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Viterbo - Raffaele Sollecito alla presentazione del libro Temi Desnuda di Gennaro Francione racconta il periodo passato in carcere per l'accusa dell'omicidio di Meredith Kercher

“Una battaglia lunga otto anni che mi ha disintegrato”

di Francesca Buzzi
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Raffaele Sollecito

Raffaele Sollecito

Il libro Temi Desnuda

Il libro Temi Desnuda

Gennaro Francione

Gennaro Francione

Raffaele Sollecito

Raffaele Sollecito

Paolo Franceschetti

Paolo Franceschetti

Il pubblico alla libreria Etruria

Il pubblico alla libreria Etruria

Viterbo – “Otto anni di tragedia, otto anni di sofferenza, otto anni di una battaglia assurda che mi ha disintegrato fuori e dentro” (galleryslide).

Raffaele Sollecito, poco più di due mesi dopo la sentenza che lo ha assolto definitivamente dall’accusa di omicidio della studentessa Meredith Kercher, è stato ospite a Viterbo della presentazione del libro dell’ex giudice Gennaro Francione “Temi Desnuda”.

Un saggio che, come annuncia il titolo, vuole mettere a nudo la giustizia italiana, interrogandosi sui metodi su cui si basa e provando a tracciare una strada per rivoluzionarla. Troppe, secondo Francione, sono le vittime innocenti di questo sistema: una, appunto, è Raffaele Sollecito.

“Ho vissuto otto anni di tragedia – racconta Sollecito al pubblico della libreria Etruria di Viterbo -. Otto anni di sofferenze, quattro dei quali sono stato costretto a passarli in carcere. Non un carcere normale però: sei mesi di isolamento totale di cui due settimane senza poter neanche parlare con i miei famigliari o il mio avvocato. Poi mi hanno sbattuto in carcere di massima sicurezza, a pochi metri dalla cella di Provenzano”.

Un inferno nel quale l’allora 23enne Raffaele Sollecito è piombato in seguito all’omicidio della studentessa Meredith Kercher a Perugia.

“Era giovanissimo – ricorda Sollecito -. Pensavo solo a studiare perché di lì a poco avrei discusso la mia tesi di laurea. Invece sono stato arrestato e buttato in carcere. Mi hanno sbattuto al 41 bis dicendo che lo facevano per il mio bene, per preservarmi dagli altri detenuti che altrimenti mi avrebbero “scuoiato vivo”, così sostenevano, perché il reato di cui ero accusato era anche a sfondo sessuale”.

Ma quella battaglia, che alla fine di marzo lo ha portato all’assoluzione definitiva, Raffaele Sollecito non l’ha combattuta da solo.

“Nessuno è mai solo per fortuna – continua Sollecito -. O almeno io posso dire di non esserlo stato. La mia famiglia e gli amici più cari mi hanno sempre sostenuto, anche se è stato davvero un inferno. E’ come se mi fosse arrivato un treno addosso. Hanno scritto su di me cose abominevoli e non ne so nemmeno il perché. A me non è dato sapere”.

Il libro Temi Desnuda proprio su questo si interroga. Perché?

“Io so solo di aver vissuto cose mostruosamente gravi – aggiunge Raffaele Sollecito -. Non so se per sbaglio o se perché ci sia stato qualcosa dietro. So soltanto che questa battaglia mi ha disintegrato dentro e fuori, anche economicamente. Chi mi è stato vicino ha fatto un lavoro ciclopico spulciando tutte le carte delle indagini, qualcosa come 30 o 40mila pagine, ma nessuno lo ha mai detto. Tutto era sottaciuto, nessuno mi ascoltava”.

Per questo Sollecito ringrazia l’autore di Temi Desnuda Gennaro Francione e lo invita a fare di più.

“Continuate a denudare la giustizia – conclude Sollecito – ve lo chiedo con il cuore. Perché altrimenti facciamo tutti come quelli che non vanno a votare e poi si lamentano della politica. Le cose devono cambiare. Subito”.

Prima dell’intervento di Raffaele, Gennaro Francione, ex giudice, ha introdotto il suo libro e i motivi che lo hanno spinto a scriverlo.

“La dobbiamo finire con il processo indiziario – spiega Francione -. Non è possibile che ragazzi come Raffaele pagano il caro prezzo di quattro anni di carcere senza motivo. Si condanna solo per indizi, senza prove. In pratica siamo tornati all’Inquisizione. E gli esempi sono tantissimi: Raffaele, ma anche il caso Bossetti, quello di Parolisi, l’omicidio di Cogne, o ancora la morte violenta di Sara Scazzi. Per mandar dentro, forse, qualche colpevole, si buttano dentro una serie di innocenti”.

Secondo Francione è il sistema che non funziona.

“E’ un metodo del tutto fallace – prosegue l’autore del saggio -. Solo con le prove vere si potrebbe fare il processo ovvero la confessione, l’arma e i testimoni chiavi. Qui invece ci sono solo indizi, e anche sommari. Da qui nasce l’idea di questo libro nel quale, non a caso, la dea della giustizia in copertina viene raffigurata con una mazza chiodata in mano, quindi più feroce della semplice spada, e con una bilancia che pende dalla parte dei lingotti, ovvero i potenti”.

Al lavoro di Gennaro Francione ha partecipato anche un’altra persona che nel mondo della giustizia ci ha lavorato: Paolo Franceschetti.

“Sono un ex avvocato – dice presentandosi Franceschetti -. Ex perché a dicembre ho deciso di togliermi dall’ordine degli avvocati perché quel mondo non mi piaceva. Ora preferisco occuparmi di informazione, per far capire davvero alla gente cosa succede nella giustizia italiana. Non a caso sono stato denunciato più volte per diffamazione…”. 

Anche Franceschetti è contrario ai casi giuridici particolarmente mediatici, come quello di Meredith.

“Tutti gli omicidi che finiscono sulle televisioni incolpano persone che invece sono innocenti – conclude -. Il caso del mostro di Firenze non aveva un arma né un movente, e così anche il delitto di Cogne, o quello di Erba. Si tratta sempre, guarda caso, di persone semplici o con dei problemi. Quando gli omicidi sono commessi dai colletti bianchi, invece, nessuno ne parla. Sapete perché ho smesso di fare l’avvocato? Perché ero arrivato al punto di temere più i magistrati che i mafiosi…”.

Francesca Buzzi


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5 giugno, 2015

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