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Cultura - La riflessione del consigliere regionale sulla strage dei vignettisti di Parigi

Je suis Charlie, da solo non basta

di Riccardo Valentini
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Riccardo Valentini

Riccardo Valentini

L'ultima vignetta disegnata dal direttore di Charlie Hebdo

L’ultima vignetta disegnata dal direttore di Charlie Hebdo

Viterbo  – Je suis Charlie, da solo non basta.

Un atto di solidarietà, la scelta di identificarsi con le vittime della strage di Parigi, con valori che abbiamo riscoperto essere condivisi da tutti “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”, come recita l’articolo 3 della nostra Costituzione. Je suis Charlie è dire: “Noi tutti ci siamo”. Ma Je suis Charlie da solo non basta.

Alla politica soprattutto che deve riflettere molto e agire con rapidità in merito a quanto accaduto per le vie della capitale francese. La redazione di Charlie Hebdo distrutta, molti dei redattori uccisi. Una rivista che trae spunto da un’altra rivista di satira, questa volta italiana: il Male. Un’esperienza che ha dettato uno stile espressivo dirompente.

Quanto accaduto a Parigi ci deve portare a riflettere partendo da un dato ben preciso. Un dato di libertà. Una parola che è al tempo stesso la chiave di tutto. Combattiamo e moriamo per la libertà. Ne beneficiamo nel momento in cui ci rapportiamo agli altri.

Un linguaggio che ha il dovere ben preciso di garantire tutti i linguaggi. Il linguaggio della stampa e dei mass media, che è informazione e critica. I linguaggi espressivi e delle arti, quelli del corpo. La libertà di pensarla diversamente nel rispetto degli altri. E così via discorrendo. Esiste anche la libertà di dire e fare tutto quello che ci pare? No!

Ci sono limiti chiari, scritti nero su bianco dalla Costituzione – e sue sono le libertà di cui parlo – e dalle leggi che ne derivano. Leggi che puniscono non “l’abuso delle libertà” – perché delle libertà non si abusa – un comportamento che ha provocato un danno ad altri. Un conto è dire “non condivido questa cosa, perché…”, un conto insultare e diffamare per dirlo. La prima espressione è libertà, la seconda no.

Si combatte e si muore per le libertà, ed è tremendo quando questo accade. Perché i segni restano comunque, e sono indelebili indipendentemente dalla causa per la quale si è combattuto. Ma una cosa l’abbiamo imparata – e questi ultimi anni hanno contribuito a ribadircelo – le guerre sante, le crociate non servono a nessuno. Non risolvono il problema. Hanno provocato e provocherebbero solo altri lutti, distruzioni e rancori che scateneranno altre guerre con altrettanti rancori e distruzioni.

Un inutile e pericoloso vortice che ci trascinerebbe chissà dove, innanzitutto lontani da quelle libertà che fanno la differenza. E sia chiaro, non stiamo parlando di libertà di serie A e libertà di serie B, libertà occidentali e libertà islamiche.

Stiamo dicendo che è diritto di tutte e tutti poter parlare, scrivere, dipingere, cantare, credere in Dio, Allah, Buddha ecc., ricercare la felicità per se e i propri cari, e tanto altro ancora, nel rispetto delle medesime libertà degli altri senza temere di essere rinchiusi in una cella o uccisi, senza il timore di essere perseguitati. Queste libertà sono assolute, sciolte da ogni vincolo. Quindi valide per chiunque.

Queste libertà noi le difendiamo, senza il benché minimo dubbio. Contro chi le viola, tenendoci decisamente a distanza da quell’errore che alcuni fecero negli anni ’70 quando qualcuno parlò dei brigatisti rossi come di “compagni che sbagliano”.

Un errore che si rischia di correre quando si vanno a ricercare le “ragioni ideali” dei terroristi della strage di Parigi. Non c’è nessuna ragione, nessun ideale che giustifichi quello che è stato fatto da persone che non hanno nulla a che fare con la religione islamica che invece ha tutto il diritto di esistere e non rappresenta alcuna minaccia. Non c’è nessuna ragione. Come 40 anni fa, quando fu assurdo definire “compagni” uomini e donne con cui non condividevamo niente.

Non solo, ma come le Brigate Rosse puntavano a scavare un fossato tra il Partito Comunista e la Democrazia Cristiana distruggendo l’ipotesi del “compromesso storico” – e non ci riuscirono perché l’unità delle forze democratiche impedì ogni tipo di deriva – oggi i terroristi, con la strage di Parigi, hanno anche l’obiettivo di separare e allontanare il mondo islamico moderato dalle democrazie occidentali con conseguenze che possono essere gravissime e che, forse, non immaginiamo ancora appieno.

Ecco perché dobbiamo tenere gli occhi bene aperti. Ecco perché anche oggi l’unità è un valore e al tempo stesso una fondamentale prospettiva che dobbiamo assolutamente consolidare. Perché quanto accaduto rischia di diventare, a cento anni di distanza dalla Prima guerra mondiale, il colpo di pistola all’Arciduca Francesco Ferdinando.

E non dimentichiamoci mai – soprattutto quando diciamo e ci diciamo Je suis Charlie – che i redattori di Charlie Hebdo e tutte le altre vittime della strage sono morti anche per difendere e perché hanno difeso la libertà di stampa e di espressione, la libertà e il diritto ad una vita serena, fatta di piccole gioie e piccoli e grandi impegni quotidiani come andare a farsi una passeggiata, al lavoro, a fare la spesa in un supermercato.

Dunque, non commettere errori e nemmeno sottovalutare. Occorre pertanto reagire, ma nel modo giusto e anche noi a difesa di quelle libertà “assolute” che, come dicevamo, fanno la differenza. Un fronte da cui non dobbiamo fare un solo passo indietro. E la strada migliore è sempre quella dell’integrazione sociale.

Un’integrazione che faccia sentire parte di un tutto che, insieme, costruisce il proprio futuro alimentandolo con la speranza di una vita migliore per tutti, la possibilità di scegliere e scegliere di essere felici.

Talvolta la politica cita una famosa frase di Kennedy: “Non chiedete cosa possa fare il paese per voi: chiedete cosa potete fare voi per il paese”. A forza di citarla, è capitato però che la politica si sia dimenticata di chiedersi cosa poteva fare lei per i ceti e i cittadini più deboli, laddove si crea poi quell’area grigia di consenso che rischia di diventare di reclutamento per i terroristi. E non stiamo parlando solo di uomini e donne “venuti dalla Luna” come nella canzone di Caparezza, ma anche di giovani europei che si vanno ad addestrare in alcuni paesi del Medio Oriente per combattere guerre di religione. Giovani che stanno a un palmo dai nostri nasi. Persone nei confronti delle quali dobbiamo saper essere vigili e severi, strappando via quelle cause che però le determinano.

Occorre quindi saper sviluppare sistemi di controllo e di intelligence in grado di prevenire, impedire, punire. Agire prima di trovarsi di fronte al fatto compiuto, alla morte e alle stragi. Un’Intelligence europea che sia capace di sbarrare anche la strada del ritorno a chi ha scelto di addestrarsi ad uccidere la libertà degli individui.

Perché la libertà è un valore assoluto. Quella libertà che trova la sua prima risorsa nella partecipazione che è innanzitutto sentirsi liberi di “respirare”, come accaduto nelle strade di Francia l’11 gennaio o a Viterbo sabato scorso.

Riccardo Valentini
Capogruppo di Per il Lazio al Consiglio regionale

 


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18 gennaio, 2015

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