Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – E’ uscito per i tipi di Rubettino, “Servire non servirsi” di Luigi Sturzo, con prefazione di Giovanni Palladino e postfazione di Marco Vitale, un agile volumetto da 9 euro che, in vista delle elezioni prossime venture, gli addetti ai lavori della “cosa pubblica” dovrebbero leggere e discutere.
Si tratta di una raccolta di scritti tratti dalla sterminata pubblicistica di un misconosciuto “Padre della Patria” come il prete e prosindaco di Caltagirone, datati dal suo ritorno dall’esilio statunitense alla fine della guerra, sino alla sua morte nel 1959, dedicati alla moralità della politica, o meglio, alla buona politica.
Quello che c’è di sorprendente in questi scritti è l’attualità puntuale e fattuale dell’analisi e della denuncia della degenerazione morale della politica, della corruzione, del malaffare, del sopruso a fronte del pericolo ancora peggiore dell’”insensibilità del popolo” verso tali fenomeni.
Sturzo attacca con decisione lo “statalismo”, come eredità velenosa del fascismo e l’acquiescenza e la complicità dei partiti repubblicani, tutti, alla sua riproposizione, sino a farne un sistema che si alimenta di spesa pubblica sprecona e pervasiva e di converso di un prelievo fiscale sempre più esteso ed esoso.
Le tre “malebestie” combattute da Sturzo sino all’ultimo respiro, dello statalismo, della spesa pubblica e della partitocrazia, alla fine l’ebbero vinta e la situazione di oggi che attanaglia il futuro delle nuove generazioni, continua ad avere le stesse cause e probabilmente gli stessi rimedi, che Sturzo ha vanamente indicato allora, ma non invano essendo la sua lezione ancora freschissima.
Non si esce dal baratro della corruzione, che ingoia risorse e credibilità, soltanto con l’Anac (Autorità nazionale anticorruzione) di Cantone o con leggi più severe; serve una riforma dei partiti che dia personalità giuridica a quelle che oggi sono semplici associazioni di fatto, regolate meno di una pro loco o di una banda musicale cittadina; che regolamenti il “ metodo democratico” indicato dalla Costituzione all’art.49, con cui i partiti concorrono alla politica nazionale; questa è la madre di tutte le riforme.
Non si riforma il Titolo V della Costituzione soltanto con un neocentralismo statuale, ignorando che “… siamo nel Paese delle 100 città, della vita municipale piena di grandezza e ricordi, i cui monumenti comunali hanno l’impronta del genio, mentre quelli dello Stato burocratizzato hanno l’impronta della mediocrità e dell’insipienza.”
Quindi l’indicazione per la lotta, attualissima, per il rispetto dei “nuclei e gli organismi naturali: la famiglia, le classi sociali, i comuni”.
Una buona lettura, che ci fa capire che ciò che c’è oggi non è ciò che poteva esserci dopo la Liberazione, ma anche ciò che uomini di buona volontà oggi potrebbero fare.
Francesco Chiucchiurlotto
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