo della città, la massa architettonica della città è incrinata, è rovinata e deturpata da qualcosa di estraneo.

C’è quella casa che si vede là a sinistra, la vedi? Ecco, così: è il problema di cui io parlo con te. Perché non sono capace di parlare in astratto, rivolto al vuoto, al pubblico televisivo che non so dov’è, dove si trova. Parlo con te che mi hai seguito in tutto il mio lavoro e mi hai visto molte volte alle prese con questo problema. Tante volte sono andato a girare fuori dall’Italia, in Marocco, in Persia, in Eritrea, e tante volte avevo il problema di girare una scena in cui si vedesse una città nella sua completezza, nella sua interezza, e quante volte mi hai visto soffrire, smaniare, bestemmiare, perché questo disegno, questa purezza assoluta della forma della città era rovinata da qualcosa di moderno, da qualche corpo estraneo che non c’entrava con questa forma della città, con questo profilo della città, così severo”.

“Siamo, adesso, di fronte ad Orte da un altro punto di vista. C’è la solita bruma azzurro-bruna della grande pittura nordica rinascimentale. Se la inquadro, vedo un totale ancora più perfetto di prima. Cioè, la forma della città è proprio nella sua perfezione massima. Ma se panoramico da sinistra a destra, quello che ti dicevo prima risulta in modo ancora più grave.

Infatti la città, da questo punto di vista, all’estrema destra finisce con uno stupendo acquedotto su quel terreno bruno. E, immediatamente attaccate all’acquedotto, ci sono altre case moderne, dall’aspetto non dico orribile, ma estremamente mediocre, povero, senza fantasia, senza invenzione, insomma case popolari, che sono assolutamente necessarie, non dico di no, ma che lì sono un altro elemento disturbatore della perfezione della forma della città di Orte, come la casa che abbiamo visto prima. Ora, cos’è che mi dà tanto fastidio, anzi direi quasi una specie di dolore, di offesa, di rabbia, nella presenza di quelle povere case popolari (che comunque devono esserci; il problema era, semmai, quello di costruirle da un’altra parte).

Dunque, che cos’è che mi offende in loro? E’ il fatto che appartengono ad un altro mondo, hanno caratteri stilistici completamente diversi da quelli dell’antica città di Orte e la mescolanza delle due cose infastidisce, è un’incrinatura, un turbamento della forma, dello stile”.

Quel modesto scempio urbanistico locale, poi, avvolto in una stregante bruma da pittura nordica rinascimentale, sa farsi cifra, riverbero illuminante di devastanti processi globali: d’unTerzo Mondo che, nella sua cieca rincorsa alla modernizzazione, andava svellendo le proprie radici culturali più profonde. Con un processo di violenza e accelerazione inaudite. Accostando, provocatoriamente, civiltà le più diverse, e regimi politici di segno opposto (dalla Persia monarchica all’estremismo comunista dell’Aden del Sud), Pasolini descrive gli scempi del sistema di ventilazione a colonnine di Yadz, della gigantesca, stupenda porta di granito bianco di Al Muskalla, dei perimetri urbani e del sistema difensivo di Sana e Katmandou.

Poi, torna in Italia.

“Ora, a proposito della città di Orte, vorrei aggiungere una cosa: avendo io scelto, come tema del mio argomento, la forma della città, vorrei precisare che la forma della città si manifesta, appare, si rivela, se confrontata con un fondale naturale. Perciò, per esempio, la forma della città di Orte appare in quanto tale perché è sulla cima di questo colle bruno, divorato dall’autunno, con questa curvatura davanti e contro il cielo grigio.

Ora, quelle case che ti ho citato prima, quelle case popolari che cosa vengono a turbare? Vengono a turbare soprattutto il rapporto tra la forma della città e la natura. Ora: il problema della forma della città e il problema della salvezza della natura che circonda la città, sono un problema unico. Ma sempre si pone il problema di rispettare il confine naturale tra la forma della città e la natura circostante. Ora: il caso della città di Orte è un caso ancora bellissimo. Ecco: il panorama è ancora praticamente perfetto, a parte questo difetto, sia pur doloroso, che ti ho detto. Ma, mentre per Orte si può parlare soltanto di lieve danneggiamento, di difetto, per quel che riguarda in generale la situazione dell’Italia, delle forme delle città della nazione italiana, la situazione è invece decisamente irrimediabile e catastrofica”.

“Questa strada per cui camminiamo, con questo selciato sconnesso e antico, non è niente, non è quasi niente, è un’umile cosa. Non si può nemmeno confrontare con certe opere d’arte, d’autore, stupende, della tradizione italiana; eppure, io penso che questa stradina da niente, così umile, sia da difendere con lo stesso accanimento, con la stessa buona volontà, con lo stesso rigore con cui si difende un’opera d’arte di un grande autore.

Esattamente come si deve difendere il patrimonio della poesia popolare anonima come la poesia d’autore, come la poesia di Petrarca o di Dante, ecc. ecc. E così, il punto dove porta questa strada, quella antica porta della città di Orte: anche questo non è quasi nulla, vedi? Sono delle mura semplici, dei bastioni, dal colore così grigio, che in realtà nessuno si batterebbe con rigore, con rabbia per difendere questa cosa.

E io ho scelto, invece, proprio di difendere questo. Quando dico che ho scelto come oggetto di questa trasmissione la forma di una città, la struttura di una città, il profilo di una città, voglio proprio dire questo: voglio difendere qualcosa che non è sanzionato, che non è codificato, che nessuno difende; che è opera, diciamo così, del popolo di un’intera storia, dell’intera storia del popolo di una città.

Di una infinità di uomini senza nome, che però hanno lavorato all’interno di un’epoca la quale, poi, ha prodotto i frutti più estremi, più assoluti, nelle opere d’arte d’autore. Ed è questo che non è sentito. Perché chiunque, con chiunque tu parli, è immediatamente d’accordo con te nel dover difendere un’opera d’arte d’un autore, un monumento, una chiesa, la facciata di una chiesa, un campanile, un ponte, un rudere il cui valore storico è ormai assodato. Ma nessuno si rende conto che, invece, quello che va difeso è proprio questo passato anonimo, questo passato senza nome, questo passato popolare…”.

Infine: lo straordinario episodio conclusivo è dedicato alla forma di Sabaudia, “città immersa in una specie di grigia luce lagunare”, benché circondata da “una stupenda macchia mediterranea”.

Pasolini ne sottolinea lo stile urbano in camicia nera, ma solo per introdurre un paradosso che gli sta a cuore: “vero fascismo” era la cultura di massa che, in quegli anni, andava già sconvolgendo l’Italia e ogni sua tradizione culturale; cancellando (come in un incubo) la forza millenaria del nostro paesaggio, la varietà e ricchezza dei suoi cento campanili.

I segni più visibili e incarnati della sua stessa storia.

 


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14 gennaio, 2015

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