Viterbo – (g.f.) – Acqua pubblica, potabile e partecipata. Scatta il referendum comunale.
Il comitato “Non ce la beviamo” lancia la sfida. Un’iniziativa senza precedenti a Viterbo. Lo prevede lo statuto di palazzo dei Priori, ma finora nessuno ne aveva fatto ricorso.
“Lo lanceremo – annuncia Chiara Frontini (Viterbo 2020) – chiederemo ai cittadini e a chi lavora a Viterbo d’esprimersi, per chiedere, ricordare a chi amministra, che la gestione dell’acqua deve essere pubblica, trasparente e partecipata”.
Un’alternativa a una ricetta che finora non ha funzionato. E che ha un nome, Talete, la società idrica in cui la regione sta intimando ai comuni ancora fuori, d’entrare, minacciando di commissariare la gestione idrica.
“Un commissariamento – osserva Frontini – che è un esproprio di democrazia. Far entrare le amministrazioni non è tutelare i cittadini.
Viterbo ne fa parte e il sindaco Michelini dovrebbe spiegarci come pensa di difendere i cittadini dall’incremento dei costi delle bollette”.
Per il comitato, la forma è sostanza. Un consorzio fra comuni è meglio di una società per azioni a partecipazione pubblica. Servono tremila firme per richiedere il referendum.
L’iniziativa è stata lanciata stamani agli Almadiani, dove è in corso una giornata interamente dedicata all’acqua. In tutte le sue declinazioni: potabilità, caro tariffe, accessibilità.
“Ancora oggi – osserva Paola Celletti – la gente si chiede se l’acqua sia potabile o meno. C’è poca informazione e trasparenza, non tutti possono collegarsi al sito Asl per controllare i parametri.
Sulla gestione, nonostante il referendum del 2011 che ha sancito come il servizio idrico debba essere pubblico, le istituzioni lo vanno disconoscendo, si va verso la privatizzazione.
Oltretutto la regione Lazio ha approvato su spinta del Forum acqua pubblica, la legge 5, in base alla quale il bene va riportato nell’ambito pubblico.
Invece, l’articolo 7 dello Slocca Italia consente d’affidare al gestore unico che abbia più del 25% delle utenze nel bacino idrico, la gestione. Nel nostro caso sarebbe Acea”.
Mentre a Viterbo c’è una situazione di sostanziale stallo: “Talete è piena di debiti e i consigli comunali stanno portando avanti una lenta agonia della società.
La situazione è drammatica. Vanno prese scelte nette. Non vorremmo che lo stato di cose ci conduca dritti dritti verso i privati”.
Sul fronte arsenico: “Dal prossimo anno – ricorda Gianluca De Dominicis (Movimento 5 stelle) – Talete, già in grosse difficoltà economiche, dovrà sobbarcarsi anche la gestione degli impianti di depurazione, quindici milioni di euro.
Quando i lavoratori ci hanno spiegato come a oggi, se si rompe una pompa non ci sono nemmeno i soldi per ripararla e si sono accumulati debiti per venti milioni di euro, facendo passare il messaggio che sia colpa della morosità, quando non è così e molte famiglie in difficoltà economiche rischiano il distacco”.
La soluzione anche per De Domincis è che i comuni si consorzino, insieme alla fiscalità pubblica.
Mentre per Cario di Solidarietà cittadina, si deve tutelare la salute dei cittadini, partendo dai più piccoli e Francesco Lombardi, a chi sostiene che l’arrivo di privati a gestire le risorse idriche equivalga a una maggiore efficienza, manda a dire: “Dove ci sono privati ci sono guadagni, com’è normale che sia, ma non ci sono stati miglioramenti nella distribuzione e una maggiore efficienza”.
Perciò invita i comuni non entrati in Talete a resistere: “E’ pronta un contro diffida alla regione.
La soluzione sta nel controllo diretto e reale da parte dei cittadini. Gli enti si devono consorziare”.
Fra il pubblico c’è Paolo Piciucchi, ex consigliere Talete. Ha un punto di vista leggermente diverso.
“I comuni dovevano controllare la gestione di Talete – osserva Piciucchi – chi ci garantisce che associandosi sotto una forma diversa lo faranno? Il punto vero è che chi gestisce la società idrica deve essere all’altezza”. Ma i vertici chi li nomina? La politica, i sindaci. Punto e a capo.
Talete per Lombardi è nata male e finirà peggio e a chi è scettico sulla formazione di un consorzio fra enti, ecco una ragione per ricredersi: “Per noi – osserva Chiara Frontini – può funzionare. Lo vedremo. Quello che invece abbiamo visto, è il sistema utilizzato finora, e di certo non sta proprio andando esattamente bene”.
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