Viterbo – Capire chi siamo e dove andiamo. Inseguire il dàimon, che motiva e protegge l’esistenza, perché l’anima non si ammali. Ma anche infanzia, spiritualità e rapporto con il dolore. E ancora herpes e pidocchi. Ma soprattutto la potenza femminile e quello che le donne possono fare, se solo lo vogliono.
Il nuovo romanzo di Daria Bignardi, Santa degli impossibili (Mondadori), è un po’ di tutto. E ieri l’autrice lo ha raccontato a Viterbo, di fronte al numeroso pubblico della sala Regia del Comune, piena per l’iniziativa inserita nell’ambito del festival Caffeina che, presto, dal 26 giugno al 5 luglio, tornerà nelle piazze.
Intervistata dalla giornalista Antonella Lattanzi, la Bignardi ha letto e narrato la storia di Mila che, a 40 anni, ha perso il filo della sua vita e cammina per il mondo in cerca della sua identità.
“Non dico mai tutto dei miei personaggi – dice Bignardi -, li metto in scena e gli faccio dire o fare qualcosa, senza svelare ogni cosa, perché mi piace che sia il lettore a immaginare. Nel libro si parla di una vocazione, ma senza specificare quale. Ho descritto uno stato d’animo della protagonista, una sua inquietudine alla soglia dei 40 anni. Succederà poi qualcosa di grave, fino a quando farà un incontro con una persona che la avvicinerà a santa Rita”.
Bignardi ha iniziato a scrivere il romanzo cinque anni fa, poi si è fermata fino allo scorso settembre, quando la storia, per una casualità, ha preso forma. “Santa Rita, è stata una scoperta improvvisa, dopo aver letto la preghiera a lei dedicata nella cattedrale di Monza. Un testo molto forte che mi ha spinto a informarmi sulla sua vita. Lei è una delle poche sante sposate, anche se la sua vocazione è sempre stata quella di fare la suora. Si sposa con un uomo più grande che, dopo 18 anni viene ucciso. Muoiono anche i due figli avuto con lui.
Resta “finalmente libera”, ma le suore di Cascia, per il suo passato, non la vogliono. Nella notte, però, compie un volo magico tra le montagne e si ritrova dentro le mura del convento. Un miracolo grandissimo, dopo il quale sarà finalmente accettata. Ne farà molti altri, ma è il volo magico quello più significativo. Per me, rappresenta la potenza femminile e la capacità delle donne di fare miracoli, se mosse da una grande passione. Mila, la protagonista, ne aveva un grande. Però è confusa, o fa finta di non capire. Una vocazione forse c’è e lei la deve scoprire. Capire cosa dobbiamo fare o essere, per evitare che l’anima si ammali. Quello che, invece, le succede”.
Nelle opere della Bignardi non ci sono sconfitti, ma personaggi che reagiscono, per far sì che la vita non faccia loro del male. E di centrale nell’opera c’è anche il rapporto con il dolore, quello della protagonista e quello di chi le sta intorno.
“I legami più stretti – continua l’autrice – come tra moglie e marito o madre e figlio, sono quelli in cui è più difficile essere compresi. Non sopportiamo il dolore di chi amiamo, perché, forse, ce ne sentiamo responsabili. Mila non ha nulla che non va, ma lei è piena di inquietudine. Suo marito non lo capisce e anzi si sente quasi offeso da questo. Mila, però, è un personaggio di passioni grandissime e passeggere.
La sua famiglia soffre nel sapere che ama più gli estranei. Come in quell’incontro improvviso che le cambia la vita, avvicinandola a santa Rita, ma senza farla convertire. È, per lei, l’amore del mondo. La colpiscono la solidarietà tra le persone e il sentimento di unione con tutti. Noi proviamo gioia, dolore e Mila queste cose le sente in maniera molto forte. Lei parla di sé in prima persona. Di lei, parlano anche il marito e la figlia Maddi. Io, però, lascio al lettore decidere chi sarà Mila”.
Il libro è pieno di coincidenze. “Ho scoperto, dopo aver scritto la storia, che il marito di santa Rita si chiamava Paolo e che lei aveva avuto due gemelli, proprio come Mila. Anche l’immagine della copertina, che è di Buzzati, rappresenta uno dei miracoli di Santa Rita che io ho immaginato nella mia storia, prima di sapere dell’esistenza di questo disegno. Mi sono molto emozionata nel sapere tutto ciò”.
Si parla anche di infanzia e di come gestire, da adulti, l’amore ricevuto da piccoli. “Mila aveva pienezza, l’amore dei genitori e sicurezza. Era una bambina felice. I miei personaggi fino alla preadolescenza hanno una serenità che poi si perde nel tempo. E’ il romanzo delle cose visibili e invisibili – ha concluso -. Parla di ognuno di noi è della potenza miracolosa che possiamo trovare dentro per fare ciò che vogliamo”.
Pippi
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