– In questa fase della nostra storia le sensazioni di confusione, di incertezza, a volte di sconforto non aiutano certo l’analisi né, tanto meno, sostengono uno sguardo lungimirante.
La crisi sta mettendo a dura prova nervi e muscoli dei sistemi economici e sociali di tutto il mondo. Prevale la paura e, con essa, la cultura dell’emergenza, ossia della toppa sul buco.
Ma se si vuole guardare oltre la paura, non c’è che la prospettiva di costruire un nuovo modello di sviluppo, il quale in Europa può trovare il suo riferimento nella cosiddetta “strategia di Lisbona” poi tradotta nell’Agenda 2020. Uno sviluppo intelligente, basato su cultura e innovazione; sostenibile, in relazione all’ambiente storico, naturale e sociale; inclusivo, nel quale ciascuno possa affermare i propri diritti di libertà e cittadinanza.
E’ possibile allora anche per la Tuscia, per l’Etruria (se esiste la Padania…) uno sviluppo intelligente, sostenibile, inclusivo?
La vicenda della abolizione delle Province è un utile argomento di propaganda, mentre è molto meno semplice pensare che la sua attuazione risolva i problemi di assetto istituzionale e di costi della politica. Personalmente ritengo, ad esempio, che la misura migliore da adottare nell’immediato sarebbe quella contenuta nella proposta di farne, in prima battuta, un ente di “secondo livello”, con il sindaco del comune capoluogo presidente ed un consiglio eletto dagli altri primi cittadini del territorio.
Successivamente la vicenda dovrebbe essere “risolta” all’interno di una profonda revisione dell’assetto istituzionale del Paese, che riveda i temi del decentramento e del federalismo alla luce delle realtà territoriali e non in funzione di tradizioni amministrative e convenienze politiche. Un revisione nella quale anche le stesse regioni per come oggi le conosciamo potrebbero diminuire di numero e/o mutare i propri confini.
In qualche modo il disegno di legge costituzionale proposto dal governo va in questa direzione quando prevede la realizzazione di unioni di comuni per la gestione dei servizi. Ma lo fa con uno strumento limitato perché rimette le scelte a livello regionale e pericoloso perché rischia di far lievitare i costi invece che diminuirli. E soprattutto ha ben poche possibilità di essere approvato in tempi stretti.
In questo contesto ritengo allora utile l’iniziativa del presidente della Provincia di Viterbo Marcello Meroi, del sindaco di Civitavecchia Gianni Moscherini e di quello di Orvieto Antonio Concina per la costituzione del distretto culturale della Tuscia: “un’associazione intercomunale, interprovinciale ed interregionale incaricata di formulare proposte e mettere in atto azioni per la valorizzazione del patrimonio culturale, del turismo, della viabilità, dei trasporti, del paesaggio, dell’agricoltura, dell’ambiente, del commercio e dell’artigianato all’interno di un’area ben delimitata che da Civitavecchia si estende al Nord del Viterbese, alla Maremma, alla Teverina fino a toccare l’Orvietano e la bassa Toscana”.
Il compianto Gigi Daga parlava di Regione Etruria, ma, al di là delle definizioni e dei confini istituzionali, in prospettiva il senso della iniziativa del distretto rimane a mio parere simile, pur se ancorato a dati molto specifici e riconoscibili: “un sistema delimitato ad un territorio omogeneo per caratteristiche culturali, turistiche e ambientali e accomunato dalle stesse vocazioni di sviluppo.
La Tuscia diventa il marchio di qualità e di riferimento di una vasta area separata dai confini regionali e provinciali ma unita dalle stesse peculiarità, e dove lo sviluppo culturale, turistico, industriale è strettamente collegato allo sviluppo delle infrastrutture. Il Distretto dovrà soprattutto elaborare e proporre soluzioni in grado di convogliare il turismo crocieristico del Porto di Civitavecchia su tutto il territorio attraverso adeguate ed efficaci iniziative di promozione e valorizzazione delle risorse locali”.
Mi auguro quindi che l’iniziativa del distretto trovi l’auspicata “collaborazione delle università, delle imprese, delle associazioni di categoria, dei sindacati, delle fondazioni culturali presenti ed operanti sul territorio”. Già qualche anno fa con il Prusst (Piano di riqualificazione urbanistica e sviluppo sostenibile del territorio) “Patrimonio di San Pietro in Tuscia ovvero il territorio degli Etruschi” si delineava una scelta di questo tipo. Ma oggi la creazione di questo asse economico-territoriale si fa a mio parere quasi urgente.
Difatti tutto questo parlare intorno alla abolizione delle Province porterà certamente ad una accelerazione dei processi di costituzione delle città metropolitane laddove siano previste, dato che per esse non occorre più alcun processo di revisione costituzionale, ma solo di attuazione della previsione legislativa (lo scorso 1° agosto il governo ha approvato lo schema di decreto legislativo per lo svolgimento dei referendum per la costituzione delle città metropolitane).
La città metropolitana di Roma capitale diviene dunque una prospettiva sempre più ravvicinata e Viterbo deve scegliere se esserne una periferia ulteriore ovvero se essere parte e protagonista di un sistema territoriale in grado di dialogare e interagire positivamente con l’area metropolitana. La politica si trova oggi davanti a questo tema, non a quello dei pochi spiccioli che deriverebbero dalla abolizione della Provincia. Non metuens verbum leo sum qui signo viterbum…
Valerio De Nardo
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