Viterbo – “Nel 2013 la provincia di Viterbo ha visto andarsene all’estero 571 persone con un incremento delle partenze, rispetto al 2007, del 326%. A livello nazionale – sempre nel 2013 – le persone che se ne sono andate dall’Italia sono state 125.735 con un aumento del 146%. I viterbesi che invece si sono spostati in un’altra provincia del Lazio o in un’altra regione italiana sono stati 6.843 (+28% rispetto al 2007). Ad andarsene sono di più i maschi (291 per l’estero, 3.393 verso l’interno) rispetto alle femmine (280 estero, 3.450 interno)”.
A renderlo noto è Riccardo Valentini, vicecapogruppo del partito democratico al consiglio regionale e organizzatore dell’incontro in corso al Biancovolta Spazio Arci di Viterbo dedicato a tutti quei giovani che decidono di lasciare l’Italia o il paese dove sono nati per trasferirsi a lavorare all’estero o nelle grandi città. Dati e testimonianze di giovani viterbesi e non solo che hanno fatto la scelta di andare a lavorare o studiare all’estero, decidendo magari di restare.
“Dignità in fuga. I nuovi migranti”, questo il titolo dell’evento che assieme a Valentini, vede anche gli interventi di Andrea Egidi (segretario provinciale del Pd di Viterbo), Michele Bassanelli (segretario provinciale Giovani democratici del Pd di Viterbo), Manuel Anselmi (ricercatore in Sociologia politica dell’Università degli studi di Perugia), Guglielmo Capparella (revenue management Analyst-MonarchAirlines, GB), Laura Carissimi (ricercatrice in Economia ambientale dell’Università degli studi della Tuscia), Francesca Marzo (research fellow, PhD in Scienze Cognitive, Luiss Guido Carli, Roma) e Roberto Ricci (insegnante di lingua italiana). Inoltre, le testimonianze di Elisa Amedeo, Lidia Bonomi, Stefano Cozza, Riccardo Di Ciuccio, Aldo Marino, Alessandra Giammattei, Alessandro Papia, Sara Savio e Nicola Zagari.
Chi sono? Quanti sono ragazze e ragazzi che decidono di andare a vivere all’estero o in un altro territorio? Perché fanno questa scelta? A rispondere alle domande è stato il Rapporto, curato dalla giornalista Roberta de Vito che ha moderato l’incontro, presentato durante l’evento, accompagnato da testimonianze video raccolte da Laura Carissimi.
Dalla regione Lazio nel 2013 se ne sono andati verso un’altra regione 106.234 persone (+9% rispetto al 2007). Per l’estero sono state invece 10.388 (+108%). Il numero di emigrati italiani è pari a 82 mila unità, il più alto degli ultimi dieci anni, in crescita del 20,7% rispetto al 2012. Per gli italiani i principali Paesi di destinazione sono quelli dell’Europa occidentale: Regno Unito (13 mila emigrati), Germania (oltre 11 mila emigrati), Svizzera (circa 10 mila), Francia (8 mila), oltre agli Stati Uniti (5 mila), ne accolgono, nel loro insieme, più della metà. La fascia d’età maggiormente interessata dal fenomeno migratorio verso paesi esteri è concentrata tra i 20 e i 45 anni, ovvero tra il ciclo conclusivo della formazione scolastica e le età lavorative adulte. In questo ristretto periodo della vita si concentra oltre il 60% dei flussi rilevati.
“Dal rapporto emerge con chiarezza – prosegue Valentini – che le possibilità di mobilità sociale si riducono sempre di più, mentre aumenta la disuguaglianza che si manifesta anche nel contrasto tra opportunità formative e lavorative. Non tutte le persone hanno la stessa probabilità di entrare nel sistema d’istruzione terziaria e concludere, ad esempio, il ciclo universitario o il dottorato di ricerca. E tale probabilità non riguarda solo le caratteristiche personali e le competenze, ma attiene e riflette spesso la ‘posizione sociale’ di partenza dell’individuo. In Europa conseguire un elevato titolo di studio offre maggiori possibilità di superare le condizioni sociali di partenza. In Italia invece la probabilità che una persona i cui genitori non abbiano completato gli studi superiori riesca a laurearsi è tra le più basse d’Europa”.
“Abbiamo il dovere – conclude Riccardo Valentini – di creare tutte le condizioni necessarie affinché i nostri giovani possano avere sempre la possibilità di continuare a vivere, lavorare e studiare nel proprio Paese, nella realtà in cui è nato e cresciuto. Ma per farlo dobbiamo creare innanzitutto le stesse condizioni di partenza, garantire a tutti – e ai figli di tutti – la possibilità di inseguire e realizzare i propri sogni”.
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